L'ong diffonde il suo rapporto annuale, che racconta un mondo di vilazioni dei diritti e voli segreti
scritto per noi da
Alberto Tundo
Una
prima forma di partecipazione individuata dall’ong, è quella attiva; come nel
caso di Ahmed Agiza e
Mohammed El Zari, consegnati da personale svedese ad agenti americani
all’aeroporto di Bromma, dopo che ai due era stato rifiutato una
richiesta di asilo. Khaled al Masri, una volta una volta entrato in
Macedonia nel gennaio 2004, venne arrestato dalle autorità
locali, tenuto in isolamento e interrogato per 23 giorni.

Bisher
Al Rawi e Jamil El-Banna furono presi in consegna da agenti inglesi
all’aeroporto di Gatwick, segnalati come sospetti alle proprie
controparti americane. Rilasciati dopo due giorni, furono prelevati
da agenti statunitensi al loro arrivo in Gambia.
I
due finirono prima in Afghanistan e poi a Guantanamo.
Leggendo
il rapporto, si comprende quanto sia difficile ricostruire il mosaico
per diverse ragioni: per la mancanza di collaborazione dei Paesi in
causa ma anche perché spesso, in un singolo caso, risultano
coinvolti più Stati a diverso titolo. Ad esempio, Abu Omar fu
prelevato in Italia ma trasferito in Egitto via Ramstein, in
Germania. Il boeing 737 che trasportava Khaled Al Masri, prima di
arrivare in Afghanistan dalla Macedonia, fece soste a Cipro, in
Spagna e Irlanda. Il Gulfstream V registrato col numero di serie
N379P in volo da Washington ad Amman per prelevare Muhamed
Bashmilah, fece scalo in Romania e Repubblica Ceca. Oltre
alla concessione di spazi aerei ed aeroporti, la collaborazione
europea si è sostanziata anche nella partecipazione agli
interrogatori: Muhammad Zammar sostiene di esser stato interrogato
nella prigione di Far Falastin, alla periferia di Damasco, gestita
dall’
intelligence militare siriana, in presenza di alcuni
ufficiali tedeschi.
Ancora
più circostanziata la testimonianza di Murat Karnaz, una vita
trascorsa in Germania, il quale ha raccontato di esser stato
interrogato e picchiato a Kandahar da un gruppo di incursori del Ksk,
i
Kommando Spezilkräfte, nel dicembre 2001. Fu
interrogato da ufficiali tedeschi di nuovo nel 2002 e nel 2004.

Racconto
simile a quello di Khaled Al Masri, interrogato da “un madrelingua
tedesco” che si rifiutò di rispondere alla sua domanda se
fosse lì per rappresentare ufficialmente il suo governo. Le
difficoltà incontrate dalla magistratura italiana nel far luce
sul rapimento di Abu Omar sono ben note e non appaiono molto diverse
da quelle con cui si sono scontrati gli inquirenti tedeschi che hanno
indagato sugli abusi commessi dall’unità di Ksk: nel
dicembre 2006 fu aperta un’indagine originata dalla testimonianza
di Murat Karnaz, chiusa nel maggio successivo; riaperta nell’agosto
dell’anno successivo, venne chiusa nuovamente nel marzo del 2008.
Ma
prima ancora di aver insabbiato le indagini, i Paesi in questione
hanno dimenticato i propri cittadini finiti nelle maglie delle
renditions, abbandonandoli a sé stessi, non attivando
canali formali o informali per averne notizie, non mediando con gli
Stati Uniti, non informando i parenti della persona rapita;
dimenticandoli di fatto.
Ma
l’Europa non è stata solo terreno di transito o teatro di
operazioni guidate da operativi dei servizi americani; un ultimo
capitolo riguarda, infatti, l’esistenza di
black sites anche
nel nostro continente.

Determinanti,
a tal proposito, le testimonianze di coloro che vi sono stati
detenuti. Una
è la base di Stare Kiejkuty, in Polonia, a pochi chilometri da
Szymany, che ospita un sezione dell'
intelligence militare
polacca. E’ stato un rapporto del Consiglio d’Europa del giugno
2007 (
Secret detentions and illegale transfers of detainees
involving Council of Europe member states) a identificarla,
grazie anche all’analisi dei piani di volo. Luogo scelto con cura
dagli Stati Uniti, perché periferico ma ben collegato grazie
all’aeroporto di Szymany, che dista solo 12 chilometri. Sempre
secondo il Consiglio d’Europa, qui sarebbero passati «high
values detainees», quali Khalid Sheikh Mohammed, uno dei
pianificatori dell’11 settembre e Abu Zubaydah, che gli Stati Uniti
sospettano di essere uno dei capi della logistica di Al Qaeda.
Una
seconda base è quella romena di Mihail Kogalniceanu, non
lontana da Costanza, che presenta caratteristiche simili a quella
polacca: è semi-nascosta, in una località piuttosto
remota dell’Europa Orientale ma vicina ad un aeroporto, piccolo ed
anonimo, ma funzionante.
Il
governo romeno ha sempre negato che Kogalniceanu sia stata messa a
disposizione di Washington ma le fonti sentite dal Consiglio d’Europa
sono concordi nel dipingerla come un “black site” operativo tra
il 2002 ed il 2005.
Probabile
che oggi sia tornata alla sua antica funzione di base militare ma è
altrettanto possibile che l’accordo firmato dal Segretario di Stato
americano, Condoleeza Rice, nel 2005, con cui gli Stati Uniti si
assicuravano «una presenza militare permanente» in
Romania e Bulgaria, abbia permesso loro di servirsi di altre
strutture, non ancora individuate.
Su
questo argomento scottante, i Paesi europei continuano a tacere, a
glissare e ridimensionare le loro responsabilità.