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Mushkhail, Afghanistan meridionale. La provincia di Paktika è una delle
zone più conservatrici di tutto il paese. Talebani o meno, qui le donne
non hanno mai avuto il permesso di farsi curare in ospedale da dottori
maschi, nemmeno se sono in fin di vita. Per questo nell’ospedale dove
lavora Pawin Jabarkhail, 38 anni, l’unica dottoressa della provincia,
arrivano continuamente frotte di donne da tutti i villaggi della zona.
“Vengono in molte, camminando per giorni e giorni - racconta Pawin -.
Ma sono un’insignificante minoranza rispetto a tutte le donne cui i
mariti non consentono di andare in ospedale per nessun motivo al mondo.
Preferiscono lasciarle morire. In questa zona il tasso di mortalità
materna supera il cinquanta per cento, il che significa che una donna
incinta su due muore per complicazioni legate alla gravidanza o al
parto che sarebbero facilmente curabili in una struttura medica
attrezzata. Una strage che uccide una donna ogni venti minuti”.
Gardez, Afghanistan sud-orientale. Dodici donne siedono attorno a una
stufa a legna bevendo tazzine di chai, tè, in una buia aula della
scuola cittadina. Fuori piove e fa freddo. Le loro scarpe sono
infangate. Hanno camminato per ore dal loro villaggio per venire in
città a registrarsi nelle liste elettorali. A giugno, forse, ci saranno
le prime elezioni democratiche del dopoguerra. Forse, perché in due
mesi solo un decimo degli oltre dieci milioni di aventi diritto si è
iscritto alle liste, e di questo decimo solo duecentomila sono donne.
Per la cultura islamica tradizionale, fortissima nei piccoli villaggi
del sud pashtun, la partecipazione delle donne alla vita politica è
un’eresia. I mariti impediscono loro di andarsi a registrare in città,
se non altro perché a una donna afgana non è consentito allontanarsi
troppo da casa, né tanto meno scoprirsi il volto davanti a estranei per
farsi fare la fotografia che serve per la tessera elettorale.
Herat, Afghanistan occidentale. Ultimi giorni di febbraio. Quattro
donne si danno fuoco sulla pubblica piazza di Herat per protestare
contro l’irrigidimento delle restrizioni nei confronti della
popolazione femminile di questa città. Per ordine di Ismail Khan, da
sempre signore e padrone di questa zona del paese, alle donne di Herat
è stato recentemente vietato cantare in televisione, andare dal
parrucchiere o farsi cucire vestiti diversi da quelli tradizionali. Un
ritorno all’epoca buia dei talebani che risulta particolarmente
insopportabile in una città che è tradizionalmente la più moderna e
liberale dell’Afghanistan, a causa della storica influenza del vicino
Iran sciita, dove le donne godono di una relativa libertà rispetto agli
altri paesi islamici.