15/07/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo quattro mesi si dimette il premier Leterme. E torna lo spettro della scissione
Sei mesi dopo aver tirato un sospiro di sollievo, il Belgio ritorna allo stallo politico che credeva di essersi lasciato alle spalle. Il primo ministro Yves Leterme, leader del partito cristiano-democratico fiammingo vincitore delle elezioni del giugno 2007, ha gettato la spugna dopo quattro mesi al timone: “Visioni inconciliabili tra le due comunità”, ha detto Leterme prima di consegnare la sua lettera di dimissioni a re Alberto. E ora il paese, come fece negli ultimi mesi dell'anno scorso, si chiede se la scissione tra Fiandre e Vallonia è veramente un'utopia.

Yves LetermeNessun accordo. La coalizione guidata da Leterme, un insieme di cinque partiti fiammighi e francofoni, si era data tempo fino al 15 luglio per raggiungere un'intesa sulla devolution, conferendo più poteri alle regioni, come chiedono i fiamminghi. Ma finite le speranze di arrivare a un compromesso, “Leterminator” - come lo soprannominano i francofoni accusandolo di volere uccidere il Belgio – ha deciso già il giorno prima che era ora di farla finita. Ancora una volta, come l'anno scorso, è risultato impossibile accordarsi sulla spartizione del distretto elettorale di Bruxelles-Halle-Vilvoorde, la cintura alla periferia della capitale amministrativamente nella regione delle Fiandre, ma a maggioranza francofona.

Futuro incerto. “Non so cosa succederà ora”, dice a PeaceReporter Marie-Claire Houard, la donna di Liegi che lo scorso autunno diventò l'icona del movimento popolare per impedire la divisione del paese. “Sei mesi dopo, siamo al punto d'inizio. La gente è allo sbando come i politici, non vede alternative”. Il problema è che altre soluzioni non le vede nessuno. Nell'attesa che il re si pronunci sulle dimissioni del premier, anche la politica belga sembra navigare a vista. Inizia a circolare il nome del vice di Leterme, il ministro delle finanze Didier Reynders, un francofono. Ma sembra davvero di navigare a vista, come un anno fa. Dopo le elezioni del 10 giugno, solo poco prima di Natale si trovò l'accordo per un governo di transizione guidato dal premier uscente Guy Verhofstadt, che ha passato la mano a Leterme lo scorso marzo. A tredici mesi dalle ultime elezioni, insomma, si è tornati al punto di partenza.

Un'immagine della manifestazione dello scorso 18 novembre (per concessione di Marie Claire Houard)Il tempo stringe. Come quella volta, si moltiplicano le pressioni per arrivare a un accordo. Come gli altri paesi europei, il Belgio sta vivendo una difficile fase economica, con l'inflazione ai massimi degli ultimi 24 anni, l'erosione del potere d'acquisto, conti pubblici a rischio. Ma le resistenze dei rispettivi campi continuano, con le Fiandre – la regione più ricca – a chiedere maggiore autonomia economica, fiscale e la Vallonia che teme di veder smantellato lo stato sociale. Nel frattempo, alcuni sondaggi mostrano come nelle Fiandre i partiti apertamente scissionisti stiano guadagnando terreno. Ma anche gli “unionisti” si stanno organizzando. Per il 21 luglio, festa nazionale in Belgio, la Houard sta esortando a scendere in piazza i 140mila firmatari della sua vecchia petizione per non spaccare il paese. Che ora, malgrado la volontà dell'organizzatrice, è ritornata improvvisamente attuale.
 

Alessandro Ursic

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