Dopo quattro mesi si dimette il premier Leterme. E torna lo spettro della scissione
Sei mesi dopo aver tirato un sospiro di sollievo, il Belgio ritorna allo stallo
politico che credeva di essersi lasciato alle spalle. Il primo ministro Yves Leterme,
leader del partito cristiano-democratico fiammingo vincitore delle elezioni del
giugno 2007, ha gettato la spugna dopo quattro mesi al timone: “Visioni inconciliabili
tra le due comunità”, ha detto Leterme prima di consegnare la sua lettera di dimissioni
a re Alberto. E ora il paese, come fece negli ultimi mesi dell'anno scorso, si
chiede se la scissione tra Fiandre e Vallonia è veramente un'utopia.
Nessun accordo. La coalizione guidata da Leterme, un insieme di cinque partiti fiammighi e francofoni,
si era data tempo fino al 15 luglio per raggiungere un'intesa sulla devolution,
conferendo più poteri alle regioni, come chiedono i fiamminghi. Ma finite le speranze
di arrivare a un compromesso, “Leterminator” - come lo soprannominano i francofoni
accusandolo di volere uccidere il Belgio – ha deciso già il giorno prima che era
ora di farla finita. Ancora una volta, come l'anno scorso, è risultato impossibile
accordarsi sulla spartizione del distretto elettorale di Bruxelles-Halle-Vilvoorde,
la cintura alla periferia della capitale amministrativamente nella regione delle
Fiandre, ma a maggioranza francofona.
Futuro incerto. “Non so cosa succederà ora”, dice a PeaceReporter Marie-Claire Houard, la donna di Liegi che lo scorso autunno diventò l'icona
del movimento popolare per impedire la divisione del paese. “Sei mesi dopo, siamo
al punto d'inizio. La gente è allo sbando come i politici, non vede alternative”.
Il problema è che altre soluzioni non le vede nessuno. Nell'attesa che il re si
pronunci sulle dimissioni del premier, anche la politica belga sembra navigare
a vista. Inizia a circolare il nome del vice di Leterme, il ministro delle finanze
Didier Reynders, un francofono. Ma sembra davvero di navigare a vista, come un
anno fa. Dopo le elezioni del 10 giugno, solo poco prima di Natale si trovò l'accordo
per un governo di transizione guidato dal premier uscente Guy Verhofstadt, che
ha passato la mano a Leterme lo scorso marzo. A tredici mesi dalle ultime elezioni,
insomma, si è tornati al punto di partenza.
Il tempo stringe. Come quella volta, si moltiplicano le pressioni per arrivare a un accordo. Come
gli altri paesi europei, il Belgio sta vivendo una difficile fase economica, con
l'inflazione ai massimi degli ultimi 24 anni, l'erosione del potere d'acquisto,
conti pubblici a rischio. Ma le resistenze dei rispettivi campi continuano, con
le Fiandre – la regione più ricca – a chiedere maggiore autonomia economica, fiscale
e la Vallonia che teme di veder smantellato lo stato sociale. Nel frattempo, alcuni
sondaggi mostrano come nelle Fiandre i partiti apertamente scissionisti stiano
guadagnando terreno. Ma anche gli “unionisti” si stanno organizzando. Per il 21
luglio, festa nazionale in Belgio, la Houard sta esortando a scendere in piazza
i 140mila firmatari della sua vecchia petizione per non spaccare il paese. Che
ora, malgrado la volontà dell'organizzatrice, è ritornata improvvisamente attuale.