28/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Iraq attende il voto, mentre il Kurdistan sogna un referendum
Le piazze delle principali cittadine curde dell'Iraq settentrionale pullulano di tende bianche. Sono i seggi improvvisati che i militanti del Movimento per il Referendum stanno allestendo in ogni punto strategico delle città. Il 30 gennaio infatti è il giorno delle elezioni in Iraq, ma per i curdi è anche e soprattutto il giorno della quarta scheda, quella che non c'è.
 
la città di erbilTutti alle urne. Domenica in tutto il Paese si vota per eleggere l'Assemblea Nazionale provvisoria (scheda rosa) e i Consigli Provinciali (scheda blu). I curdi, nei loro seggi, avranno anche una terza scheda, di colore turchese, per eleggere i membri del Parlamento autonomo che esiste dal 1992 quando, dopo la prima Guerra del Golfo, gli Stati Uniti garantirono l'autonomia di fatto del Kurdistan iracheno. Il rapporto tra il potere centrale e il Kurdistan in Iraq è ricco di episodi di violenza. Il momento più drammatico è stato certamente l'utilizzo, da parte delle truppe di Saddam, dei gas per punire i curdi dell'appoggio dato all'Iran nella guerra che aveva opposto Teheran a Baghdad. Era il marzo del 1988 e furono 5 mila i curdi che persero la vita. Dopo l'operazione Desert Storm è cominciata la lenta rinascita del Kurdistan che, mentre l'Iraq era allo stremo per le sanzioni imposte dai paesi occidentali, poteva prosperare in tranquillità. Le rivendicazioni autonomiste, che caratterizzano tutte le comunità curde che vivono in Iraq e nei paesi confinanti, andarono in soffitta. Fino a oggi.
 
monumento alle vittime di halabjaAlleati affidabili. “Il Kurdistan è tranquillo. Qui non si vive il terrore che c'è in altre parti dell'Iraq. La gente è serena e andrà a votare”. Il commento di Mustafà, attivista curdo di Erbil, sembra rassicurante rispetto ai timori che accompagnano il voto di domenica in tutto il resto del Paese. “Bisogna sempre stare in guardia, ma non credo che ci sarann problemi”. L'ordine pubblico infatti, almeno qui, non desta particolari preoccupazioni. Sono altre le domande che affiorano in questi giorni. “Il Movimento per il Referendum ha raccolto fino a oggi quasi due milioni di firme. Tante di queste sono state apposte con il sangue e sono state spedite alle Nazioni Unite a New York”, racconta Mustafà. Sembra infatti che, dopo anni in cui i curdi hanno rappresentato per gli Stati Uniti il più affidabile interlocutore in Iraq, la popolazione curda voglia chiedere il conto. L'autonomia che pure dopo Saddam è parsa una grande conquista, potrebbe non bastare più e i curdi si rendono conto che l'occasione per staccarsi dall'Iraq è forse unica, visto lo stato di caos nel quale l'invasione della Coalizione ha gettato il Paese.
 
Aspettative future. “Qui non c'è una sola persona che non sogna un Kurdistan indipendente”, racconta
 

Mustafà, “ma i vertici politici non correranno il rischio di una rottura diplomatica tanto grave con gli Stati Uniti”. Gli Usa hanno troppo a cuore la stabilità della regione per permettere un passo come l'indipendenza curda che genera molte preoccupazioni in Iran, in Siria e in Turchia, paesi dove vivono forti e discriminate minoranze curde che potrebbero restare pericolosamente affascinate dall'indipendenza curda. Per non perdere l'appoggio degli Usa (soprattutto economico), i due principali leader curdi, Jalal Talabani e Massud Barzani, un tempo acerrimi nemici, si sono alleati e si candidano alle elezioni con uno schieramento unico. “Voci di corridoio dicono che i due hanno fatto un patto”, sostiene Mustafà, “Talabani avrà un ruolo di prestigio nel nuovo governo iracheno e Barzani farà il governatore di un Kurdistan autonomo, ma non indipendente. Qui sono arrivati milioni di dollari, l'economia cresce e la bandiera curda sventola ovunque. Inoltre la partita per il petrolio curdo di Kirkuk e dintorni è ancora aperta. Contano di controllarlo loro, con il beneplacito degli Usa. Perchè mai dovrebbero permettere che tutto questo finisca?" La popolazione però non la pensa così e alcuni intellettuali nazionalisti hanno dato vita al Movimento per il Referendum. Arrivando a raccogliere milioni di firme per indire una consultazione che decida del futuro del Kurdistan: autonomia o indipendenza? Il movimento aveva chiesto che alle tre schede ne venisse aggiunta una quarta con un valore meramente consultivo. Ma non gli è stato permesso. Ma che i banchetti per la raccolta firme ci saranno lo stesso, anche se dovranno essere a non meno di 500 metri dai seggi elettorali. “Il rifiuto della consultazione è stato un atto di debolezza di Talabani e Barzani”, commenta Mustafà, “sanno che il referendum è il sogno di tutti, ma loro non vogliono scontentare nessuno. Non credo che la situazione possa degenerare, ma la base popolare degli autonomisti è molto forte”. Mentre l'Iraq si appresta allo storico voto, si profila una nuova grana per gli Usa. Una consultazione popolare nel Paese sta avendo successo, ma non è quella che interessa a Washington.

Christian Elia

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