Le piazze delle principali cittadine curde dell'Iraq settentrionale pullulano
di tende bianche. Sono i seggi improvvisati che i militanti del Movimento per
il Referendum stanno allestendo in ogni punto strategico delle città. Il 30 gennaio
infatti è il giorno delle elezioni in Iraq, ma per i curdi è anche e soprattutto
il giorno della quarta scheda, quella che non c'è.
Tutti alle urne. Domenica in tutto il Paese si vota per eleggere l'Assemblea Nazionale provvisoria
(scheda rosa) e i Consigli Provinciali (scheda blu). I curdi, nei loro seggi,
avranno anche una terza scheda, di colore turchese, per eleggere i membri del
Parlamento autonomo che esiste dal 1992 quando, dopo la prima Guerra del Golfo,
gli Stati Uniti garantirono l'autonomia di fatto del Kurdistan iracheno. Il rapporto
tra il potere centrale e il Kurdistan in Iraq è ricco di episodi di violenza.
Il momento più drammatico è stato certamente l'utilizzo, da parte delle truppe
di Saddam, dei gas per punire i curdi dell'appoggio dato all'Iran nella guerra
che aveva opposto Teheran a Baghdad. Era il marzo del 1988 e furono 5 mila i curdi
che persero la vita. Dopo l'operazione Desert Storm è cominciata la lenta rinascita
del Kurdistan che, mentre l'Iraq era allo stremo per le sanzioni imposte dai paesi
occidentali, poteva prosperare in tranquillità. Le rivendicazioni autonomiste,
che caratterizzano tutte le comunità curde che vivono in Iraq e nei paesi confinanti,
andarono in soffitta. Fino a oggi.
Alleati affidabili. “Il Kurdistan è tranquillo. Qui non si vive il terrore che c'è in altre parti
dell'Iraq. La gente è serena e andrà a votare”. Il commento di Mustafà, attivista
curdo di Erbil, sembra rassicurante rispetto ai timori che accompagnano il voto
di domenica in tutto il resto del Paese. “Bisogna sempre stare in guardia, ma
non credo che ci sarann problemi”. L'ordine pubblico infatti, almeno qui, non
desta particolari preoccupazioni. Sono altre le domande che affiorano in questi
giorni. “Il Movimento per il Referendum ha raccolto fino a oggi quasi due milioni
di firme. Tante di queste sono state apposte con il sangue e sono state spedite
alle Nazioni Unite a New York”, racconta Mustafà. Sembra infatti che, dopo anni
in cui i curdi hanno rappresentato per gli Stati Uniti il più affidabile interlocutore
in Iraq, la popolazione curda voglia chiedere il conto. L'autonomia che pure dopo
Saddam è parsa una grande conquista, potrebbe non bastare più e i curdi si rendono
conto che l'occasione per staccarsi dall'Iraq è forse unica, visto lo stato di
caos nel quale l'invasione della Coalizione ha gettato il Paese.
Aspettative future. “Qui non c'è una sola persona che non sogna un Kurdistan indipendente”, racconta
Mustafà, “ma i vertici politici non correranno il rischio di una rottura diplomatica
tanto grave con gli Stati Uniti”. Gli Usa hanno troppo a cuore la stabilità della
regione per permettere un passo come l'indipendenza curda che genera molte preoccupazioni
in Iran, in Siria e in Turchia, paesi dove vivono forti e discriminate minoranze
curde che potrebbero restare pericolosamente affascinate dall'indipendenza curda.
Per non perdere l'appoggio degli Usa (soprattutto economico), i due principali
leader curdi, Jalal Talabani e Massud Barzani, un tempo acerrimi nemici, si sono
alleati e si candidano alle elezioni con uno schieramento unico. “Voci di corridoio
dicono che i due hanno fatto un patto”, sostiene Mustafà, “Talabani avrà un ruolo
di prestigio nel nuovo governo iracheno e Barzani farà il governatore di un Kurdistan
autonomo, ma non indipendente. Qui sono arrivati milioni di dollari, l'economia
cresce e la bandiera curda sventola ovunque. Inoltre la partita per il petrolio
curdo di Kirkuk e dintorni è ancora aperta. Contano di controllarlo loro, con
il beneplacito degli Usa. Perchè mai dovrebbero permettere che tutto questo finisca?"
La popolazione però non la pensa così e alcuni intellettuali nazionalisti hanno
dato vita al Movimento per il Referendum. Arrivando a raccogliere milioni di firme
per indire una consultazione che decida del futuro del Kurdistan: autonomia o
indipendenza? Il movimento aveva chiesto che alle tre schede ne venisse aggiunta
una quarta con un valore meramente consultivo. Ma non gli è stato permesso. Ma
che i banchetti per la raccolta firme ci saranno lo stesso, anche se dovranno
essere a non meno di 500 metri dai seggi elettorali. “Il rifiuto della consultazione
è stato un atto di debolezza di Talabani e Barzani”, commenta Mustafà, “sanno
che il referendum è il sogno di tutti, ma loro non vogliono scontentare nessuno.
Non credo che la situazione possa degenerare, ma la base popolare degli autonomisti
è molto forte”. Mentre l'Iraq si appresta allo storico voto, si profila una nuova
grana per gli Usa. Una consultazione popolare nel Paese sta avendo successo, ma
non è quella che interessa a Washington.