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Le storie, i resoconti di chi è passato da Bolzaneto – molti
arrivavano dalla macelleria della Diaz – non hanno bisogno di trovare conferme
sulla loro veridicità. Quello che è accaduto ormai si sa, le responsabilità
sono chiare
Possiamo ricordarequelle giornate. Lo facciamo.
Ma c’è una ferita che non si può chiudere fra cittadini, forze di polizia,
politica e magistratura. Manca il reato di tortura, dal processo Bolzaneto, e
da quello della Diaz. Manca perché Lega e Alleanza nazionale si sono messe di
traverso nell’ultimo scorcio di legislatura Prodi. E la discussione in aula su
un testo di compromesso è saltata per la crisi di governo. Non ci sono norme
per la riconoscibilità degli agenti in tenuta antisommossa, i difensori hanno
fornito
in questi anni foto degli imputati di piccole dimensioni, rovinate, che hanno
reso praticamente impossibile i riconoscimenti.
Quando viene meno la fiducia del civis nelle istituzioni che
lo rappresentano, il cittadino si sente suddito. Perché da suddito viene
trattato. I ragazzi usciti da Bolzaneto non hanno dimenticato, ancora oggi. I
risarcimenti
sono dovuti, ma non sono la pozione dell’oblio. E, nonostante la fragilità
della memoria collettiva, anche solo a pochi anni di distanza e con casi come
quello di Federico Aldrovandi a Ferrara ammazzato di botte dalla polizia,
piazza del Municipio di Napoli prima del G8 genovese, i soprusi denunciati all’interno
delle carceri, i pestaggi nei Cpt, la sentenza di queste ore pone seri
interrogativi al mondo politico, su come recuperare la fiducia del civis nelle
sue istituzioni. Dal 2001 a
oggi nessuno è riuscito – ha voluto – chiarire quella pagina buia della
democrazia italiana. Il rischio è che ciò che non viene metabolizzato possa
prima o poi tornare galla, perché
irrisolto. Ecco perché il comunicato del Comitato verità e giustizia per Genova
ha un titolo che colpisce per la gravità, al primo colpo d’occhio. Ma pone con
forza un interrogativo che andrebbe risolto con chiarezza il prima possibile.
Angelo Miotto