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Si chiamava Egin, che in basco
significa fare, agire. Era un quotidiano da decine di migliaia di
copie, la voce dell'informazione della sinistra basca. La redazione
si trovava in un complesso industriale nei dintorni di Hernani, il
Poligono Heciago: era una palazzina bassa, che ospitava sul tetto
l'antenna di Egin Irratia, la radio di Egin.
L'accusa: quel quotidiano
riceveva soldi da Eta, l'organizzazione armata basca. E sempre Eta
dettava la linea editoriale. Un reato che veniva addebitato ad alcune
persone fisiche – i consiglieri di amministrazione – diventava un
reato associativo che colpiva decine di lavoratori, due testate
giornalistiche, il diritto a essere informati per decine di migliaia
di baschi che si riconoscevano nella linea di Egin: “Dare voce a
chi non l'ha”.
Egin nasce nel 1977, come
esigenza di una parte della società basca di creare un proprio
organo di informazione. Il franchismo sta cedendo il posto alla
Transizione, i grandi gruppi editoriali stanno compiendo operazioni
di cosmetica per adattarsi ai nuovi tempi. I movimenti sociali baschi
sono all'avanguardia nelle lotte internazionaliste, di territorio,
ambientaliste, ecologiste e sociali.
Egingo dugu. Le campagne di
stampa, orchestrate dal ministero degli Interni spagnolo, avevano
creato una specie di assioma, negli anni più bui del conflitto
basco. Era quella frase, “Egin indica, Eta spara”, che iniziò
a serpeggiare e a divenire una prova solo attraverso il lavorìo
della propaganda. La Casa Bianca lo avrebbe descritto come 'il
miglior foglio rivoluzionario al mondo'. Ma non si deve immaginare un
giornale fitto di politica e geopolitica. Egin era anche un'ottima
sezione di sport il lunedì, un racconto preciso di tutti i
territori del Paese basco, la possibilità per i lettori di
dialogare e criticare in un rapporto di scambio con la redazione. A
poche ore dalla chiusura, i redattori si riorganizzarono. Il giorno
dopo furono stampate alcune centinaia di copie di una vecchia testata
registrata, Euskadi Informacion. I lettori di Egin fotocopiarono,
graffettarono, distribuirono quelle poche copie, moltiplicandole per
cento, per mille. In prima pagina c'era una foto grande, con due agenti incappucciati
che sigillavano la redazione. E il
titolo diceva: “Egin egingo dugu”. “Beccatevi Egin”, con la sfida
di chi aveva saputo resistere alla censura di potere. Dalle ceneri
dell'esperienza di Egin nacque il nuovo progetto editoriale e
popolare: Gara (dal basco: Siamo). Azionariato popolare, milioni di
euro raccolti dai più piccoli e sperduti paesini, fino nelle
città e all'estero. Di Egin, ora, rimangono solo le stanze
marce della redazione, con le agende sui tavoli, strati di polvere,
sporcizia, muffa. Una 'sospensione cautelare', scriveva Garzon
nell'atto giuridico. Ma dal quel 15 luglio 1998 già tutti
sapevano che quei locali si sarebbero trasformati in un sepolcro.
Vuoto, perché le idee erano già volate via per
inchiostrare altri fogli, per correre di mano in mano, di voce in
voce.Angelo Miotto