Scritto per noi da
Antonella Sinopoli
Prima di tutto l’odore. Ti prende alla gola e ti arriva fino al cervello tanto
che fai fatica a formulare pensieri completi, il flusso delle riflessioni è costantemente
bloccato dalla sforzo di sopportare quegli odori ammorbanti. Poi lo sguardo. Quando
riesci a mettere a fuoco in quella luce abbagliante e chiarissima che è la luce
dell’equatore, ti domandi “è mai possibile?” I piedi camminano su strade di immondizia
di ogni genere, vecchia di decenni o appena trascinata dai rigagnoli di ruscelli
anch’essi ricolmi di melma. Infine, la parola. Quella di un abitante di questo
inferno che quando ci vede tirar fuori la macchina fotografica ci dice: “Ti piace
questo posto? Perché non vieni a viverci?” L’ironia è tagliente, soffocante, come
tutto, qui. Un luogo che guardato in fotografia ti appare come un film. Un film
esagerato, esorbitante, eccessivo. Invece è tutto vero.
Siamo a Kibera, considerato il più grande slum dell’Africa. Siamo a Nairobi, capitale del Kenya, dove il 50 percento della popolazione vive
sotto la soglia della povertà, dove la disoccupazione è al 40 percento e il reddito
pro capite pari a 1.700 dollari statunitensi, e dove 1.2 milioni di persone (stime
2003) vivono con il virus dell’HIV/AIDS. Se questi dati, che riguardano tutto
il paese, fossero calcolati solo qui a Kibera risulterebbero ancora più impressionanti.
Sì, perché Kibera è un mondo a parte, nemmeno considerato nelle mappe topografiche
degli uffici di governo. Non esistono servizi igienici, non esiste acqua potabile
e a quella non potabile si accede da tubi esterni. La corrente è per lo più rubata
dai fili elettrici che servono il resto della città.
Eppure qui vivono tra le 800mila e il milione di persone. Essere più precisi è impossibile, non esiste certo un'anagrafe. La densità della
popolazione è altissima, 3mila persone per ettaro, durante il giorno vaganti tra
le strade di immondizia, la notte stipati in case di lamiera, fango e pezzi di
legno legati alla meglio, anche cinque persone in una stanza di dieci metri quadrati.
La comodità è data da un materasso o da un divano sporco e stracciato, la privacy
(se si ha la fortuna di avere due stanze) da una tendina tirata da un lato all'altro
del muro. Per queste case si paga un affitto che va tra i 700 e i 1000 scellini
kenyani al mese, così come devi pagare (4 scellini) se vuoi usare alcuni dei bagni
pubblici (anzi latrine come si usa in linguaggio tecnico e come è giusto chiamarle)
costruiti a seguito dei vari progetti internazionali di assistenza alla popolazione.
Orfani, malattie e la piaga dell'Hiv. Malaria, tifo, diarrea, sono solo alcune delle malattie più frequenti e diffuse,
qui a Kibera. Chi non può permettersi neanche i 4 scellini, o non vuole, utilizza
spazi fatti di quattro lamiere tenute su alla meglio. Molti di più ricorrono alle
flying toilets, soprattutto di notte quando può diventare pericoloso uscire dalle
baracche e i sacchetti di plastica utilizzati per raccogliere i propri escrementi
vengono gettati in strada… Camminarci sopra è normale, impossibile evitarli confusi
tra i rifiuti marci e quelli freschi. Mentre sei lì non fai in tempo a domandarti
come è possibile vivere così, i bambini – migliaia e migliaia – ti fanno da corteo
e sorridono continuamente, nonostante tutto. Alcune stime parlano di almeno 100mila orfani
a causa del virus HIV/AIDS. Chi si occupa di loro? A Kibera, come negli altri
slum di Nairobi (se ne sono contati 199) proliferano le attività delle ONG. Molti
dei bambini che vivono qui possono andare a scuola grazie al Sostegno a Distanza
che garantisce almeno il pagamento delle tasse scolastiche e cure mediche (come
il trattamento artiretrovirale per l’HIV/AIDS) per i casi più gravi. Gli altri
rimangono in strada tutto il giorno cercando qualcosa da fare, rovistando tra
le immondizie o si aggregano a qualche gang e passano il tempo tra piccole ruberie,
ma soprattutto sniffando colla e finendo, spesso, in prigione. Eppure a Kibera
si nasce, si cresce, si sviluppano attività di ogni genere. Ci passa in mezzo
persino un binario ferroviario e un treno che due volte al giorno, al mattino
e alla sera, carica nei suoi vagoni mefitici i pendolari dello slum. Sono quelli
forse un po’ più fortunati, che ogni giorno, 20 scellini per il percorso, vanno
a lavorare in città. Nella baraccopoli, invece, ci si arrangia come si può.
Ma qui si trova di tutto... La vendita del carbone è una delle attività più diffuse, tutti ne hanno bisogno
perché tutti lo utilizzano per accendere il fuoco per cucinare. Ne compri un sacchetto
pieno per 10 scellini. Frittelle locali si cuociono per strada, trovi persino
il pesce essiccato sulle bancarelle che affollano i corridoi tra un parte e l'altra
dell'ammasso di baracche; bisogna però riuscire a riconoscerlo e vederlo, sommerso
da nugoli così fitti di mosche da sembrare nient'altro che un tappetino scuro.
Si trova chi vende le ricariche del telefono, chi un posto per vedere una partita
di calcio alla tv (sì ci sono anche le tv collegate al satellite in un posto così),
chi cuce vestiti seduto sul marciapiede, chi rimane per ore a guardare la gente
passare.
Ma chi ha voluto Kibera? I primi abitanti di questo luogo furono ex soldati che avevano combattuto per
gli inglesi durante la Prima Guerra Mondiale (il Kenya ha conquistato l’indipendenza
dal Regno Unito il 12 dicembre del 1963). Si trattava di nubiani, gruppo etnico
proveniente dal vicino Sudan. Pare che sul campo di battaglia si fossero distinti
eppure, per loro dopo la guerra non c’era altro posto e la terra su cui cominciò
a svilupparsi Kibera non gli venne alla fine mai concessa, come pare fosse stato
promesso, e rimasero sempre degli abusivi. Abusivi oggi sono tutti gli altri,
eppure una ricerca condotta non molto tempo fa dall’Università di Nairobi per
conto di Un-Habitat - l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa degli insediamenti
nelle città con lo scopo di garantire un alloggio adeguato per tutti - ha rivelato
che su 120 proprietari delle baracche intervistati, il 57% è costituito da membri
a vario titolo del governo o politici. Negli anni si sono accumulati tanti progetti
per smantellare lo slum e fornire abitazioni adeguate ai suoi abitanti. Alcune
costruzioni sono già state realizzate proprio ai margini della collina di Kibera
ma nessuno vuole andarci ad abitare. I motivi sono tanti: dall’abitudine (certo,
pare che ci si possa anche abituare a vivere in un posto così, soprattutto se
non conosci altro); alla paura di lasciare i propri piccoli traffici; al timore
di perdere gli aiuti delle ONG; agli affitti, ritenuti troppo alti.
Attrazione... turistica. Negli ultimi mesi la situazione è diventata ancora più complessa. Le violenze
post-elettorali del dicembre scorso, che hanno confermato alla guida del paese
il presidente uscente, Mwai Kibaki - risultato contestato dall’oppositore Raila
Odinga, che è poi stato nominato primo ministro - hanno fatto oltre 1500 morti,
3000 mila sfollati e 12mila rifugiati. A Kibera ci sono ora famiglie divise,
a causa degli assalti delle bande armate o per aver scelto di rifugiarsi in posti
più sicuri. Eppure, sarà che anche l’inferno presenta una forte dose di attrazione,
Kibera è assai più nota oggi rispetto al passato, quando davvero in pochi si preoccupavano
della sua esistenza: qualche missionario coraggioso, qualche Ong pioniera in queste
aree della sofferenza. Oggi Kibera è anche set cinematografico. Un regista americano
ci ha girato un corto che ha ricevuto degli Award, i video su You Tube non si
contano, i documentari anche. E così può capitare di incontrare turisti in pantaloncini
e t-shirt di marca a spasso tra i rifiuti, alla ricerca di una nuova emozione,
ma strettamente protetti da qualche locale improvvisatosi guida dello slum. Oggi,
dunque, c’è un nuovo tour per chi visita il Kenya e Nairobi, un tour che è impossibile
dimenticare, soprattutto perché, da bravo turista, porti a casa le foto. Foto
che non hanno odore e che del fango e della melma trasmettono solo le sfumature
nel colore. Foto che sembrano cartoline. Ma che sono “Cartoline dall’inferno”.