foto e testo di
Valentina Perniciaro
Non
è facile riattraversare un confine di un paese che ti è
entrato nell’anima, sapendolo polverizzato. Già dalla
frontiera tra Siria e Libano, malgrado la guerra fosse finita da una
ventina di giorni, si capiva che aveva mutato ogni profilo: colonne
di camion carichi di scorte alimentari, fermi da settimane sotto il
caldo sole di un’estate mediorientale; famiglie incolonnate che
rientravano nel paese dei cedri dopo essere state rifugiate a Damasco
per settimane.

Varcare
il confine è stato scoprire la polvere. Scoprire come è
facile trasformare infrastrutture, palazzi, strade e piste di
atterraggio in polvere e come è impossibile far la stessa cosa
con un popolo intenzionato a resistere. Strade sconosciute mi hanno
portato a Beirut, parallele alle già percorse autostrade ora
bombardate, ai ponti che giacevano al suolo, quasi intatti, come se
ci fossero stati poggiati da enormi mani.
Beirut, come sempre,
appare all’improvviso, quando abbandoni le montagne per scendere
verso il mare… appare elegante, avvolta nella sua umidità e
nella sua nuova nuvola di polvere. Una polvere irrespirabile,
sottile, capace di insinuarsi e lacerare ogni respiro, di affaticare
il passo, di infastidire lo sguardo. Beirut è una città
di contraddizioni lancinanti e poco velate. Beirut è una città
dalle tante facce, occidentale, ricca, laica…la città delle
belle donne, delle macchine di lusso, dei locali sul lungomare, delle
enormi piscine, dell’ostentazione del lusso: Beirut in alcuni punti
ha il sapore della Florida con gli odori d’Oriente. Ma Beirut è
anche case distrutte da vent’anni di guerra civile, è una
città estremamente religiosa, divisa, sofferente; una città
dove le periferie si incastrano ai campi profughi palestinesi, dove
l’odio può esplodere letale in ogni momento.

Dopo
la sua sesta guerra Beirut appare ancora più avvolta dalle sue
contraddizioni, che scompaiono rapide quando il panorama si fa
avvolgere da quella polvere dal sapore di morte. Appena si scende
verso Chatila, sulla martoriata strada per l’aeroporto
internazionale e si arriva ai quartieri sciiti, ci si dimentica
subito della lussuosa downtown. Haret Hreik, quartiere sciita e
roccaforta Hizballah dona un benvenuto struggente. Un quartiere di
periferia dagli enormi palazzi, ridotti in polvere. Tutto è in
movimento, la ricostruzione gestita dal “Partito di Dio”è
inarrestabile. Cumuli di macerie vengono spostati verso il mare, mura
vengono definitivamente abbattute e velocemente ricostruite, la
popolazione è tutta a lavoro o a far andare avanti le attività
lavorative come se nulla fosse passato sui loro cieli. Tra le strade
di questa periferia dalle donne nere, si inizia a respirare la forza
della resistenza, più potente di quella polvere letale che
invano ha provato a coprire, a piegare, a sciogliere.

La
sposa di Beirut mi ha insegnato a sopportare quell’odore,
quell’orrore.
Sospeso tra l’esser donna immago e resistente,
quel manichino mi è apparso il simbolo di quello che avevo
davanti e che non sapevo descrivere nè spiegarmi. Lei sembrava
conoscere la strada per riprendere un respiro normale, lei sembrava
sorridere a quella polvere puzzolente: era lì a dirci che non
solo si doveva andare avanti, ma bisognava farlo con la sua eleganza,
con quella bellezza che malgrado tutto riusciva a trasmettere solo
serenità. La sposa di Beirut, sembrava coronare il suo amore
su quel cemento sbriciolato, la sposa di Beirut appariva capace di
coprire quei rumori con un canto di lotta e d’amore, di insegnare a
quelle donne velate la bellezza del suo viso scoperto, di reagire
allo stupro di quella terra. Sapeva di speranza, di ribellione, di
poetica ed immortale bellezza. Mentre la ricca Beirut beveva cocktail
in riva al mare, mentre faceva jogging per tenersi in forma, i
quartieri sciiti urlavano di dolore e d’odio. Muovono macerie,
allattano bambini, sorridono e faticano sapendo che non sarà
l’ultima volta, che dovranno insegnare la stessa cosa ai loro bei
bimbi.
A ricostruire continuamente, a non arrendersi, ad amare la
propria terra e i rifugiati che in essa sono ospitati da decenni, ad
odiare quello che cade dal cielo, quelle bombe cieche sporche sempre
dello stesso sangue.
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