08/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una ragazza curda di nome Nakshin ci ha raccontato la sua storia

Donna KurdaDa giorni vedevo Liisa, la nostra infermiera finlandese, nel Centro Ustionati di Erbil impegnata ore e ore con Nakshin, cercando di farsi capire nonostante la lingua diversa.

In questo Centro sono molte le donne ricoverate per “incidenti domestici”, ma più di una volta abbiamo avuto il sospetto che in realtà si trattasse di tentati suicidi. Non ne abbiamo mai avuto conferma, perché le pazienti hanno sempre negato. Nakshin, con l’aiuto del nostro capo-infermiere curdo nelle vesti di interprete, ci ha raccontato la sua storia. «Mi chiamo Nakshin, e sono una ragazza curda. Provengo da un villaggio di 13 famiglie, di nome Careas Claow, sulle montagne curde vicino al confine iraniano. Come tutti quelli che vivono in montagna la nostra è una vita di pastori. Mio padre è morto quando avevo cinque anni. Ho un fratello di sei anni più grande di me e una sorella più giovane. Nel mio villaggio c’era una scuola che io frequentai sino alla terza classe, poi mio fratello mi obbligò a interrompere gli studi».

«Dato che mio padre era morto, lui era diventato il responsabile della famiglia e poteva decidere di me. E lui disse che le ragazze devono stare a casa, che non hanno bisogno di nessuna educazione. Mi sposai quando avevo dodici anni: mio fratello mi vendette per sei braccialetti d’oro. Mio marito era un pastore, proveniva da un villaggio vicino al mio, e aveva circa la mia età. Era bello e ci amavamo. Rimasi sposata con lui per poco più di cinque anni, durante i quali avemmo due bambine, ma la sua famiglia non era contenta, perché erano femmine. La famiglia lo convinse che aveva bisogno di un’altra moglie perché io non ero capace di avere figli maschi. Divorziammo dopo appena cinque mesi dalla nascita della mia seconda bambina. Le mie figlie vennero date alla nonna di mio marito; io avrei voluto tenerle con me, ma mio fratello non me lo permise. Ora le bambine dovrebbero avere circa undici anni l’una e sei anni l’altra. Da allora non le ho più viste».

«Andai a Sulaimaniya da alcuni parenti e vi rimasi per sei . Durante questo periodo molti uomini mi chiesero in moglie, ma non offrirono abbastanza soldi a mio fratello, che chiedeva circa 10.000 dinari curdi (circa 770 dollari). Alla fine un uomo, molto più vecchio di me, iniziò a trattare il prezzo. Mio fratello accettò di vendermi al prezzo di 5.000 dinari. All’inizio non ero d’accordo, ma poi accettai perché avevo bisogno di aiuto: le donne nei villaggi curdi di montagna non hanno molte possibilità di vivere senza un marito. Vissi nella stessa casa delle altre tre mogli di Rasul. Andavamo d’accordo quando lui non c’era, mentre quando era a casa avevamo qualche discussione».

«Durante il primo mese le tre mogli gli chiedevano come mai mi avesse portato in casa, nonostante non fossi in grado di avere figli. Ma come potevo averne? Ero sposata da solo un mese. Secondo le nostre tradizioni, se un uomo ha più di una moglie, di solito dorme due o tre notti con una e poi cambia. Ma Rasul stava con me molto più tempo che con le altre. Era un venerdì sera, Rasul venne a casa e mi accusò di creargli problemi con le altre mogli. “Io ti ho pagata” mi disse. Mi sono sentita come un animale che può essere venduto e comprato. Discutemmo tutta la sera. Rasul iniziò a picchiarmi e continuò per tutta la notte. Mi svegliai circa alle 4 del mattino. Penso di essere stata incosciente sino a quell’ora. Gli dissi che mi sarei bruciata».

«Al mattino, mentre tutti erano impegnati con il lavoro, presi un recipiente di petrolio e versai del liquido sopra i miei vestiti. Nascosi una scatola di fiammiferi nelle mie maniche e andai da Rasul a dirgli che mi sarei data fuoco. Dopodichè lo feci: mi diedi fuoco di fronte a lui. Lui non fece nessun gesto per fermare le fiamme. Al contrario iniziò a insultarmi. Andai vicino una pozza d’acqua fuori dalla nostra casa per spegnere le fiamme e alleviare il dolore. Più tardi, Rasul e suo fratello mi portarono all’ospedale pubblico di Sulaimaniya. Durante il tragitto verso l’ospedale, continuavano a dirmi di non raccontare che mi ero data fuoco, perché la polizia avrebbe fatto troppe domande. Minacciarono di uccidermi con una iniezione di veleno, se avessi detto qualcosa. Così non dissi niente».

«In ospedale raccontai che c’era stata una esplosione della stufa a gas. Entrambe le mie gambe, le mie mani e l’addome erano bruciati. Per tre giorni rimasi semicosciente. Mi dissero che mi ero bruciata più del 50 per cento del mio corpo, stetti così in ospedale per quattro mesi. Questo ospedale non era gratis. Rasul pagò il mio trattamento per il primo mese. Inoltre quando fui in ospedale scoprii di essere incinta. Rasul decise di non avere più contatti con me. Sono stata sposata con lui solo un mese. Dopo quattro mesi di trattamento nell’ospedale pubblico, mio fratello mi portò a casa sua a Erbil, dove viveva con nostra madre, che si prese cura di me. Mi lavò e mi nutrì, venivo portata in bagno sopra un lenzuolo. Non avevamo sedie a rotelle in casa».

«Nonostante venissi curata bene da mia madre, sentivo che mio fratello mi trattava come un cane a cui vengono gettati gli avanzi. Le mie gambe iniziarono a contrarsi al ginocchio, a causa delle cicatrici dell’ustione, e la mia gamba sinistra anche all’altezza dell’anca. Anche le mie mani si contrassero spaventosamente. Non ero più capace di camminare e vestirmi. La mia famiglia non aveva soldi per pagare le cure. Mio fratello mi accusava continuamente di avergli creato problemi. Persi il bambino».

«Sentimmo che c’era un ospedale gratuito a Erbil, che si prende cura dei pazienti ustionati. Fui portata in quell’Ospedale. Il dottor Hussein mi visitò e mi disse che avrebbe potuto fare qualche cosa per le mie gambe e le mie mani. Ora sono nell’ospedale di Emergency a Erbil dall’8 luglio 2003 (la mattina in cui mi diedi fuoco fu 5 mesi prima). Durante questi mesi sono stata sottoposta a 5 operazioni. Le vecchie cicatrici sono state rimosse e una nuova pelle è stata trapiantata sulle ginocchia, sulle mani e sull’anca sinistra. Ora posso flettere le ginocchia. Le mie mani sembrano tornate normali, ma è ancora difficile muovere le dita e il polso. Nella gamba sinistra ho ancora un gesso. Sono capace di andare da sola in carrozzina a scuola e in fisioterapia (l’ospedale ha una scuola interna)».

«Vado a scuola tutti i giorni: ora sono nella quarta classe. Al momento sento che non c’è futuro per me. Non so ancora bene come potrò camminare o usare le mie mani. Quando non avrò più bisogno di cure l’unico posto per me sarà ancora la casa di mio fratello. Quel fratello che mi ha venduto due volte. L’ospedale di Emergency ha un programma speciale per le persone disabili, che insegna loro un lavoro. Sono stata accettata in questo programma. Inizierò a frequentarlo nel Centro di Riabilitazione di Sulaimaniya appena sarò in grado di camminare meglio e di usare le mie mani. Quello che spero è di essere in grado di gestire la mia vita così da non chiedere più aiuto a nessuno. Non voglio più nessun marito»

Nakshin ha 24 anni. Ha una gamba ancora ingessata, l’altra ha un ginocchio rigido anche a causa di lesioni nervose. Camminare le è difficile anche con l’aiuto delle parallele, ma lei prova duramente ogni giorno. Le dita delle mani sono ancora deboli, ma è in grado di mangiare e vestirsi da sola. Continuano le discussioni con il fratello perchè le permetta di andare al centro di Riabilitazione di Sulaimaniya. Proprio ieri Liisa mi ha fatto incontrare il fratello di Nakshin; abbiamo parlato a lungo, gli ho garantito che le cure di sua sorella saranno completamente gratuite e che dovrebbe essere contento di vedere i miglioramenti che lei, con il duro lavoro che sta facendo, ha ottenuto.

Alla fine ha accettato di lasciare andare Nakshin al Corso di formazione professionale a Sulaimaniya.

Mario Ninno


 

Categoria: Donne
Luogo: Iraq
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