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Da giorni vedevo Liisa, la nostra infermiera finlandese, nel Centro
Ustionati di Erbil impegnata ore e ore con Nakshin, cercando di farsi
capire nonostante la lingua diversa.
In questo Centro sono molte le donne ricoverate per “incidenti
domestici”, ma più di una volta abbiamo avuto il sospetto che in realtà
si trattasse di tentati suicidi. Non ne abbiamo mai avuto conferma,
perché le pazienti hanno sempre negato. Nakshin, con l’aiuto del nostro
capo-infermiere curdo nelle vesti di interprete, ci ha raccontato la
sua storia. «Mi chiamo Nakshin, e sono una ragazza curda. Provengo da
un villaggio di 13 famiglie, di nome Careas Claow, sulle montagne curde
vicino al confine iraniano. Come tutti quelli che vivono in montagna la
nostra è una vita di pastori. Mio padre è morto quando avevo cinque
anni. Ho un fratello di sei anni più grande di me e una sorella più
giovane. Nel mio villaggio c’era una scuola che io frequentai sino alla
terza classe, poi mio fratello mi obbligò a interrompere gli studi».
«Dato che mio padre era morto, lui era diventato il responsabile della
famiglia e poteva decidere di me. E lui disse che le ragazze devono
stare a casa, che non hanno bisogno di nessuna educazione. Mi sposai
quando avevo dodici anni: mio fratello mi vendette per sei braccialetti
d’oro. Mio marito era un pastore, proveniva da un villaggio vicino al
mio, e aveva circa la mia età. Era bello e ci amavamo. Rimasi sposata
con lui per poco più di cinque anni, durante i quali avemmo due
bambine, ma la sua famiglia non era contenta, perché erano femmine. La
famiglia lo convinse che aveva bisogno di un’altra moglie perché io non
ero capace di avere figli maschi. Divorziammo dopo appena cinque mesi
dalla nascita della mia seconda bambina. Le mie figlie vennero date
alla nonna di mio marito; io avrei voluto tenerle con me, ma mio
fratello non me lo permise. Ora le bambine dovrebbero avere circa
undici anni l’una e sei anni l’altra. Da allora non le ho più viste».
«Andai a Sulaimaniya da alcuni parenti e vi rimasi per sei . Durante
questo periodo molti uomini mi chiesero in moglie, ma non offrirono
abbastanza soldi a mio fratello, che chiedeva circa 10.000 dinari curdi
(circa 770 dollari). Alla fine un uomo, molto più vecchio di me, iniziò
a trattare il prezzo. Mio fratello accettò di vendermi al prezzo di
5.000 dinari. All’inizio non ero d’accordo, ma poi accettai perché
avevo bisogno di aiuto: le donne nei villaggi curdi di montagna non
hanno molte possibilità di vivere senza un marito. Vissi nella stessa
casa delle altre tre mogli di Rasul. Andavamo d’accordo quando lui non
c’era, mentre quando era a casa avevamo qualche discussione».
«Durante il primo mese le tre mogli gli chiedevano come mai mi avesse
portato in casa, nonostante non fossi in grado di avere figli. Ma come
potevo averne? Ero sposata da solo un mese. Secondo le nostre
tradizioni, se un uomo ha più di una moglie, di solito dorme due o tre
notti con una e poi cambia. Ma Rasul stava con me molto più tempo che
con le altre. Era un venerdì sera, Rasul venne a casa e mi accusò di
creargli problemi con le altre mogli. “Io ti ho pagata” mi disse. Mi
sono sentita come un animale che può essere venduto e comprato.
Discutemmo tutta la sera. Rasul iniziò a picchiarmi e continuò per
tutta la notte. Mi svegliai circa alle 4 del mattino. Penso di essere
stata incosciente sino a quell’ora. Gli dissi che mi sarei bruciata».
«Al mattino, mentre tutti erano impegnati con il lavoro, presi un
recipiente di petrolio e versai del liquido sopra i miei vestiti.
Nascosi una scatola di fiammiferi nelle mie maniche e andai da Rasul a
dirgli che mi sarei data fuoco. Dopodichè lo feci: mi diedi fuoco di
fronte a lui. Lui non fece nessun gesto per fermare le fiamme. Al
contrario iniziò a insultarmi. Andai vicino una pozza d’acqua fuori
dalla nostra casa per spegnere le fiamme e alleviare il dolore. Più
tardi, Rasul e suo fratello mi portarono all’ospedale pubblico di
Sulaimaniya. Durante il tragitto verso l’ospedale, continuavano a dirmi
di non raccontare che mi ero data fuoco, perché la polizia avrebbe
fatto troppe domande. Minacciarono di uccidermi con una iniezione di
veleno, se avessi detto qualcosa. Così non dissi niente».
«In ospedale raccontai che c’era stata una esplosione della stufa a
gas. Entrambe le mie gambe, le mie mani e l’addome erano bruciati. Per
tre giorni rimasi semicosciente. Mi dissero che mi ero bruciata più del
50 per cento del mio corpo, stetti così in ospedale per quattro mesi.
Questo ospedale non era gratis. Rasul pagò il mio trattamento per il
primo mese. Inoltre quando fui in ospedale scoprii di essere incinta.
Rasul decise di non avere più contatti con me. Sono stata sposata con
lui solo un mese. Dopo quattro mesi di trattamento nell’ospedale
pubblico, mio fratello mi portò a casa sua a Erbil, dove viveva con
nostra madre, che si prese cura di me. Mi lavò e mi nutrì, venivo
portata in bagno sopra un lenzuolo. Non avevamo sedie a rotelle in
casa».
«Nonostante venissi curata bene da mia madre, sentivo che mio fratello
mi trattava come un cane a cui vengono gettati gli avanzi. Le mie gambe
iniziarono a contrarsi al ginocchio, a causa delle cicatrici
dell’ustione, e la mia gamba sinistra anche all’altezza dell’anca.
Anche le mie mani si contrassero spaventosamente. Non ero più capace di
camminare e vestirmi. La mia famiglia non aveva soldi per pagare le
cure. Mio fratello mi accusava continuamente di avergli creato
problemi. Persi il bambino».
«Sentimmo che c’era un ospedale gratuito a Erbil, che si prende cura
dei pazienti ustionati. Fui portata in quell’Ospedale. Il dottor
Hussein mi visitò e mi disse che avrebbe potuto fare qualche cosa per
le mie gambe e le mie mani. Ora sono nell’ospedale di Emergency a Erbil
dall’8 luglio 2003 (la mattina in cui mi diedi fuoco fu 5 mesi prima).
Durante questi mesi sono stata sottoposta a 5 operazioni. Le vecchie
cicatrici sono state rimosse e una nuova pelle è stata trapiantata
sulle ginocchia, sulle mani e sull’anca sinistra. Ora posso flettere le
ginocchia. Le mie mani sembrano tornate normali, ma è ancora difficile
muovere le dita e il polso. Nella gamba sinistra ho ancora un gesso.
Sono capace di andare da sola in carrozzina a scuola e in fisioterapia
(l’ospedale ha una scuola interna)».
«Vado a scuola tutti i giorni: ora sono nella quarta classe. Al momento
sento che non c’è futuro per me. Non so ancora bene come potrò
camminare o usare le mie mani. Quando non avrò più bisogno di cure
l’unico posto per me sarà ancora la casa di mio fratello. Quel fratello
che mi ha venduto due volte. L’ospedale di Emergency ha un programma
speciale per le persone disabili, che insegna loro un lavoro. Sono
stata accettata in questo programma. Inizierò a frequentarlo nel Centro
di Riabilitazione di Sulaimaniya appena sarò in grado di camminare
meglio e di usare le mie mani. Quello che spero è di essere in grado di
gestire la mia vita così da non chiedere più aiuto a nessuno. Non
voglio più nessun marito»
Nakshin ha 24 anni. Ha una gamba ancora ingessata, l’altra ha un
ginocchio rigido anche a causa di lesioni nervose. Camminare le è
difficile anche con l’aiuto delle parallele, ma lei prova duramente
ogni giorno. Le dita delle mani sono ancora deboli, ma è in grado di
mangiare e vestirsi da sola. Continuano le discussioni con il fratello
perchè le permetta di andare al centro di Riabilitazione di
Sulaimaniya. Proprio ieri Liisa mi ha fatto incontrare il fratello di
Nakshin; abbiamo parlato a lungo, gli ho garantito che le cure di sua
sorella saranno completamente gratuite e che dovrebbe essere contento
di vedere i miglioramenti che lei, con il duro lavoro che sta facendo,
ha ottenuto.
Alla fine ha accettato di lasciare andare Nakshin al Corso di formazione professionale
a Sulaimaniya.