Il missionario accusato di collusione con le Farc racconta la Colombia e le sue amare contraddizioni
scritto da
Padre Giacinto Franzoi
" Libertà vo cercando, ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta..."
Quello che provo in questo “volo” di ritorno verso l’Italia, il mio paese di
origine, é una sensazione nuova, indescrivibile, mai vissuta prima, perché imprevedibile….
Tutto ciò che è accaduto e che continua è frutto della guerra, del sospetto,
della vendetta, ben lontano da un concetto di bene comune, che qualsiasi democrazia
di questo mondo dovrebbe garantire ai propri cittadini.
La guerra che si vive in Colombia è una guerra mai dichiarata e riconosciuta
dai libri di storia.
Si parla di conflitto,di violenza, di eserciti armati, di piccole e grandi repubbliche
indipendenti, dove ogni attore e padrone di questi eserciti impone la sua legge
e le sue convenienze.

In questa realtà di impossibilità di imporre la legge di Stato, la Colombia,
da quasi 50 anni ha fatto perdere ogni credibilità nelle istituzioni.
I numeri di questa violenza generalizzata sono impressionanti.
Ogni regione che compone la Repubblica di Colombia è un mondo a sé, che difficilmente
riesce a dare un’idea di Patria al colombiano.
Un nazionalismo esteriore, a volte eccessivo, nasconde la drammaticità del problema
sociale.
Una cultura e una religione “di importazione” promuovono la corsa a costruire
un’immagine propria e del Paese ben lontana dalla realtà.
Un sovrapporsi di guerre, di eserciti, di padri e padroni, causano una fuga generalizzata
dei contadini dalla campagna alle grandi città, facendo nascere quelle grandi
baraccopoli di rifugiati e perseguitati politici.
Tutto qui è contraddittorio: il contrasto è pane quotidiano per i 50 milioni
di abitanti e la separazione tra odio e amore, pace e guerra, perdono e vendetta,
speranza e disperazione dura quanto un tramonto o un sorgere del sole.
Convivere 30 anni in un paese amico, che ho adottato e fatto mio, con il quale
mi sono identificato nel riconoscere i protagonisti di queste tragedie, con i
quali ho diretto ogni sforzo umano e spirituale... mi ha fatto convincere che
stavo agendo bene, al di là di ogni interesse personale o di parte.
Mi ero convinto che la scommessa fatta in cui ho messo in gioco la mia vita,
l’onore e le risorse nello sforzo di far emergere ogni valore umano era il cammino
corretto.
La scelta di parlare per coloro che non avevano voce, di difendere la vita senza
distinzione, di accompagnare sopratutto gli emarginati, diventava per me un impegno
sempre più forte, convinto di fare missione e costruire patria.
Mai sospettavo che anche sopra la mia persona soffiasse “l' uragano” del sospetto
e dell’ accusa di Stato.

Questo complotto non contribuisce alla riconciliazione, perché, se qualcuno aveva
interesse a togliermi dal cammino, vi erano anche altri strumenti: la guerra,
come sappiamo, ammette ogni mezzo.
Mentre io ancora sono libero, una trentina di miei parrocchiani sono prigionieri
nelle carceri di Stato, accusati degli stessi crimini dei quali accusavano me.
Perché con me c'è stato un trattamento di privilegio? Non lo saprò mai.
La parola di un criminale, che si consegna all’Esercito come informatore, è più
credibile di quella di un qualsiasi cittadino per bene. Accusato e accusatore,
vittima e carnefice convivono nella stessa istituzione in un ultimo istinto di
sopravvivenza, più forte della verità e del rispetto per la vita.
Generazioni spinte dalla disperazione verso orizzonti oscuri, conquistando spazi
di libertà, lontani da una legge di Stato che non li protegge.
Questa spirale di rancore e vendetta spinge alla criminalità organizzata, a rivoluzioni
armate con sete di potere, dove il diritto dell’altro viene inesorabilmente violato,
anche attraverso una giustizia “fai da te”… più conveniente ed ad una economia
di avventura.

Nei miei 30 anni di missione ho fatto ritorno in Italia varie volte e ogni partenza
aveva il presagio di un non ritorno, perché mi accorgevo che il tessuto sociale
dei miei parrocchiani era “viziato” nel suo profondo. Fino a quando non ci sarà
una conversione di fondo prevarrà il saccheggio della fede, della cultura, dei
valori fondamentali dell’uomo, della terra, della economia e non ci sarà futuro.
Ma poi l’amore incondizionato a questa terra era tale che dopo pochi mesi ritornavo
alla missione.
Evangelizzare la coca o il coquero… il mafioso, il guerrigliero o il soldato..
un contadino amazzonico o un lider politico corrotto e incapace…era una impresa
che esigeva la rassegnazione di navigare contro corrente e aspettare!
Non rinnego nulla di quello che ho fatto per l'uomo del Caguán: lo rifarei perché
riconosco che questo era “fare missione”, in una periferia geografica dove la
gente viveva una tragedia umana che segnerà per sempre la storia della Colombia
e del mondo.
La semente è stata gettata in questo campo amazzonico e la cosa più importante
di questa esperienza è che tutto è successo in tempi di guerra e se ha sopravissuto
alle intemperie della lotta armata, degli acquazzoni tropicali, vuol dire che
la speranza è l' ultima a morire.
Il futuro è stato tracciato, i cammini sono aperti a tante soluzioni, spetta
a loro, ai veri attori, essere protagonisti del cambio sociale, spetta a loro
scendere a patti..e se vogliono integrarsi nel contesto sociale del paese, devono
riconoscere il proprio peccato, con il quale hanno convissuto per anni e cioè
riconoscere che il principio machiavellico che il fine giustifica i mezzi non
promuove la giustizia, la convivenza e una economia solidale.
- Il carcere, inteso come solitudine, abbandono degli altri…che in un
dato momento della vita, ciascuno di noi può sperimentare è frutto dell’uomo,
e non c'é peggiore isolamento di quello in cui una persona vive senza conoscere
“il delitto” per il quale lo si accusa.
“ Se non parlassi io parlerebbero le pietre". Alla fine di questa esperienza,
unica nel suo genere, non rimane che un sogno o un diritto: uscire da questo carcere
e rivedere la luce.
…"e quindi uscimmo a riveder le stelle”. Dante Alighieri.