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Quando Nazire rimase incinta, suo padre promise di ucciderla. Poco
importava che avesse appena quindici anni, e che il figlio che portava
in grembo fosse frutto di uno stupro ad opera dell'autista della
famiglia benestante per cui lavorava.
Stando alle tradizioni tribali ancora prevalenti in questa regione
tribale e conservatrice nell'angolo nord-occidentale dell'Iraq curdo,
Nazire ha disonorato la reputazione della sua famiglia. Solo la sua
morte - un delitto d'onore - può riparare l'offesa.
Se la tradizione fosse stata rispettata, lei non sarebbe altro, adesso,
che un dato statistico, una singola cifra aggiunta alle 382 donne di
cui è stata accertata l'uccisione da parte delle loro famiglie tra il
1998 e il 2002 nella metà settentrionale dell'Iraq curdo. Invece, è
viva ed al sicuro con suo figlio di tre anni, Amar.
La storia della sua sopravvivenza è emblematica del modo in cui il
Kurdistan, indipendente di fatto da Baghdad dal 1991, si sia lentamente
trasformato nell'ultimo decennio con l'aiuto di decine di
organizzazioni non governative che operano nel paese. "Quando il fatto
è accaduto, non avevo nessuno con cui parlare e passarono sei mesi
prima di capire cosa mi stava accadendo", dice. "L'autista mi aveva
detto di non preoccuparmi. Mi disse che avrebbe risolto tutto lui. Io
ero solo una bambina e mi fidai di lui." Invece, aveva famiglia per
conto suo e l'abbandonò. Il suo bambino le fu tolto il giorno dopo il
parto. Avvertiti dai dottori, tre poliziotti la scortarono dal reparto
maternità al carcere. "Dissero che era solo per proteggermi" spiega
Nazire. "Ma passarono tre settimane prima che potessi rivedere di nuovo
Amar". "Più che per proteggerla, per punirla" sbuffa Christian
Lagerlof, il rappresentante per il Medio Oriente della Diakonia, ONG
svedese.
Lo staff locale della Diakonia ha fatto pressioni per sentenze più
rigide contro i delitti d'onore. I risultati si sono visti nel 2002,
con una nuova legge che equipara il delitto d'onore all'omicidio.
Sebbene più importante, nel concreto, per le ragazze come Nazire sia
stata la concessione di fondi dell'organizzazione per la costruzione di
un centro di accoglienza per donne nella periferia di Dohuk. "Dietro
alte mura e con guardiani all'ingresso, le donne qui sanno che sono al
sicuro" dice la direttrice della centro, Mariam Sheikmuhamad. "E ci
prendiamo cura dei loro bambini". Ma l'aspetto più stringente del
lavoro fatto dallo staff della signora Sheikmuhamad è il trovare un
futuro alle residenti. "Non c'è futuro per una madre sola in
Kurdistan", dice. "Quindi dobbiamo essere pragmatici”.
Delle otto donne che sono state ospitate nel centro dalla sua apertura
nel 2000, due sono state aiutate a trovare un marito che volesse
prendersi cura di loro e dei loro bambini. Altre due sono state aiutate
a trasferirsi con la famiglia lontano da Dohuk. Dopo tre visite di
Sheikmuhamad, il padre di Nazire ha solo accennato alla volontà di
trovare un compromesso. Il padre dello stupratore ha risposto più
positivamente, indicando che accetterà le sue responsabilità su Amar se
i test del DNA proveranno la paternità di suo figlio. "Noi speriamo che
aiuti economicamente la famiglia" spiega Halas Yousif, uno dei due
avvocati del centro. "Ma almeno, Amar sarà riconosciuto legalmente. Al
momento, è un bambino invisibile".
L'autista, che ha negato ogni rapporto con Nazire, sta ora scontando
una pena di sei anni per stupro. Secondo Shirin Amedi,
segretaria generale dell'Unione Donne Curde, il caso è un'evidenza
della velocità con cui la società curda sta cambiando. "Il fatto che il
giudice abbia condannato l'autista è una chiara prova di questo" dice.
"Tutto quello che aveva era la parola dell’uomo contro quella della
donna. E ha creduto a lei." Grazie in gran parte al sostegno dei media
locali alla riforma, aggiunge, il numero dei casi di delitti d'onore
registrati è calato sensibilmente da quando la signora Amedi ha
commissionato l'indagine 1998-2002.
Tornando al centro, Sheikmuhamad è meno ottimista. La sua richiesta di
pubblicizzare il centro sui giornali locali è stata rifiutata. "Possono
essere stati i direttori stessi ei giornali, o le autorità a bloccarmi"
dice. Per certo sa che ci sono voluti nove mesi per convincere il
governatore a trasferire Nazire nel centro. Altre donne - adultere
consenzienti, donne violentate e madri sole - sono ancora rinchiuse nel
carcere della città. "La mentalità cambia molto più lentamente delle
leggi" sospira.
La maggior speranza di Nazire, frattanto, è che suo padre la perdoni.
“La mia famiglia può essere in collera con me, ma io non ho
risentimento verso di loro. Mi mancano molto.” dice. Anche se la causa
è risolta, la sua maggior preoccupazione è per suo figlio. ”Voglio solo
che abbia un padre come ogni bambino. Mi addolora dirlo, ma spesso
penso che sarebbe stato meglio per lui se lo avessi abbandonato.”