05/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il numero dei 'delitti d'onore' registrati nel nord dell'Iraq cala

Bimba KurdaQuando Nazire rimase incinta, suo padre promise di ucciderla. Poco importava che avesse appena quindici anni, e che il figlio che portava in grembo fosse frutto di uno stupro ad opera dell'autista della famiglia benestante per cui lavorava.

Stando alle tradizioni tribali ancora prevalenti in questa regione tribale e conservatrice nell'angolo nord-occidentale dell'Iraq curdo, Nazire ha disonorato la reputazione della sua famiglia. Solo la sua morte - un delitto d'onore - può riparare l'offesa.

Se la tradizione fosse stata rispettata, lei non sarebbe altro, adesso, che un dato statistico, una singola cifra aggiunta alle 382 donne di cui è stata accertata l'uccisione da parte delle loro famiglie tra il 1998 e il 2002 nella metà settentrionale dell'Iraq curdo. Invece, è viva ed al sicuro con suo figlio di tre anni, Amar.

La storia della sua sopravvivenza è emblematica del modo in cui il Kurdistan, indipendente di fatto da Baghdad dal 1991, si sia lentamente trasformato nell'ultimo decennio con l'aiuto di decine di organizzazioni non governative che operano nel paese. "Quando il fatto è accaduto, non avevo nessuno con cui parlare e passarono sei mesi prima di capire cosa mi stava accadendo", dice. "L'autista mi aveva detto di non preoccuparmi. Mi disse che avrebbe risolto tutto lui. Io ero solo una bambina e mi fidai di lui." Invece, aveva famiglia per conto suo e l'abbandonò. Il suo bambino le fu tolto il giorno dopo il parto. Avvertiti dai dottori, tre poliziotti la scortarono dal reparto maternità al carcere. "Dissero che era solo per proteggermi" spiega Nazire. "Ma passarono tre settimane prima che potessi rivedere di nuovo Amar". "Più che per proteggerla, per punirla" sbuffa Christian Lagerlof, il rappresentante per il Medio Oriente della Diakonia, ONG svedese.

Lo staff locale della Diakonia ha fatto pressioni per sentenze più rigide contro i delitti d'onore. I risultati si sono visti nel 2002, con una nuova legge che equipara il delitto d'onore all'omicidio. Sebbene più importante, nel concreto, per le ragazze come Nazire sia stata la concessione di fondi dell'organizzazione per la costruzione di un centro di accoglienza per donne nella periferia di Dohuk. "Dietro alte mura e con guardiani all'ingresso, le donne qui sanno che sono al sicuro" dice la direttrice della centro, Mariam Sheikmuhamad. "E ci prendiamo cura dei loro bambini". Ma l'aspetto più stringente del lavoro fatto dallo staff della signora Sheikmuhamad è il trovare un futuro alle residenti. "Non c'è futuro per una madre sola in Kurdistan", dice. "Quindi dobbiamo essere pragmatici”.

Delle otto donne che sono state ospitate nel centro dalla sua apertura nel 2000, due sono state aiutate a trovare un marito che volesse prendersi cura di loro e dei loro bambini. Altre due sono state aiutate a trasferirsi con la famiglia lontano da Dohuk. Dopo tre visite di Sheikmuhamad, il padre di Nazire ha solo accennato alla volontà di trovare un compromesso. Il padre dello stupratore ha risposto più positivamente, indicando che accetterà le sue responsabilità su Amar se i test del DNA proveranno la paternità di suo figlio. "Noi speriamo che aiuti economicamente la famiglia" spiega Halas Yousif, uno dei due avvocati del centro. "Ma almeno, Amar sarà riconosciuto legalmente. Al momento, è un bambino invisibile".

L'autista, che ha negato ogni rapporto con Nazire, sta ora scontando una pena di sei anni per stupro. Secondo Shirin Amedi, segretaria generale dell'Unione Donne Curde, il caso è un'evidenza della velocità con cui la società curda sta cambiando. "Il fatto che il giudice abbia condannato l'autista è una chiara prova di questo" dice. "Tutto quello che aveva era la parola dell’uomo contro quella della donna. E ha creduto a lei." Grazie in gran parte al sostegno dei media locali alla riforma, aggiunge, il numero dei casi di delitti d'onore registrati è calato sensibilmente da quando la signora Amedi ha commissionato l'indagine 1998-2002.

Tornando al centro, Sheikmuhamad è meno ottimista. La sua richiesta di pubblicizzare il centro sui giornali locali è stata rifiutata. "Possono essere stati i direttori stessi ei giornali, o le autorità a bloccarmi" dice. Per certo sa che ci sono voluti nove mesi per convincere il governatore a trasferire Nazire nel centro. Altre donne - adultere consenzienti, donne violentate e madri sole - sono ancora rinchiuse nel carcere della città. "La mentalità cambia molto più lentamente delle leggi" sospira.

La maggior speranza di Nazire, frattanto, è che suo padre la perdoni. “La mia famiglia può essere in collera con me, ma io non ho risentimento verso di loro. Mi mancano molto.” dice. Anche se la causa è risolta, la sua maggior preoccupazione è per suo figlio. ”Voglio solo che abbia un padre come ogni bambino. Mi addolora dirlo, ma spesso penso che sarebbe stato meglio per lui se lo avessi abbandonato.”

Alessandro Grandi 
Categoria: Diritti, Donne
Luogo: Iraq
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