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Le grandi manovre. Lo aveva già
anticipato ieri Alì Shirazi, hojatoleslam (titolo
onorifico che indica un'autorità religiosa) dei Guardiani
della Rivoluzione, truppe d'élite religiose iraniane,
dichiarando: ''Se vi sarà un attacco contro i nostri impianti
nucleari, l'Iran metterà a ferro e a fuoco Tel Aviv e le navi
statunitensi che incrociano nel Golfo Persico. La prima pallottola
sparata dagli Usa contro l'Iran provocherà la distruzione
degli interessi vitali Usa in tutto il mondo''. Le parole infuocate
di Shirazi annunciavano le manovre delle forze aeree e navali dei
Guardiani nel Golfo. L'esercitazione è stata chiamata Profeta
3 e avviene a poche miglia di distanza dalla concentrazione di navi
militari Usa, sempre più numerose, schierate a difesa dello
stretto di Hormuz, via di transito del 40 percento del commercio
mondiale del petrolio, che l'Iran minaccia spesso di chiudere.
Durante le esercitazioni è stato testato, con successo,
secondo fonti governative iraniane, il razzo Shahab 3 che ha una
gittata tale da raggiungere Israele. Il giorno prima dell'inizio
delle manovre di Profeta 3, le marine militari di Usa, Gran Bretagna
e Bahrein (sede della Quinta flotta Usa) avevano a loro volta
terminato manovre congiunte durate cinque giorni. Nello spazio di
poche miglia marine e di pochi giorni, dunque, sembra che gli
eserciti mostrino i muscoli. A meno di un mese, come detto, dalle più
grandi esercitazioni recenti dell'aviazione israeliana che hanno
simulato operazioni in uno spazio aereo identico a quello che separa
Tel Aviv dall'Iran. C'è poco da stare allegri.
Mostrare i muscoli. Lo ha
confermato, all'inizio di luglio, l'ammiraglio Usa James Winnefeld,
comandante della Sesta flotta Usa nel Mediterraneo, secondo cui
l’Iran probabilmente lancerà un attacco con missili
balistici contro Israele, e gli Stati Uniti e gli alleati Nato devono
prepararsi a questa eventualità.
Il fronte interno. Un report,
pubblicato dal quotidiano israeliano Jerusalem Post
il 4 luglio scorso, racconta di come tra i collaboratori più
stretti della Guida Suprema della Rivoluzione, l'ayatollah Khamenei,
sia stato deciso di varare un piano chiamato 'Difesa Passiva' per
contenere, prevenire e annientare le operazioni di destabilizzazione
da parte di paesi stranieri. Il presidente Ahmadinejad, da tempo,
denuncia il tentativo dei nemici dell'Iran di fomentare le minoranze
del Paese (dove i persiani sono il 51 percento della popolazione)
contro il governo centrale. Gli arabi del Khuzestan, i curdi, gli
azeri, i baluci e così via. In effetti, negli ultimi mesi, c'è
stata una recrudescenza di attentati e scontri armati in queste
province tra ribelli e forze dell'ordine, ma non si è mai
potuto dimostrare che questa tensione sia foraggiata dall'estero. Gli
ayatollah, però, hanno deciso di muoversi per tempo, secondo
le fonti del Jp. L'operazione
'Difesa Passiva' s'ispira alla strategia israeliana attuata nelle
comunità di frontiera durante la guerra in Libano del 2006. Il
concetto è che una prima difesa venga affidata a milizie
volontarie territoriali, coordinate dal ministero degli Interni di
Teheran, i cosiddetti Basiji, che contano su circa 12 milioni di
uomini in tutto il Paese. A loro spetta una prima difesa della
comunità, ma soprattutto un attento lavoro d'intelligence
locale, per scoprire spie e infiltrati. Il conflitto armato, si
spera, potrà essere evitato, ma i vertici iraniani si sentono
già sotto assedio.Christian Elia