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Fuori, tra i vicoli della città vecchia imbiancata dalla neve, il canto dei muezin
delle moschee sovrasta il suono delle campane delle chiese cristiane.
“Le prime settimane di guerra per noi bambini erano solo un nuovo ed emozionante
gioco: ci divertivamo a stare tutti insieme nelle cantine, durante i bombardamenti,
a giocare a nascondino. Non ci rendevamo conto di quello che succedeva fuori.
Poi, un giorno, ho visto una via del centro piena di sangue, di morti, di gente
che gridava e piangeva. Era stata una granata. Da quel momento ho cominciato ad
avere paura. Ma non a capire”.
“Ma con il passare dei mesi e il continuare delle morti e delle stragi, le cose
cambiarono. I nostri vicini musulmani non ci salutavano più. Le mie amiche mi
trattavano male: dicevano che mia madre era una cetnica, una sanguinaria estremista
serba. Un vero insulto per una persona come mia madre. Ci denunciarono molte volte
alle milizie bosniache per farci arrestare. Non ci successe mai niente solo grazie
allo strano cognome di mio padre, che è di origini croate, e, alla lontana, ebraiche.
Ma molti altri serbi in città venivano catturati o uccisi. Anche per noi la vita
diventò sempre più difficile, finché mio padre non decise di lasciare la città
e rifugiarsi in Serbia. Andammo a Belgrado, dove ci sistemarono in un campo profughi
fuori città. Rimanemmo lì fino alla fine della guerra”.
“Quando siamo tornati qui ho trovato la mia città distrutta. Molti miei amici
erano morti o avevano perso dei familiari. Io iniziai a frequentare la chiesa
cattolica, e col tempo la vita riprese normalmente. Ma sentivo che qualcosa era
cambiato rispetto a prima nella testa e nel cuore della gente. La cosa più evidente
erano le decine di nuove moschee costruite con i soldi dei governi arabi mossi
da interessi politici: Arabia Saudita, Siria, Iran, Giordania, Pakistan. Moschee
diverse da quelle antiche di Bascarsija, la città vecchia turca di Sarajevo. In
queste nuove, gli imam, spesso arabi, avevano iniziato a predicare un tipo di
Islam diverso da quello tradizionale bosniaco, moderato e tollerante”.
Sarajevo è una città di confine tra due mondi, islamico e cristiano, un po’ come
Gerusalemme lo è tra quello islamico ed ebraico. Basta guardare il centro di questa
città. La parte orientale con le moschee, i vicoli pieni di botteghe artigianali,
le antiche casette di pietra e di legno: sembra di stare a Istanbul. E la parte
occidentale con le chiese cristiane, gli eleganti palazzi asburgici, le larghe
vie con i negozi alla moda e le vetrine: qui sembra invece di essere a Vienna.
Due mondi diversi che però avevano sempre convissuto in pace e con reciproco rispetto
perché le persone si consideravano come uomini, non come fedeli di una religione
o membri di un gruppo etnico.“Spero che la guerra non abbia distrutto per sempre questo equilibrio”, conclude Ninela. “Spero che la politica, che ha voluto una guerra che la gente non voleva, non rovini anche la pace”.
Enrico Piovesana