Curarsi in un campo profughi palestinese: il dramma della sanità a Sabra e Chatila
scritto per noi da
Michaela De Marco
"Io sono incinta, ma ho paura di
andare all'ospedale di Haifa, perché non hanno sufficienti
servizi. Per il parto naturale senza complicazioni è
tranquillo, ma se il bambino dovesse nascere prematuro, o se dovessi
aver bisogno di un cesareo sarebbe un problema. Rischio di morire in
un ospedale del genere. Se hai soldi, allora vai all'ospedale
americano, ma servono davvero tantissimi soldi, altrimenti muori
nell'ospedale di Haifa. Ma in questo quartiere pochi hanno
abbastanza soldi", dichiara una donna interamente coperta da un
pesante drappo nero che le scopre solo gli occhi.

L'ospedale di Haifa a Beirut è
uno dei servizi sanitari offerti dall'Unrwa, l'Agenzia delle Nazioni
Unite per l'assistenza ai rifugiati palestinesi: non ci fanno molto
affidamento gli abitanti di Sabra e Chatila, tetre baraccopoli della
capitale libanese, popolate dai palestinesi sfuggiti alle
persecuzioni
israeliane, e teatri di un terrificante
eccidio nel settembre del 1982 perpetrato dalle milizie cristiane
libanesi sotto gli occhi dell'esercito israeliano.
L'Unrwa emerse dalla "catastrofe"
del 1947-48. Nel 1949 venne al mondo con l'obbiettivo di garantire il
rimpatrio incondizionato dei palestinesi alla loro terra, di
promuovere l'internazionalizzazione di Gerusalemme e di favorire la
partizione della Palestina in due stati: obbiettivi abbandonati
subito dopo. L'anno successivo, la necessità di restituire ai
palestinesi la loro terra scomparve dall'agenda politica. L'Unrwa
riuscì comunque a sopravvivere a quest'evidente fallimento
sotto forma di servizio assistenziale di un popolo di profughi
abbandonato ormai al suo triste destino dinanzi agli occhi
dell'intera comunità internazionale.
I palestinesi in Libano oggi sono circa
450 mila: oltre il 52 percento vive in martoriati campi profughi.
L'aumento demografico, associato alla diminuzione del numero dei
campi poiché danneggiati o rasi al suolo nel corso del tempo,
costringe oggi i profughi in spazi angusti e claustrofobici. Il
governo libanese ha fino ad oggi impedito qualsiasi allargamento o
miglioria dei campi esistenti e non ha ancora progettato la
costruzione di nuovi campi. Anzi, nel 1994 ha intrapreso una politica
di sfratto su larga scala, con lo scopo di smantellare i campi
palestinesi illegali.

Il risultato è che oggi in
Libano 6mila famiglie palestinesi non hanno nemmeno una baracca come
dimora fissa, e 52 nuovi insediamenti sono sorti senza alcun
riconoscimento dall'Unrwa, il che significa che i loro abitanti non
ricevono neppure i servizi educativi e sanitari di base.
Un rapporto stilato da Agi Mondo,
riporta che: "La situazione dei campi palestinesi in Libano è
la peggiore delle cinque aree di intervento dell'Unrwa, con una
percentuale di casi di indigenza estrema dell'11.4 percento contro
l'8.7 di Gaza e il 7.3 della Siria". I rifugiati palestinesi in
Libano non godono dei diritti sociali e civili fondamentali: hanno un
accesso molto limitato al servizio sanitario pubblico e alle
strutture educative, e nessun accesso al servizio sociale pubblico.
Il governo di Beirut, come gli altri Stati ospitanti del resto, non
riconosce la naturalizzazione dei rifugiati palestinesi presenti sul
territorio. Il vero problema per i profughi è tuttavia
l'impossibilità di accedere alle professioni qualificate.
Considerati come "stranieri", i palestinesi non possono
per legge esercitare più di
settanta mestieri e professioni. "Qui non c'è lavoro,
non ci sono possibilità... i palestinesi in Libano non hanno
diritto a lavorare, non possono aprirsi un'attività, è
fuori legge. Questo mio chiosco è ovviamente abusivo, non pago
tasse. Noi non possiamo nemmeno acquistare una casa. Se vogliamo
comprare un appartamento, dobbiamo trovare un libanese che la prenda
a nome suo. Ma non è così facile trovare libanesi
disposti a farlo!", esclama un barbiere che ha un chiosco sulla
via del mercato a Sabra. Un suo cliente aggiunge: "Vedi questo è
mio figlio, lui non lavora, non c'è lavoro.. l'altro mio
figlio lavora con un suo amico come ragazzo della consegna a
domicilio di un ristorante qui vicino... ma ovviamente a nero, perché
è illegale che un palestinese lavori, e poi si lavora
comunque un giorno sì, e dieci no". "Trovo che sia
assurda questa legge che proibisce ai palestinesi di lavorare qui in
Libano... E' un'ingiustizia! Mio fratello ha studiato tantissimo, è
un avvocato, ma qui in Libano non può esercitare, perciò
fa l'elettricista, a nero e ovviamente sottopagato", esclama un
ragazzo che sogna di diventare cantante.

Una donna sfuggita ai raid israeliani
nel 1948, abbraccia suo nipote che non ha mai visto e forse non vedrà
mai Gerusalemme: "Molti ragazzi si mettono nelle milizie. Vanno,
si iscrivono e loro li prendono, non è così difficile,
non fanno molta selezione, prendono davvero chiunque. Quando i
ragazzi entrano nelle milizie hanno uno stipendio garantito. E'
l'unico posto fisso possibile per i palestinesi in Libano. Quando ero
a Haifa avevo una casa bellissima, con un balcone pieno di fiori, io
e mio marito eravamo molto innamorati. Adesso lui è morto di
depressione e io vivo qui, in questa baracca che divido con i miei
figli e i ratti".
"I libanesi odiano i palestinesi,
perché sostengono che abbiamo rovinato il Libano trascinandolo
in una guerra rovinosa... Loro ci attribuiscono tutte le colpe dei
loro malanni. Io odio questo posto. Le nostre abitazioni sono
ovviamente abusive, non abbiamo soldi, la vita in Libano è
davvero cara... mia sorella vive a Yarmuq, il quartiere palestinese
di Damasco... lì anche ci sono delle oggettive difficoltà,
ma è il paradiso rispetto a Sabra e Shatila. Qui l'acqua non
c'è mai, l'elettricità poche ore al giorno... per non
parlare delle condizioni igienico-sanitarie... è un disastro.
E' pieno di topi e ratti. Quando ci ammaliamo dove andiamo? andiamo a
morire all'ospedale di Haifa. Qui in Libano se noi palestinesi non
abbiamo soldi all'ospedale non ci fanno entrare, ci lasciano morire
sull'uscio d'entrata". I servizi sanitari per i profughi
palestinesi in Libano sono totalmente affidati alle strutture
dell'Unrwa, che ha messo a disposizione 25 centri sanitari di prima
accoglienza nei campi e un centro di riabilitazione. Per l'assistenza
secondaria e l'ospedalizzazione, l'agenzia Onu prevede rimborsi
parziali o accordi con Ong o ospedali privati. L'Unrwa si occupa
anche di tutto ciò che riguarda la salute ambientale, dalla
raccolta di rifiuti all'approvvigionamento dell'acqua potabile.
"Non ci sono tutti i servizi di
cui un'ospedale ha bisogno", spiega una donna del quartiere
riferendosi all'ospedale di Haifa a Beirut, e aggiunge: "L'ospedale
è a due piani, non ci sono tutti gli ambulatori necessari, non
sempre si trovano le medicine di cui ho bisogno... se all'ospedale
non c'è la medicina che mi serve devo andare a comprarla in
farmacia. Non tutti i servizi dell'ospedale poi sono gratuiti: ci
sono medici che a volte vogliono che li paghi dopo che ti hanno
operato, ovviamente è una parcella che tu paghi sottobanco. Se
dopo un'operazione vuoi restare in ospedale una settimana e non
tornare subito a casa devi pagare 200/250 dollari Usa a settimana,
una somma che quasi nessuno può permettersi qui. Nemmeno
l'ambulanza è gratuita, se chiami per farti venire a prendere
devi pagare 50 dollari Usa: una somma indecente!".

"Ci sono buoni medici, e altri che
probabilmente la laurea se la sono comprata sulle bancarelle. Una
volta un napoletano che venne qui a dare un'occhiata mi spiegò
che anche a Napoli funziona così... è vero? In ogni
caso, nel quartiere si sa chi è bravo e chi no.. la gente si
passa le informazioni
prima di rivolgersi a qualcuno in
particolare in ospedale", spiega un venditore di tappeti che ha
un negozio sulla via commerciale, e aggiunge: "I medici, stando
alle politiche dell'Unrwa, dovrebbero essere tutti palestinesi, ed
invece ci sono anche dei medici libanesi, che a differenza dei
palestinesi potrebbero lavorare in qualunque altro
ospedale del Libano. E' un'ingiustizia... a volte mi chiedo come ciò
sia possibile... con tutti i medici palestinesi disoccupati! Le
infermiere invece sono tutte palestinesi... ce ne sono molte. A parte
le milizie, la speranza dei libanesi è quella di comparire
nelle buste paga dell'Unrwa, ma non ci sono poi così tanti
posti".
Un suo amico che ascolta la nostra
conversazione interviene e mi spiega: "C'è anche un'altra
possibilità per noi palestinesi, ma non è gratuita come
l'ospedale di Haifa. C'è l'ospedale di Rafiq al-Hariri, quello
costruito dall'ex premier assassinato. Per i libanesi è
gratuito, ma per i palestinesi non lo è, noi dobbiamo pagare,
ma non ti chiedono di pagare un prezzo esagerato come l'ospedale
americano. L'ospedale di Hariri è molto più attrezzato,
molto più pulito dell'ospedale americano, i medici sono
eccezionali... molti palestinesi vanno lì". Un uomo eternamente parcheggiato ad
un
caffè spiega: "Qui tutto si paga, se non hai tanti soldi
in questo paese muori. Pure quando muori devi pagare. Farti
seppellire costa sui 200 dollari Usa... non ce l'hai? O sei fortunato
e trovi qualcuno che ti aiuta, o li rubi. Certo non puoi mettere il
cadavere in frigorifero se non hai i soldi per
seppellirlo...quelli che non hanno i soldi per seppellire un morto,
in genere non hanno nemmeno un frigorifero...e sono molti qui a Sabra
e Chatila".