Da cinque giorni, la stampa internazionale sta facendo a gara a chi in maniera
più approfondita la vicenda Betancourt e per la prima volta in quaranta anni la
guerra colombiana sale alla cronaca. Il due luglio, un’operazione militare ha
riportato a casa 15 ostaggi, strappandoli dalle mani delle Farc. Fra loro, la
franco-colombiana candidata alla presidenza della repubblica, Ingrid Betancourt,
sulla quale si sono concentrati tutti i riflettori. Dopo sei anni, 4 mesi e dieci
giorni nella selva, la donna diventata in questi anni il simbolo della lotta al
sequestro e della richiesta di un accordo umanitario quale unica via per la pace,
è stata accolta con ogni onore da Bogotà all’Eliseo, dove il presidente Sarkozy
l’ha lodata e confortata. E con lui l’intera opinione pubblica francese ed europea.
Eppure, fra i commossi racconti di una giornata tipo nell’impervia e inclemente
selva amazzonica e ringraziamenti a tutti coloro che si sono impegnati per riportarla
a casa, Ingrid, da sempre critica verso la tradizionale oligarchia di palazzo
corrotta e corruttibile, e paladina di un paese più giusto, ha lodato l’acerrimo
rivale di sempre, il presidente al suo secondo mandato Alvaro Uribe, e il suo
fedele scudiero, Mario Montoya, il capo di quel esercito che l’ha condotta in
salvo.
Dubbi. Nelle tante dichiarazioni concesse alla stampa da quella donna così carismatica
e forte, nessun dubbio sul dietro le quinte di quel blitz pieno di punti poco
chiari. Nessuna perplessità sulla scelta sostenuta da Palazzo Narino di liberarla
con la forza a rischio della vita sua e dei suoi compagni. Anzi: “Meglio un secondo
di libertà, che un giorno di prigionia”, ha ripetuto, scatenando commozione e
parole di lode per tanto coraggio. Ma Ingrid Betancourt non ha espresso neppure
qualche perplessità sulla ragione che avrebbe spinto un presidente finora così
pigro nelle trattative per riportarla a casa a trasformarsi, nel bel mezzo di
una bufera giudiziaria che rischiava di seppellirlo, in tenace persecutore del
riscatto a tutti i costi pur di riaverla a casa (e nonostante in molti pensino
che la Betancourt sia una probabile candidata eccellente alle presidenziali del
2010, dove Uribe cercherà per la terza volta la rielezione). E se a questo si
aggiunge il calorosa abbraccio che la 47enne appena scesa dall’elicottero della
libertà ha riservato a quella montagna in mimetica di Montoya, a capo dell’operazione
che ha messo in scacco alle Farc, le perplessità aumentano. È chiaro che 2380
giorni di angoscia, umiliazioni, maltrattamenti, 2380 giorni in catene cambiano
la prospettiva. È comprensibile che il suo unico pensiero sia stata la libertà
a qualsiasi costo e che chiunque sia per lei meglio di quei carcerieri senza cuore
che l’hanno costretta a una non vita, lontano dai figli e dagli affetti, in sospeso
da te stessa. Figurarsi l’uomo che lei pensa essere l’artefice materiale della
fine di un tale incubo. Ma stringere fra le braccia uno del calibro di Montoya…
Chi è l'uomo dell'abbraccio. Sì perché dietro quel sorriso smagliante e soddisfatto coperto dal berretto
militare, si cela un personaggio a dir poco dubbio. Nato nel 1949 nello stato
occidentale del Cauca, nella sua lunga carriera ha ricevuto venti decorazioni,
fra cui la medaglia dell’esercito Usa. Ha lavorato come comandante in buona parte
della Colombia e ha una specializzazione in alto comando presa all’Università
delle Ande. Ha frequentato la Scuola superiore di guerra, un corso avanzato sui
blindati a Fort Knox, Stati Uniti, e ha svolto tirocini militari in Gran Bretagna.
Ma, fra un onorificenza e l’altra si nascondono enormi scheletri. Il National
Security Archive (Nsa), Ong Usa, ha rintracciato un dispaccio dell’ambasciata
di Washington a Bogotà del 1979, dove si rivela che “un battaglione di intelligence
dell’esercito colombiano capeggiato da Montoya creò in gran segreto un’unità clandestina
terrorista fra il 1978 e il ‘79”. Si chiamava Allenza anticomunista americana
(Aaa) e si rese responsabile di “molti attacchi dinamitardi, sequestri e assassinii
di uomini di sinistra”. A riferirlo il giornalista investigativo Michael Evans
sul settimanale colombiano Semana, nel giugno 2007. I documenti, finora rimasti
coperti da segreto, ma ormai resi pubblici per decorrenza dei termini, “segnalano
la preoccupazione del dipartimento di Stato per i vincoli che una delle unità
della Forza Congiunta, la Brigada 24 capitanata da Montoya, aveva con i paramilitari
e in particolari con quelli dislocati a La Hormiga, dove fu scoperta una fossa
comune”, ha aggiunto Evans.
Non solo. Montoya era a capo della IV Brigata dell’esercito, con giurisdizione nel municipio
di Bojayà, Chocò, quando venne commessa la famigerata mattanza: 119 civili massacrati
in una chiesa della frazione di Bellavista. Era il 2 maggio 2002. In quell’occasione,
nonostante per ben tre volte il battaglione venne avvisato dell’imminente pericolo
che correva la popolazione, Montoya non mosse un dito. Anzi, il 21 aprile, almeno
sette imbarcazioni con circa 250 paracos dell’Autodifesa unita della Colombia
passarono un controllo permanente della marina, un altro della polizia e un terzo
dell’esercito, senza che nessuno facesse niente per fermarli. Anzi, i paramilitari
arrivarono imperterriti a Bellavista, dove si stabilirono nei due centri abitati,
zona di guerriglia Farc. L’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani lanciò
l’allarme il 23 aprile, denunciando l’incursione paramilitare e chiedendo alla
Procura generale della nazione e al Difensore del popolo di prendere misure di
tutela della popolazione. Questi organi si unirono all’appello. Ma senza risultati.
Il primo maggio cominciarono gli scontri tra Farc ed Auc. Più di trecento persone
si rifugiarono nella chiesa di Bellevista e di loro si fecero scudo i paracos.
Così, il giorno dopo, i guerriglieri lanciarono una bombola di gas piena di esplosivo
per far fuori le Auc, ma questa cadde sulla chiesa: 119 persone morirono. Fra
questi, 44 bambini. Più di cento i feriti e i mutilati. L’esercito arrivò soltanto
cinque giorni dopo. E il comandante Montoya sembrò commuoversi davanti alle telecamere
mostrando una scarpa da bambino. Peccato che, secondo le testimonianze raccolte
sul posto da Ips, quella calzatura era troppo costosa per poter essere appartenuta
a un bambino di Bellavista.
La giustizia militare e la Procura indagarono per omissione i militari coinvolti,
ma il comandante ha continuato come se niente fosse la sua carriera. E quest’anno,
un tribunale amministrativo ha giudicato lo Stato colpevole di omissione. Eppure,
Montoya nessuno lo ha toccato.
E non è finita qua. È anche implicato nella cosiddetta Operazione Orione, del 15 ottobre 2002 scatenata
nella
Comuna 13 di Medellin, quartiere poverissimo. Quattordici persone morirono e testimoni
e Ong parlano di altre cinquanta sparite nelle settimane successive. Responsabili:
Montoya e un gruppo paramilitare, il
Bloque Cacique Nutibara, che “puntavano a eliminare la guerriglia dalle periferie della città”. Tutto
questo in base a documenti della Cia pubblicati dal
Los Angeles Times.
Un passato quantomeno inquietante, dunque, che alcuni considerano, invece, brillante
e pieno d’onore. Fra questi, Alvaro Uribe, che nell’annunciare mercoledì 2 luglio
l’esito della operazione di riscatto di Ingrid Betancourt dichiarò con orgoglio
che al comando dell’operativo c’era Montoya, l’uomo della operazione nella Comuna 13 di Medellin, per la quale il presidente non ha che speso parole di elogio.
Questione di punti di vista.