Nel momento in cui queste righe vengono scritte il mondo ha
potuto rivedere Ingrid Betancourt da circa 30 ore. Un evento mediatico di
risonanza mondiale, non esiste un paese in cui i giornali e i TG non abbiano
aperto con l’abbraccio tra Ingrid e Yolanda o tra Ingrid e i suoi figli Melanie
e Lorenzo.
La candidata Betancourt quando è stata sequestrata era pressoché sconosciuta,
ora, dopo 2321 giorni passati nella selva Colombiana è una tra le donne più conosciute
al mondo, tanto che la prossima settimana sarà a Roma per incontrare il Papa.

Ingrid ha dimostrato una sorprendente generosità con la stampa a cui ha
regalato ore e ore di interviste e conferenze stampa sincere, serene,
tranquille, lucide, spontanee, profonde, con la confidenza di quando si parla
ad un amico, senza mai tirarsi indietro, rispondendo anche alle domande più
personali, più difficili e più dure. Un
modo per ringraziare la stampa per tutto l’appoggio dato in questi anni.
Tutto questo permette di intravedere com’ è la nuova Ingrid Betancourt, quella
che, come lei dice, ha lasciato in quella selva molte cose inutili: “Credo di
essere tornata molto leggera, in un sequestro si lasciano dietro molte piume,
come l’orgoglio, la superbia, la testardaggine. Devo fare una confessione. Si
arriva con tante cosette non importanti e poi col tempo ci si libera di tutto
questo.”
In queste 30 ore si è regalata al mondo, alle telecamere delle tv nazionali, è
entrata, senza più uscirne, nelle televisioni dei salotti colombiani, ha
pianto, sorriso, gioito, si è aperta, confessata, vergognata, raccontata, ha abbracciato,
gridato, corso da un capo all’altro della città, non ha dormito, ha stretto i
suoi figli: “Per loro ho trovato la forza di sopravvivere nella selva, sono
molto orgogliosa, perché hanno lottato soli, sono cresciuti soli, nell’angustia
per me, hanno trovato la forza nella loro personalità, nella loro anima li
guardo e li vedo uguali, ma differenti, tanto
loro, ma tanto diversi, allo stesso tempo. Sono così belli, mi
sembrano così belli!!”
Ingrid sembra essere cosciente di aver accumulato un enorme
potenziale politico, sia nazionale che internazionale. Mentre in Colombia deve
fare i conti con la popolarità del presidente Uribe, che grazie alla operazione
Jaque, si lancia verso un possibile
terzo mandato, a livello internazionale tutti sperano in una presidenza
Betancourt. Ovviamente lo sperano in Europa, Francia in testa, ma anche nei
paesi vicini che hanno percorso cammini tanto differenti dalla Colombia del
presidente Uribe, fino ad arrivare ad avere a generare gli scontri più acuti
della storia della regione.

Sotto le pressanti domande della stampa circa il suo futuro, Ingrid risponde in
maniera indiretta: “Con le mie scelte, che ho imposto alla mia famiglia, li ho
martirizzati e sono stata la causa di sofferenze atroci, quello che sarà il mio
futuro lo decideremo insieme, sarà una decisione familiare”. Parole che non
sembrano quelle di chi abbia deciso di abbandonare la politica.
Anche Clara Rojas, sequestrata con Ingrid mentre era la sua candidata alla
vicepresidenza, dopo averla vista ha commentato: “vedo la mia amica Ingrid
tornare alla politica”.
Racconta sprazzi della sua vita nella selva: “non ho mai
trattato la mia cagnolina come loro hanno trattato me. Ho avuto malattie
curabili, malaria, diarrea e vomito cronici, ulcera, caduta dei capelli, inappetenza
ecc, ma le persone che mi custodivano non avevano mai medicine, non volevano
darmele o volevano sigarette in cambio. Quindi sono peggiorata lentamente, fino
a che, ad un certo punto, ho creduto che ormai mi stessi spegnendo. Ho perso la
voglia di tutto, anche di fare il bagno. In quel momento è quando ho scritto la
lettera a mia madre, alla mia famiglia, li volevo preparare”.

Di tanti altri abusi preferisce non parlare: “Quello che è accaduto nella selva
rimane nella selva, ora
voglio godermi questo momento di felicità”. Racconta anche la storia dietro
quella foto che ha fatto il giro del mondo: “le prove di sopravvivenza per noi
erano come un circo, un metodo per sfruttare il dolore delle nostre famiglie
con finalità politiche, per questo mi sono rifiutata di parlare. Dietro quella
foto c’è anche la storia di un recupero, avevo appena superato il momento più
difficile fisicamente, grazie al comandante William Flórez dell’esercito,
sequestrato con me, che mi ha letteralmente imboccato e aiutato in tutto”.
Ingrid parla anche della sua visione del conflitto e della
Colombia: “l’attenzione
internazionale ci ha fatto vedere noi stessi con altri
occhi. Mentre ero nella selva ho saputo che la presidentessa Argentina Maria
Fernanda De Kirchner
era a Parigi, in Francia, insieme al presidente Sarkozy a marciare per me. Questa è la mia idea di
globalizzazione. Abbiamo bisogno dell’aiuto dei nostri vicini, di Correa e di
Chávez
,
ma devono aiutarci dall’interno della nostra democrazia, i Colombiani non hanno
votato le FARC, ma il presidente Uribe.”
Ingrid si dichiara anche a favore della rielezione in
generale: “Una delle vittorie più importanti del presidente Uribe contro le
FARC è stata quella di riuscire a introdurre la figura della rielezione
presidenziale, perché ha cambiato completamente le regole del gioco. Loro hanno
sempre approfittato del cambio di presidente per riorganizzarsi, anche perché
storicamente a un governo duro ne è seguito sempre uno più morbido. I due
mandati di Uribe sono stati una continuità nella lotta alle FARC, cosa che sta
dando i suoi risultati. Questo non vuol dire che voterei per Uribe per una sua
terza presidenza, probabilmente voterei per qualche candidato che metta in
primo piano le politiche sociali che per me sono fondamentali ”.

La nuova
Ingrid non sembra quindi per ora assumere un ruolo di anti-Uribista, ma
piuttosto di una alternativa che riscatti quanto di buono abbia fatto il
presidente, ma con una visione più attenta al sociale e alla negoziazione con
la
guerriglia: “quello che è successo ieri è un evento drammatico, denota: una
infiltrazione nella guerriglia, una impossibilità di comunicazione, una
logistica che non funziona e una sconfitta militare. Spero che le FARC
capiscano che è il momento di liberare gli altri sequestrati e che con questa
liberazione si dia il primo passo verso una negoziazione, un processo di pace
rapido e giusto e che apporti un reale cambio nello stato Colombiano. Credo che
la soluzione negoziata sia l’unica possibile soluzione del conflitto armato
Colombiano”. Ingrid sposa anche la definizione di terroristi che il governo
Uribe ha usato per le FARC: “come si può chiamare in altro modo qualcuno che fa
atti terroristi? Forse quando smetteranno di farli, li potremmo chiamare in
altro modo.”
Risponde anche alle voci di forti contrasti tra i civili
e gli esponenti delle forze pubbliche
sequestrati: “in certi momenti uno pensa che la solitudine è una buona opzione,
però io credo che la convivenza sia una sfida immensa, per me è stata una
scuola straordinaria, quello che ho imparato in questa convivenza non lo si può
apprendere in nessun altro modo. È stato molto duro, ma ringrazio Dio di averlo
vissuto, ho avuto esperienze dure, alcune molto difficili, ma ho avuto anche
esperienze straordinarie di solidarietà.”
Dietro le sbarre di metallo alte dell’ambasciata Francese
nel nord di Bogotá si forma un gruppo spontaneo di cittadini accorsi a salutare
Ingrid che, dopo l’ultimo lunghissimo incontro con la stampa, è corsa a
prendere il volo per Parigi. Chi saluta, chi passa dei fiori, chi bigliettini,
chi giura di averla vista, chi rincorre l’auto che esce dall’ambasciata, chi si
commuove per un saluto da dietro uno spesso finestrino oscurato dettato dalle
nuove norme di sicurezza dell’ex sequestrata.