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Ufficiali delle forze armate spiegano
al quotidiano che “gli Usa si trovano nell'insolita posizione di
usare le loro tecnologie di spionaggio più sofisticate per
seguire le tracce di un esercito alleato, che le forze statunitensi
hanno creato, continuano a formare e al cui fianco combattono”. Con
i satelliti spia vengono osservate le basi dell'esercito iracheno, le
sue esercitazioni e i suoi spostamenti. Questi dati vengono già
usati nei briefing dell'esercito Usa, e dimostrano la volontà
di controllare se le truppe alleate seguano realmente le indicazioni
statunitensi e, inoltre, se l'esercito iracheno stia dando agli
alleati informazioni complete sulle sue azioni. “Non si fidano
completamente della catena di comando” spiega l'esperto militare
John Pilke, di Globalsecurity.org . Questo dipende in parte dalla
constatazione che le forze di sicurezza, istituite dalla coalizione
occupante dopo il 2003, sono state più volte soggette a
infiltrazioni da parte di miliziani o persone vicine alle milizie,
tanto quelle sunnite che quelle sciite. Dimostra però, anche
che l'esercito iracheno non è più come negli anni
passati il braccio armato dell'amministrazione Bush, ma ha acquisito
una sua autonomia rispetto agli Usa. “La cattiva notizia è
che spiamo gli iracheni, quella buona è che siamo obbligati a
farlo” hanno dichiarato fonti militari rimaste anonime al Los
Angeles Times. Si tratta di una rivelazione delicata che potrebbe
acuire le frizioni tra Washington e Baghdad, al momento il Pentagono
si è rifiutato di commentare.
La pratica di spionaggio è
iniziata da qualche mese, in coincidenza con l'avvio di una serie di
operazioni speciali condotte dall'esercito iracheno, per riportare la
sicurezza in aree particolarmente critiche, come Bassora, Mosul o
Sadr City. La decisione di spiare gli alleati sarebbe nata a marzo,
quando l'esercito di Baghdad lanciò un maxi-raid nella città
sciita di Bassora, nel sud. Allora gli iracheni schierarono alcune
squadre che avevano appena terminato la formazione e non erano state
assegnate alla supervisione statunitense. Gli ufficiali Usa furono
presi alla sprovvista dalla presenza di quei gruppi, ma l'operazione
ebbe comunque successo. “Soltanto un anno fa le forze di sicurezza
irachene non sarebbero state in grado di mobilitare tanti uomini a
quel modo” commentava al termine del raid l'ammiraglio
statunitense, Michael G. Mullen, responsabile del collegamento tra i
due eserciti. Altri ufficiali citati dal quotidiano Usa sostengono
che lo spionaggio sia reso necessario proprio dalla maggiore
indipendenza tra le due forze: “c'è un esercito indipendente
di un paese indipendente, che conduce operazioni militari in modo
indipendente. Sapere dove si trova l'altro esercito è un
beneficio per entrambi, perchè permette di evitare incidenti”.
Fin da prima dell'invasione del paese,
gli strumenti di spionaggio statunitensi sono stati puntati verso
l'Iraq, inizialmente per cercare le prove dell'esistenza di armi di
distruzione di massa nelle mani di Saddam (mai trovate), poi per
seguire i movimenti delle milizie sul terreno e cercare prove del
contrabbando di armi dall'Iran verso il sud del paese. Quello per lo
spionaggio Usa è un vero e proprio arsenale, che comprende
oltre ai satelliti, anche tutta una serie di strumenti per
intercettare comunicazioni d'ogni genere, oltre ai droni Predator, i
velivoli spia senza pilota usati sempre più spesso in tutti i
teatri di conflitto. I satelliti spia sono i più efficaci,
spiegano le fonti, perchè forniscono immagini ad alta
risoluzione di qualsiasi luogo di interesse, che possono confrontarsi
con quelle colte in momenti differenti in cerca di variazioni. Gli
ufficiali citati mettono però le mani avanti, e garantiscono
che le risorse impiegate per sorvegliare l'esercito iracheno “non
vengono sottratte da quelle che sono le vere priorità, la
ricerca e l'osservazione dei terroristi”.Naoki Tomasini