27/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Viaggio ad Auschwitz, il buco nero della Storia. Per ricordare, e per raccontare
Andare ad Auschwitz è un’esperienza inestimabile, sia sotto il profilo simbolico che sotto quello conoscitivo.
Ma se vi recate lì, lasciatevi dietro tutto. Fatelo, perché quanto vedrete all’interno non ha nulla di umano.
Auschwitz è composta di tre campi: Auschwitz I, Birkenau, Buna-Monowitz. Più una cinquantina di sottocampi di lavoro che si estendono per 40 chilometri quadrati. Il primo, sul cancello del quale campeggia il paradossale e grottesco ammonimento “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), è stato parzialmente ricostruito. In una delle numerose casette di mattoncini rossi, trasformata in museo, è contenuta una minima parte degli averi di chi vi ha lasciato la vita: occhiali, scarpe, valigie, vestiti. E matasse di capelli, ai quali il tempo ha conferito un unico colore. L’ultimo, Buna-Monowitz, è quello in cui fu rinchiuso Primo Levi. Era una grande fabbrica di materiali sintetici, dove il chimico torinese trascorse un anno intero. Ma è Birkenau il luogo prescelto dal regime nazista per mettere in atto la “soluzione finale”. Lo spettrale teatro dell’Olocausto è una distesa interminabile di baracche di legno circondata da filo spinato. D’inverno è spesso sferzato da vento e neve. All’ingresso, la tradotta piombata scaricava le vittime su una piattaforma. Un gruppo di Ss selezionava chi doveva lavorare e chi era diretto ai forni.
Una veduta aerea di BirkenauSono state innumerevoli le descrizioni e le rappresentazioni del luogo in cui studi recenti hanno concordato essere state inghiottite un milione e mezzo di persone.  Tra queste ebrei, dissidenti politici, prigionieri di guerra, zingari, omosessuali. Auschwitz è stato non a torto definito “il buco nero della Storia”. Himmler sosteneva che “dieci, o cento morti a noi vicini sono una tragedia. Un milione sono una statistica”. Aggirandosi tra i blocchi, le torrette delle Ss, le baracche gelate, risulta difficile immaginare quella che è la cifra di un naufragio collettivo, di un oblio surreale della coscienza umana.
 
Un ammasso di cadaveri
Difficile pensare che una volta qui brulicavano contemporaneamente centinaia di migliaia di persone. Qui, dove l’inventario dei crimini, degli orrori e della morte ha raggiunto dimensioni apocalittiche, a malapena si scorge ancora qualche traccia di vita. Auschwitz è stato un crocevia di vite. Brevi, segnate da un destino obbligato, fatte di privazioni, stenti, sofferenze. Ma pur sempre vite. Ciò che qui non si percepisce, è invece la morte. L’eliminazione fisica di un milione e mezzo di esseri umani trascende ogni immaginazione. Per questo, oltre alla costruzione di un campo di concentramento, ad Auschwitz si è concepito anche un sistema per cancellare la morte. Per renderla “una statistica”. Perché bisogna ancora visitare Auschwitz? Perché tornando a casa resti la voglia di protestare e combattere contro chiunque oggi, in qualunque parte del mondo, pretende di offendere le ragioni della dignità umana. Chiunque si appella all’intolleranza e costruisce muri di odio. E per raccontare a chi è rimasto a casa. Raccontare per ricordare, per rievocare. Per meditare. Meditare, secondo il monito di Primo Levi, che questo è stato. Se vi recate ad Auschwitz, lasciandovi alle spalle quel cancello, riprendetevi prima che potete tutto quello che avete lasciato fuori.

Luca Galassi

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità