02/07/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il racconto della liberazione di Sabbar, attivista saharawi
scritto per noi da
Marco Belloni
 
''La libertà è essere felici, e io non sono felice''. Queste le prime parole dell'attivista e difensore dei diritti umani Brahim Sabbar, segretario generale dell’Associazione Saharawi delle Vittime di Gravi Violazioni dei Diritti Umani commesse dallo Stato marocchino (Asvdh), quando gli si chiede come si senta ad essere libero dopo due anni passati nella Carcere Nera di Layounne, nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco.

foto di Elena Pollan GonzalezSabbar, 49 anni, sposato e padre di 3 figli. Per le forze d’occupazione marocchine è un volto noto da tempo: fu sequestrato la prima volta il 14 agosto 1981, nella città di Dajla (ex Villa Cisneros) ed è rimasto in carcere circa dieci anni, senza alcuna imputazione né processo. Gli amici e i parenti non usano però la parola "arrestato" o "sequestrato", dicono che è desaparecido per dieci anni: infatti di lui si erano perse completamente le tracce, come troppo spesso succede per i prigionieri politici saharawi, la popolazione del Sahara Occidentale.
Membro, e spesso fondatore, di numerose associazioni per la tutela e la difesa dei diritti umani, è stato più volte arrestato durante il 2005, interrogato e poi liberato a causa del suo attivismo e per aver partecipato a manifestazioni pacifiche contro l'occupazione marocchina del Sahara Occidentale, difendendo più volte il diritto all'autodeterminazione del popolo saharawi. L’ultima volta è stato arrestato il 17 giugno 2006 a Layounne, dopo che la sua associazione aveva pubblicato un rapporto di 121 pagine, nel quale venivano denunciate decine di detenzioni arbitrarie, torture e maltrattamenti perpetrati dalle forze di sicurezza marocchine nei confronti della popolazione saharawi.
I tribunali marocchini lo hanno condannato a due anni di prigione, accusandolo di aggressione e disobbedienza nei confronti di un agente di polizia marocchino durante la sua detenzione, accuse respinte da Sabbar, che ha piuttosto denunciato di essere stato vittima di torture e maltrattamenti in presenza di altri testimoni. In seguito Sabbar è stato processato un’altra volta riportando una condanna ad un anno e sei mesi, per un totale di tre anni e sei mesi di reclusione. I due processi si sono svolti senza garanzie procedurali, senza permettere il libero esercizio del diritto di difesa, senza prove a carico dell’imputato e senza che i tribunali d’occupazione che l’hanno giudicato avessero alcuna giurisdizione.

Il 16 giugno si respira un’atmosfera tesa a Layounne: il giorno dopo si celebra la festa nazionale dal popolo saharawi, in ricordo dello stesso giorno del 1970, quando le forze colonizzatrici spagnole repressero nel sangue la prima manifestazione d’indipendenza del Sahara Occidentale. Le autorità marocchine, a sorpresa, diffondono per la città un cartello con la foto di Bassiri, eroe nazionale arrestato in quella circostanza e scomparso pochi giorni dopo, in cui tentano una riscrittura assai grossolana della storia del popolo saharawi affermando che fu un prode patriota marocchino che ha lottato per Hassan II contro le forze d’occupazione spagnole. Bassiri era capo del Movimiento de Liberación (Organización Avanzada para la Liberación de Saguia el Hamra y Río de Oro) proclamato il 12 dicembre 1969, da cui poi verrà fondato il Fronte Polisario, l’esercito di liberazione del popolo saharawi in guerra con il Marocco dal 1976 al 1991, ora fermo nei campi di rifugiati di Tindouf (Algeria) dove vivono oltre 200mila persone da più di trent’anni.
Ogni anno il 17 giugno si organizzano intifada, ossia manifestazioni pacifiche o azioni simboliche come innalzare bandiere della Repubblica Araba Democratica del Sahara (Rasd) per le strade o sugli edifici della città, scrivere sui muri frasi a favore dell’autodeterminazione del popolo saharawi e del rilascio di prigionieri politici, liberare per la città palloncini bianchi con sopra stampata la bandiera saharawi, gridare e cantare cori per rivendicare l'indipendenza dal Marocco. Spesso queste giornate terminano con arresti, torture, sequestri, guerriglia urbana. Nel corso dell’intifada non-violenta del 2005 viene arrestata Aminetou Haidar assieme a Mohamed Elmoutaoikil, quest'ultimo tuttora in carcere.

La città è militarizzata, molti agenti vengono da Sidi Ifni, cittadina del Marocco del Sud a tre ore da Layounne, teatro di gravi disordini del 7 giugno (otto morti, decine di feriti e più di 140 persone arrestate), per prevenire e scongiurare azioni dimostrative. La liberazione di Sabbar, prevista per il 17 giugno, è quindi una coincidenza pericolosa per le autorità marocchine che probabilmente si aspettano di dover far fronte a manifestazioni per l'indipendenza e allo stesso tempo al ricevimento che il popolo saharawi da anni organizza in occasione della liberazione di prigionieri politici, che spesso termina con bandiere e slogan indipendentisti.
Per questo la liberazione avviene al mattino presto, quando nessuno se lo aspetta, e Sabbar viene trasferito in fretta in una casa del quartiere periferico e isolato di Layounne, circa sette chilometri dal centro, che viene subito circondata da camionette della polizia che controllano l'accesso al quartiere (che è collegato alla città da un’ampia e deserta strada a tre corsie) e bloccano l'entrata per tutta la giornata ad amici e parenti di Sabbar che vorrebbero andarlo a trovare.
L’intifada preannunciata si concretizza in alcune scritte sui muri delle case di Layounne accompagnate da cartelli raffiguranti Bassiri e Che Guevara. Queste azioni dimostrative vengono perseguite ma non portano a nessun arresto, poiché i responsabili riescono a sfuggire.
La presenza delle forze di polizia marocchine nei dintorni della casa dov’è alloggiato Sabbar diminuisce di poco di numero, ma rimane costante in tutto il quartiere, e le persone intenzionate a visitare il prigioniero politico sono ancora bloccate e ricacciate indietro. Nella prima mattinata la polizia aggredisce Sidi Mohamed Daddach, Presidente del Comitato Saharawi di Appoggio all'Autodeterminazione del Sahara Occidentale e Premio Rafto nel 2002, che perderà i sensi a causa delle percosse ricevute.

Arriviamo sul posto verso l’una del pomeriggio con l'intenzione di chiedere alle autorità occupanti di poter vedere il prigioniero. Parcheggiamo davanti alla casa di Sabbar senza mai essere fermati o controllati per tutto il tragitto. Neanche il tempo di avvicinarci ai più di trenta poliziotti che stazionano davanti all'entrata della casa e con nostra sorpresa, senza dire una parola si spostano tutti, comprese le camionette, lasciano libero l'accesso alla casa e si fermano agli angoli della via, disorientati e colti di sorpresa dalla nostra visita.
L'accoglienza da parte di Sabbar e delle poche altre persone, gran parte familiari stretti, è molto entusiasta: la presenza di europei, giornalisti o no, è sinonimo di immunità dagli attacchi marocchini.
Iniziano così ad arrivare molti amici e attivisti venuti ad accogliere e salutare Sabbar, anche se la polizia continua a bloccare alcune persone che tentano di avvicinarsi. Veniamo a conoscenza della notizia per telefono, perché la polizia si è spostata fuori dal nostro campo visivo e continua a comunicare e a muoversi nervosamente intorno al quartiere, scattandoci foto e continuando a sorvegliare la zona: una donna e suo figlio di meno di dieci anni sono stati aggrediti violentemente mentre stavano tentando di raggiungere la casa.
 
I controlli si ridurranno ulteriormente verso il finire della giornata, ma la presenza della polizia rimane costante per tutto il giorno e per tutta la notte. Le persone entrate saranno ormai un centinaio e Sabbar può finalmente ricevere i tanti amici e conoscenti venuti a congratularsi con lui. Forse non è felice, ma se non altro commosso e gli si legge in viso una stanchezza soddisfatta.
Parla delle condizioni in cui vivono i prigionieri nella Carcere Nera: celle sovraffollate, condizioni igieniche precarie (ci fa vedere molti segni di infezioni alla pelle delle braccia e delle gambe venutegli durante la sua reclusione), diritto ad una visita settimanale per i familiari, frequenti torture, violenze sessuali, insulti, umiliazioni. Intorno a lui molti vecchi compagni di reclusione dei suoi dieci anni da desaparecido, ricordano quei momenti con una forza e una determinazione incredibili, condannandoli a testa alta, per nulla intimoriti dal possibile ripetersi delle violenze.
Arriva anche Daddach, stanco e abbattuto per l’aggressione subita in mattinata, e si siede stanco a fianco di Sabbar.
La tensione accumulata dal giorno prima finalmente si è diluita nella gioia e nell'emozione dello stare insieme dopo due anni di ingiusta incarcerazione.
"Magari ci fossero sempre degli europei alle nostre scarcerazioni", commenta Sabbar salutandoci e ringraziandoci per la nostra visita.
Il 21 giugno si organizza l'accoglienza vera e propria secondo le tradizioni saharawi presso la sua città natale di Lagsabi, vicino Guelmim.

La situazione nel Sahara occidentale è drammaticamente ferma da troppo tempo. Troppi anni che sono serviti al consolidamento degli accordi economici che sono tuttora il motivo principale per cui la situazione non viene seriamente presa in considerazione dalle Nazioni Unite, nonostante siano presenti su territorio dal 1991con la famigerata missione Minurso (United Nations Mission for the Referendum in Western Sahara). La missione è fondamentale per i campi profughi dei territori liberati, che da più di trent’anni vivono degli aiuti umanitari che gli consegnano le Nazioni Unite, ma che nei territori occupati sembra non avere incarichi più incisivi del semplice presenziare la zona senza intervenire.
In due settimane a Layounne abbiamo visto tanti suv bianchi in giro per la città, per la maggior parte condotti da soldati africani. La base situata, quasi una beffa, a meno di cinquecento metri in linea d'aria dalla carcere nera e davanti all'ospedale, dove spesso sono perpetrate le torture più gravi, soprattutto nei viaggi in ambulanza. Fosfato, pesce e petrolio consolidano giorno dopo giorno l'occupazione marocchina. Un amico saharawi, studente a Marrakesh, dove ancora risiede nonostante i gravi attacchi subiti dagli studenti saharawi e marocchini membri del Partito Democratico del 14 maggio, mi riferisce di un dialogo con un ufficiale marocchino di qualche mese fa: "Ce ne andremo solo quando avremo esaurito tutte le risorse".Ciò che secondo gli stessi saharawi ha maggior impatto e importanza è proprio la presenza di stranieri in grado di raccontare e denunciare le quotidiane ingiustizie subite dal loro popolo da parte della forza marocchina occupante. In attesa che i caschi blu o qualche potenza straniera facciano rispettare la risoluzione della Corte Internazionale di Giustizia de L'Aia, del 16 ottobre 1975:
La Corte conclude che gli elementi e le informazioni portati a Sua conoscenza non stabiliscono l’esistenza di alcun legame di sovranità tra il territorio del Sahara Occidentale e il Regno del Marocco.
Categoria: Diritti
Luogo: Sahara Occidentale
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