scritto per noi da
Marco Belloni
''La
libertà è essere felici, e io non sono felice''. Queste
le prime parole dell'attivista e difensore dei diritti umani Brahim
Sabbar, segretario generale dell’Associazione Saharawi delle
Vittime di Gravi Violazioni dei Diritti Umani commesse dallo Stato
marocchino (Asvdh), quando gli si chiede come si senta ad essere
libero dopo due anni passati nella Carcere Nera di Layounne, nel
Sahara Occidentale occupato dal Marocco.

Sabbar,
49 anni, sposato e padre di 3 figli. Per le forze d’occupazione
marocchine è un volto noto da tempo: fu sequestrato la prima
volta il 14 agosto 1981, nella città di Dajla (ex Villa
Cisneros) ed è rimasto in carcere circa dieci anni, senza
alcuna imputazione né processo. Gli amici e i parenti non
usano però la parola "arrestato" o "sequestrato",
dicono che è
desaparecido per dieci anni: infatti di
lui si erano perse completamente le tracce, come troppo spesso
succede per i prigionieri politici saharawi, la popolazione del
Sahara Occidentale.
Membro,
e spesso fondatore, di numerose associazioni per la tutela e la
difesa dei diritti umani, è stato più volte arrestato
durante il 2005, interrogato e poi liberato a causa del suo attivismo
e per aver partecipato a manifestazioni pacifiche contro
l'occupazione marocchina del Sahara Occidentale, difendendo più
volte il diritto all'autodeterminazione del popolo saharawi. L’ultima
volta è stato arrestato il 17 giugno 2006 a Layounne, dopo che
la sua associazione aveva pubblicato un rapporto di 121 pagine, nel
quale venivano denunciate decine di detenzioni arbitrarie, torture e
maltrattamenti perpetrati dalle forze di sicurezza marocchine nei
confronti della popolazione saharawi.
I
tribunali marocchini lo hanno condannato a due anni di prigione,
accusandolo di aggressione e disobbedienza nei confronti di un agente
di polizia marocchino durante la sua detenzione, accuse respinte da
Sabbar, che ha piuttosto denunciato di essere stato vittima di
torture e maltrattamenti in presenza di altri testimoni. In seguito
Sabbar è stato processato un’altra volta riportando una
condanna ad un anno e sei mesi, per un totale di tre anni e sei mesi
di reclusione. I due processi si sono svolti senza garanzie
procedurali, senza permettere il libero esercizio del diritto di
difesa, senza prove a carico dell’imputato e senza che i tribunali
d’occupazione che l’hanno giudicato avessero alcuna
giurisdizione.

Il
16 giugno si respira un’atmosfera tesa a Layounne: il giorno dopo
si celebra la festa nazionale dal popolo saharawi, in ricordo dello
stesso giorno del 1970, quando le forze colonizzatrici spagnole
repressero nel sangue la prima manifestazione d’indipendenza del
Sahara Occidentale. Le autorità marocchine, a sorpresa,
diffondono per la città un cartello con la foto di Bassiri,
eroe nazionale arrestato in quella circostanza e scomparso pochi
giorni dopo, in cui tentano una riscrittura assai grossolana della
storia del popolo saharawi affermando che fu un prode patriota
marocchino che ha lottato per Hassan II contro le forze d’occupazione
spagnole. Bassiri era capo del Movimiento de Liberación
(Organización Avanzada para la Liberación de Saguia el
Hamra y Río de Oro) proclamato il 12 dicembre 1969, da cui poi
verrà fondato il Fronte Polisario, l’esercito di liberazione
del popolo saharawi in guerra con il Marocco dal 1976 al 1991, ora
fermo nei campi di rifugiati di Tindouf (Algeria) dove vivono oltre
200mila persone da più di trent’anni.
Ogni
anno il 17 giugno si organizzano intifada, ossia
manifestazioni pacifiche o azioni simboliche come innalzare bandiere
della Repubblica Araba Democratica del Sahara (Rasd) per le strade o
sugli edifici della città, scrivere sui muri frasi a favore
dell’autodeterminazione del popolo saharawi e del rilascio di
prigionieri politici, liberare per la città palloncini bianchi
con sopra stampata la bandiera saharawi, gridare e cantare cori per
rivendicare l'indipendenza dal Marocco. Spesso queste giornate
terminano con arresti, torture, sequestri, guerriglia urbana. Nel
corso dell’intifada non-violenta del 2005 viene arrestata Aminetou
Haidar assieme a Mohamed Elmoutaoikil, quest'ultimo tuttora in
carcere.

La
città è militarizzata, molti agenti vengono da Sidi
Ifni, cittadina del Marocco del Sud a tre ore da Layounne, teatro di
gravi disordini del 7 giugno (otto morti, decine di feriti e più
di 140 persone arrestate), per prevenire e scongiurare azioni
dimostrative. La liberazione di Sabbar, prevista per il 17 giugno, è
quindi una coincidenza pericolosa per le autorità marocchine
che probabilmente si aspettano di dover far fronte a manifestazioni
per l'indipendenza e allo stesso tempo al ricevimento che il popolo
saharawi da anni organizza in occasione della liberazione di
prigionieri politici, che spesso termina con bandiere e slogan
indipendentisti.
Per
questo la liberazione avviene al mattino presto, quando nessuno se lo
aspetta, e Sabbar viene trasferito in fretta in una casa del
quartiere periferico e isolato di Layounne, circa sette chilometri
dal centro, che viene subito circondata da camionette della polizia
che controllano l'accesso al quartiere (che è collegato alla
città da un’ampia e deserta strada a tre corsie) e bloccano
l'entrata per tutta la giornata ad amici e parenti di Sabbar che
vorrebbero andarlo a trovare.
L’intifada
preannunciata si concretizza in alcune scritte sui muri delle case di
Layounne accompagnate da cartelli raffiguranti Bassiri e Che Guevara.
Queste azioni dimostrative vengono perseguite ma non portano a nessun
arresto, poiché i responsabili riescono a sfuggire.
La
presenza delle forze di polizia marocchine nei dintorni della casa
dov’è alloggiato Sabbar diminuisce di poco di numero, ma
rimane costante in tutto il quartiere, e le persone intenzionate a
visitare il prigioniero politico sono ancora bloccate e ricacciate
indietro. Nella prima mattinata la polizia aggredisce Sidi Mohamed
Daddach, Presidente del Comitato Saharawi di Appoggio
all'Autodeterminazione del Sahara Occidentale e Premio Rafto
nel 2002, che perderà i sensi a causa delle percosse ricevute.

Arriviamo
sul posto verso l’una del pomeriggio con l'intenzione di chiedere
alle autorità occupanti di poter vedere il prigioniero.
Parcheggiamo davanti alla casa di Sabbar senza mai essere fermati o
controllati per tutto il tragitto. Neanche il tempo di avvicinarci ai
più di trenta poliziotti che stazionano davanti all'entrata
della casa e con nostra sorpresa, senza dire una parola si spostano
tutti, comprese le camionette, lasciano libero l'accesso alla casa e
si fermano agli angoli della via, disorientati e colti di sorpresa
dalla nostra visita.
L'accoglienza
da parte di Sabbar e delle poche altre persone, gran parte familiari
stretti, è molto entusiasta: la presenza di europei,
giornalisti o no, è sinonimo di immunità dagli attacchi
marocchini.
Iniziano
così ad arrivare molti amici e attivisti venuti ad accogliere
e salutare Sabbar, anche se la polizia continua a bloccare alcune
persone che tentano di avvicinarsi. Veniamo a conoscenza della
notizia per telefono, perché la polizia si è spostata
fuori dal nostro campo visivo e continua a comunicare e a muoversi
nervosamente intorno al quartiere, scattandoci foto e continuando a
sorvegliare la zona: una donna e suo figlio di meno di dieci anni
sono stati aggrediti violentemente mentre stavano tentando di
raggiungere la casa.

I
controlli si ridurranno ulteriormente verso il finire della giornata,
ma la presenza della polizia rimane costante per tutto il giorno e
per tutta la notte. Le persone entrate saranno ormai un centinaio e
Sabbar può finalmente ricevere i tanti amici e conoscenti
venuti a congratularsi con lui. Forse non è felice, ma se non
altro commosso e gli si legge in viso una stanchezza soddisfatta.
Parla
delle condizioni in cui vivono i prigionieri nella Carcere Nera:
celle sovraffollate, condizioni igieniche precarie (ci fa vedere
molti segni di infezioni alla pelle delle braccia e delle gambe
venutegli durante la sua reclusione), diritto ad una visita
settimanale per i familiari, frequenti torture, violenze sessuali,
insulti, umiliazioni. Intorno a lui molti vecchi compagni di
reclusione dei suoi dieci anni da desaparecido, ricordano quei
momenti con una forza e una determinazione incredibili, condannandoli
a testa alta, per nulla intimoriti dal possibile ripetersi delle
violenze.
Arriva
anche Daddach, stanco e abbattuto per l’aggressione subita in
mattinata, e si siede stanco a fianco di Sabbar.
La
tensione accumulata dal giorno prima finalmente si è diluita
nella gioia e nell'emozione dello stare insieme dopo due anni di
ingiusta incarcerazione.
"Magari
ci fossero sempre degli europei alle nostre scarcerazioni",
commenta Sabbar salutandoci e ringraziandoci per la nostra visita.
Il
21 giugno si organizza l'accoglienza vera e propria secondo le
tradizioni saharawi presso la sua città natale di Lagsabi,
vicino Guelmim.

La
situazione nel Sahara occidentale è drammaticamente ferma da
troppo tempo. Troppi anni che sono serviti al consolidamento degli
accordi economici che sono tuttora il motivo principale per cui la
situazione non viene seriamente presa in considerazione dalle Nazioni
Unite, nonostante siano presenti su territorio dal 1991con la
famigerata missione Minurso (United Nations Mission for the
Referendum in Western Sahara). La missione è fondamentale per
i campi profughi dei territori liberati, che da più di
trent’anni vivono degli aiuti umanitari che gli consegnano le
Nazioni Unite, ma che nei territori occupati sembra non avere
incarichi più incisivi del semplice presenziare la zona senza
intervenire.
In
due settimane a Layounne abbiamo visto tanti suv bianchi in giro per
la città, per la maggior parte condotti da soldati africani.
La base situata, quasi una beffa, a meno di cinquecento metri in
linea d'aria dalla carcere nera e davanti all'ospedale, dove spesso
sono perpetrate le torture più gravi, soprattutto nei viaggi
in ambulanza. Fosfato, pesce e petrolio consolidano giorno dopo
giorno l'occupazione marocchina. Un amico saharawi, studente a
Marrakesh, dove ancora risiede nonostante i gravi attacchi subiti
dagli studenti saharawi e marocchini membri del Partito Democratico
del 14 maggio, mi riferisce di un dialogo con un ufficiale marocchino
di qualche mese fa: "Ce ne andremo solo quando avremo esaurito
tutte le risorse".Ciò che secondo gli stessi saharawi ha
maggior impatto e importanza è proprio la presenza di
stranieri in grado di raccontare e denunciare le quotidiane
ingiustizie subite dal loro popolo da parte della forza marocchina
occupante. In attesa che i caschi blu o qualche potenza straniera
facciano rispettare la risoluzione della Corte Internazionale di
Giustizia de L'Aia, del 16 ottobre 1975:
La
Corte conclude che gli elementi e le informazioni portati a Sua
conoscenza non stabiliscono l’esistenza di alcun legame di
sovranità tra il territorio del Sahara Occidentale e il Regno
del Marocco.