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Gli
abitanti delle colonie all'interno dei Territori, infatti, ricevono
quantità di acqua tre volte e mezzo superiori delle quote
riservate ai palestinesi, ai quali viene sistematicamente rifiutato
il permesso di scavare nuovi pozzi. Israele, spiega il rapporto di
B'Tselem, ha il totale controllo delle risorse destinate a entrambi i
popoli, e anche il divieto di scavare nuovi pozzi è stato
imposto da un ordinanza militare. Israele preleva acqua dal corso del
Giordano e la pompa in Cisgiordania, verso i coloni e verso
l'Autorità Palestinese. I primi, che sono circa 275 mila,
ricevono 44 milioni di metri cubi di acqua, almeno 5milioni più
di quanti ne ricevano i palestinesi, che in Cisgiordania sono almeno
2milioni e 300 mila. Secondo i dati di B'Tselem anche le risorse
acquifere montane sono monopolizzate da Israele, che consede ai
palestinesi di usarne solo il 20 percento. Combinando questi dati con
la scarisità di precipitazioni degli ultimi mesi, si ricava la
conclusione: quest'anno i palestinesi riceveranno tra i 40 e i 70
milioni di metri cubi di acqua in meno rispetto alle loro necessità.
Poco importa se già adesso nei Territori il consumo di acqua
pro-capite è di soli 66 litri al giorno, due terzi della quota
minima fissata dall'Organizzazione Mondiale per la Sanità,
Oms.
Anche all'interno dei Territori ci sono
differenze: se nelle città principali la situazione rimane
accettabile, nei villaggi le cifre calano ancora. Stando al rapporto,
i palestinesi dei villaggi consumano solo un terzo dell'acqua di cui
avrebbero bisogno secondo l'Oms. Ci sono diverse centinaia di
villaggi che non sono nemmeno connessi con l'acquedotto e dipendono
dalle capacità di mobilità delle autocisterne: i
palestinesi senza acquedotto sono 227mila, mentre altri 190 mila sono
quelli che vivono in villaggi con infreastrutture idriche ridotte
all'osso. In questi ultimi l'acqua arriva, ma solo per poche ore al
giorno e spesso si interrompe per lunghi periodi. Non si tratta di problemi tecnici,
semplicemente l'acqua è poca e la compagnia che gestisce
l'acquedotto, l'israeliana Mekorot, decide in modo discriminatorio di
tagliare le forniture ai villaggi palestinesi per non far mancare
acqua alle colonie e alle loro coltivazioni. La compagnia respinge
però le accuse di B'Tselem, sostenendo di avere fornito nel
2007 “il 30 percento in più di quanto stabilito con gli
accordi di Oslo”. Le quote, sostiene la compagnia, non sono
cambiate e, accusa, nelle zone di Betlemme e Hebron i palestinesi
rubano consistenti quantità di acqua dalle tubature dirette
alle colonie. Secondo le norme internazionali, ricorda B'Tselem,
Israele è una forza di occupazione e, in quanto tale, ha il
dovere di garantire il funzionamento delle infrastrutture idriche e
acqua potabile per tutti.Naoki Tomasini