La ricca regione di Santa Cruz minaccia la secessione dal governo centrale boliviano
Dalla guerra del gas del 2004, causata dalla volontà governativa di privatizzare le riserve di gas
naturali (che diedero il definitivo K.O. all’allora presidente Sanchez de Losada),
alle proteste con richiesta di secessione degli ultimi giorni avvenuti a Santa
Cruz, dovute al considerevole aumento da parte dello stato del prezzo dei carburanti,
e forse alla volontà dei poteri forti di far cessare il governo del nuovo presidente
Carlos Mesa.
Santa Cruz vuole la secessione. Dopo l’aumento del 23 per cento del prezzo dei combustibili, la regione di Santa
Cruz, la più ricca dal punto di vista economico-industriale, minaccia la secessione
dal governo centrale boliviano con manifestazioni, occupazioni di uffici statali
e ogni genere di protesta.
Carlos Mesa, presidente della Repubblica di Bolivia, ha rivolto un appello per
l’unità del Paese. Ad appoggiare le iniziative della presidenza della Repubblica,
ci hanno pensato i dirigenti delle maggiori città boliviane: Potosì, Cochabamba,
Sucre. Questo attestato di stima nei confronti del presidente ha convinto i manifestanti
più radicali (poco più di duecento), a sospendere lo sciopero della fame che avevano
fissato per protestare
contro questa decisione.
L’intervento parlamentare. “Quello di Carlos Mesa è il governo boliviano con lo stampo più sociale degli
ultimi anni, purtroppo stare dalla parte del popolo vuol dire toccare gli interessi
dell’oligarchia che ha sempre dominato gli imprenditori di Santa Cruz. Possiamo
dire che la protesta iniziale è avvenuta per l’aumento del prezzo del diesel,
ma Mesa ha promesso di abbassarlo (e così ha fatto) se fossero cessate le manifestazioni.
Queste non si sono fermate a riprova del fatto che i poteri economici boliviani
hanno la volontà di far cadere il governo Mesa.” Dice Mirko un cooperante italiano
che da anni vive a Cochabamba. “Mesa sta veramente provando a impostare il paese,
il governo e l’amministrazione pubblica in maniera onesta. Questo infastidisce
i cosiddetti poteri forti”
Nel frattempo una commissione parlamentare ha trattato con i secessionisti di
Santa Cruz. La commissione capeggiata da Mario Cossio, presidente della Camera
dei Deputati, ha incontrato il sindaco di Santa Cruz, Hugo Molina, e il presidente
del comitato civico per la secessione Ruben Costas, i quali hanno consegnato una
scatola con circa cinquecentomila firme raccolte nelle ultime settimane a favore
della definitiva separazione dal centralismo istituzionale di La Paz.
I due rappresentanti cruzegni, hanno chiesto al presidente della camere di far
conoscere al più presto una data valida per il referendum sullo statuto del distretto,
minacciando altrimenti la proclamazione della secessione per il giorno venerdì
28 gennaio.
Non solo carburanti. Pensare che le proteste boliviane riguardino solo l’aumento del
prezzo dei carburanti è alquanto riduttivo. Un'altra protesta ha invaso nelle
ultime due settimane le cronache dei quotidiani di La Paz. I cocaleros boliviani stanno manifestando con forza contro la costruzione di una base antidroga,
chiamata La Rinconada, finanziata dagli Usa, nella regione dello Yungas, una regione
dove le colture della pianta di coca danno da vivere a decine di migliaia di cocaleros.
Blocchi stradali, marce, tafferugli sono il risultato delle loro proteste.
I coltivatori hanno timore di essere entrati nel mirino dell’amministrazione
statunitense e che la costruzione della base antidroga raffiguri l’inizio di un’azione
più forte da parte degli Usa, che ha fatto dell’annientamento delle coltivazioni
di coca in Bolivia e Colombia uno dei punti fondamentali della sua politica in
America Latina.
Secondo i rappresentanti sindacali degli agricoltori, questa base militare metterebbe
in serio pericolo i loro diritti e le loro coltivazioni, che tradizionalmente
vengono utilizzate per uso personale come la preparazione di infusi e medicinali.