stampa
invia
Via libera allo
sfruttamento. Come
atteso, oggi il ministro per il Petrolio iracheno,
Hussain al-Shahristani, nel corso di una conferenza stampa, ha
precisato che sono trentacinque le aziende petrolifere che possono
partecipare alle gare di appalto per lo sviluppo dell'industria
nazionale. Altre sei compagnie godranno di contratti a breve
termine, del valore di 500 milioni di dollari l'uno. Adesso verranno
assegnati gli appalti dei giacimenti iracheni, che hanno un valore
incalcolabile in un momento storico in cui un barile di greggio vale
più di 140 dollari Usa. Il ministro ha specificato che saranno
sei i campi petroliferi aperti agli stranieri, su base di contratti a
lungo termine, come lo sono tutti quelli legati al settore
dell'estrazione e della raffinazione del greggio. I campi sono quelli
di Kirkuk, Rumalia, Zubair, West Qurna Phase 1, Bai Hassan e Maysen.
Quest'ultimo contiene altri tre sottocampi: Bazargan, Abu Gharab e
Fakka. Inoltre saranno aperti allo sfruttamento straniero due
giacimenti di gas naturale: Akkas e Mansuryah.
Parlamento bypassato. I sei
contratti già in essere, noti come Technical
Service Agreements (Tsa), sono appunto accordi tecnici di
servizio che il ministero del Petrolio firma con sei compagnie
petrolifere internazionali per aumentare la produzione in sei dei
maggiori giacimenti del Paese, per un totale di 600mila barili al
giorno. Nei giorni scorsi, Abdulhadi al-Hassani, vice presidente
della commissione parlamentare sull'energia al ministero del
Petrolio, aveva garantito che il ministro al-Shahristani avrebbe
riferito in Parlamento prima di prendere iniziative, ma la conferenza
stampa di oggi sembra un'accelerazione sui tempi dell'Assemblea, dove
i seguaci dell'ayatollah radicale Moqtada al-Sadr e alcuni gruppi
sunniti potrebbero opporre resistenze a qualsiasi iniziativa.
Il nodo di Kirkuk. Ma la scelta
delle compagnie petrolifere autorizzate a giocarsi la gara d'appalto
non risolve tutti i problemi. Uno dei nodi da sciogliere è
l'assegnazione dell'appalto per lo sfruttamento del campo petrolifero
di Kirkuk, ritenuto potenzialmente uno dei più ricchi al
mondo. Ma il destino della città, per il momento, è
ancora appeso a un filo. Doveva essere un referendum, da tenersi
entro il dicembre dello scorso anno, a definire la sovranità
curda o sunnita sulla città. Per motivi di sicurezza, il
referendum è stato rinviato in un primo momento a luglio e poi
a data da destinarsi. Christian Elia