30/06/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo trent'anni, e dopo cinque anni di guerra, le compagnie petrolifere occidentali tornano in Iraq
Ci sono tutte, ma proprio tutte. Exxon Mobil, Shell, Total, BP, Chevron e compagnia. Anche le italiane Eni ed Edison, come promesso nel 2003 da George W. Bush al premier Berlusconi in cambio della partecipazione italiana all'invasione dell'Iraq. Da oggi è ufficiale: dopo più di trent'anni, tra nazionalizzazioni ed embargo, l'Iraq torna a essere terra di conquista per le grandi multinazionali del petrolio.

Via libera allo sfruttamento. Come atteso, oggi il ministro per il Petrolio iracheno, Hussain al-Shahristani, nel corso di una conferenza stampa, ha precisato che sono trentacinque le aziende petrolifere che possono partecipare alle gare di appalto per lo sviluppo dell'industria nazionale. Altre sei compagnie godranno di contratti a breve termine, del valore di 500 milioni di dollari l'uno. Adesso verranno assegnati gli appalti dei giacimenti iracheni, che hanno un valore incalcolabile in un momento storico in cui un barile di greggio vale più di 140 dollari Usa. Il ministro ha specificato che saranno sei i campi petroliferi aperti agli stranieri, su base di contratti a lungo termine, come lo sono tutti quelli legati al settore dell'estrazione e della raffinazione del greggio. I campi sono quelli di Kirkuk, Rumalia, Zubair, West Qurna Phase 1, Bai Hassan e Maysen. Quest'ultimo contiene altri tre sottocampi: Bazargan, Abu Gharab e Fakka. Inoltre saranno aperti allo sfruttamento straniero due giacimenti di gas naturale: Akkas e Mansuryah.

Parlamento bypassato. I sei contratti già in essere, noti come Technical Service Agreements (Tsa), sono appunto accordi tecnici di servizio che il ministero del Petrolio firma con sei compagnie petrolifere internazionali per aumentare la produzione in sei dei maggiori giacimenti del Paese, per un totale di 600mila barili al giorno. Nei giorni scorsi, Abdulhadi al-Hassani, vice presidente della commissione parlamentare sull'energia al ministero del Petrolio, aveva garantito che il ministro al-Shahristani avrebbe riferito in Parlamento prima di prendere iniziative, ma la conferenza stampa di oggi sembra un'accelerazione sui tempi dell'Assemblea, dove i seguaci dell'ayatollah radicale Moqtada al-Sadr e alcuni gruppi sunniti potrebbero opporre resistenze a qualsiasi iniziativa.
Le procedure d'appalto, peraltro, sono iniziate prima della definizione della legge quadro sulla ripartizione dei proventi della vendita del petrolio, ma le compagnie occidentali erano troppo affamate di greggio in un momento economico come questo per aspettare l'iter parlamentare con tutte le sue insidie.

Il nodo di Kirkuk. Ma la scelta delle compagnie petrolifere autorizzate a giocarsi la gara d'appalto non risolve tutti i problemi. Uno dei nodi da sciogliere è l'assegnazione dell'appalto per lo sfruttamento del campo petrolifero di Kirkuk, ritenuto potenzialmente uno dei più ricchi al mondo. Ma il destino della città, per il momento, è ancora appeso a un filo. Doveva essere un referendum, da tenersi entro il dicembre dello scorso anno, a definire la sovranità curda o sunnita sulla città. Per motivi di sicurezza, il referendum è stato rinviato in un primo momento a luglio e poi a data da destinarsi.
Il governo del premier al-Maliki tratta per raggiungere un accordo, ma la soluzione del problema sembra lontana. E i curdi, in barba all'assenza di una legge del petrolio nazionale, hanno stipulato oltre venti contratti internazionali di sfruttamento dei pozzi nel Kurdistan iracheno. Il primo ministro della regione autonoma curda, Nechirvan Barzani, ha ribadito che quei contratti sono ''irreversibili, e chiunque pensi di annullarli sogna''. Non proprio una base  per una trattativa flessibile.

Christian Elia

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