
Venticinque giugno 1978. Gli occhi di milioni di
spettatori sono puntati verso le televisioni che trasmettono l'ultima
partita dei mondiali che si svolgono in Argentina. Le bluse bianco
azzurre, strisce verticali, si giocano la finale contro gli
arancioni dell'Olanda. Che fra le loro fila hanno un' assenza
significativa: manca Johan Cruijff, che si è rifiutato di
andare a giocare in un Paese in cui si stanno massacrando gli
oppositori politici. L'olandese lo sa. Ma gli argentini, molti
argentini scopriranno la devastazione della giunta militare solo
dopo. E molti di loro, emozionati e festanti in quelle ore,
tramuteranno lacrime di gioia ed emozione in lacrime di dolore e
maledizione.
Ieri a Buenos Aires hanno provato a
cancellare quel ricordo funesto: l'Iem ( Instituto espacio por la
memoria) ha organizzato una partita nello stesso posto e richiamando
alcuni dei giocatori che presero parte alla finale, vinta dagli
argentini. Trent'anni fa finì 3-1. Ieri, invece, un pareggio:
1-1. Una manifestazione ha preceduto la partita, con un percorso
significativo: dalla sede dell'Esma, la scuola meccanicizzata
dell'Armata – luogo di torture e sparizioni – fino allo stadio
River Plate. Per le organizzazioni dei diritti umani quei mondiali e
quella vittoria servirono per distrarre l'opinione pubblica dal
massacro. Per vittime e carnefici, come racconta il premio Nobel per
la pace Esquivel, la partita era un momento strano, fuori dalla
realtà. “Noi sotto tortura e chi usava la picana – ricorda
il premio Nobel - ci ritrovavamo a gridare insieme 'Gol
dell'Argentina!'.”
PeaceReporter ha raccolto tre
testimonianze fra chi, allora, visse quella partita di calcio. I loro
ricordi, le immagini che sono rimaste ferme nelle loro pupille fino a
oggi.
Alfredo Somoza, oggi presidente dell'Icei (Istituto cooperazione economico internazionale)

“La macchina era stata ben oleata,
quella calcistica-affaristica e quella militare. Tutto era pronto per
il fischio di inizio del Mundial della dittatura. Videla, Massera e
Agosti tiravano fuori dagli armadi vestiti da civile, i Ford Falcon
verde militare senza targhe pattugliavano la città alla
ricerca di manifestanti, guerriglieri, "disfattisti". Tutte
le persone prelevate in quelle ore, come nelle tante precedenti e
successive, sarebbero finite nei "chupaderos", i lager
clandestini dei militari dai quali pochi sarebbero usciti vivi. Uno
dei più famigerati, la Scuola di Meccanica della Marina
(ESMA), si trovava a pochi metri dallo stadio del River Plate dove
alle ore 15 Videla avrebbe dato il calcio di inizio della partita
Germania-Polonia con la quale si dava il via a "Argentina '78".
Io, come tanti, ero testimone muto del più
grande, e riuscito, tentativo della dittatura di creare una cortina
fumogena che coprisse le voci che cominciavano a denunciare
all'estero l'orrore. Testimoni muti perché zittiti con le armi
in mano. Non si era mai visto ciò che succedeva in quelli anni
in Argentina: avrebbero sterminato "i terroristi, poi i
fiancheggiatori, poi i complici intellettuali e infine gli
indifferenti". E lo stesso c'era resistenza, fatta da piccoli
atti eroici, da intercettazioni del segnale TV e radio, da
volantinaggi davanti alle fabbriche, da stampa clandestina. Poco,
rispetto a un popolo in delirio perché per la prima volta era
protagonista di un mondiale di calcio, ma sufficiente per lasciare
un'impronta di non rassegnazione nella memoria del futuro”.
Silvina Grippaldi,
oggi segretaria di redazione
"I miei ci avevano messi a dormire nella stanza che dava sulla strada. Anche
se arrivavano dei rumori di qualche macchina che passava e nonostante la stanza
fosse più piccola di quella che si affacciava sul patio, secondo loro in quella
stanza stavamo meglio. E secondo loro eravamo al sicuro. Perché se fossimo andati
nell’altra camera ci avrebbero svegliato le urla che arrivavano dallo scantinato
della sede della Policia Federal di Azul, piccola cittadina della provincia di
Buenos Aires, sede di uno dei distaccamenti più importanti dell’esercito e per
la legge fisica che i poli opposti si attraggono, anche luogo dove c’erano molti
guerriglieri dell’Erp e montoneros.
In quella stessa strada dove si affacciava la nostra stanza, mio padre parcheggiava
la sua “quattroelle”, così chiamata in Argentina la R4, dove ogni volta che la
nostra nazionale faceva gol durante il mondiale del ‘78, esattamente trent’anni
fa, papà usciva a suonare il clacson insieme a tutti i vicini del barrio e ci
ricordiamo ancora la partita contro il Perù, dove al quinto gol del 6 a 0, mio
padre disse basta perché era stanco di fare avanti indietro.
E in quella stessa strada, siamo usciti tutti con la bandiera bianca e celeste
il giorno della finale contro l’Olanda, il 28 giugno 1978 per festeggiare, per
urlare che eravamo campioni del mondo, per applaudire la nostra nazionale e la
nostra nazione, perché eravamo orgogliosi e non avevamo l’età
sufficiente per sapere e non sapevamo. E con le nostre urla abbiamo coperto le
urla di quelli che, come si diceva ad Azul, anda’ a saber que hicieron (vai a
saper cosa hanno fatto).
Mio fratello non ha potuto festeggiare i mondiali come desiderava, perché voleva
uscire con il tamburo e mia madre gli disse di no. Dopo anni, ci raccontò che
la stella che gli aveva dipinto Susana, la professoressa di bombo, era una stella
rossa a cinque punte. E Susana, mentre noi festeggiavamo i mondiali, veniva torturata
e desaparecida dietro casa mia".
Manuel Ferreira, oggi è attore e produttore teatrale di Alma Rosé
"Per un ragazzo di 13 anni, che cosa c’è
di più importante del calcio, che cosa può essere
più emozionante del proprio Paese che organizza il mondiale e
lo vinca pure. Trenta anni fa, mi toccava uscire dal
tunnel dello stadio dove migliaia di giovani argentini facevano lo
schema di ginnastica per la cerimonia inaugurale del mondiale di
calcio 1978. Eravamo dietro la Polonia, ma quando è uscita
l’Argentina, lo stadio è esploso in urlo unico e non si
riusciva a vedere niente, per la quantità di pezzettini di
carta bianca che la gente lanciava dagli spalti. Io camminavo e
guardavo la riga del pavimento, non si vedeva niente. Camminavo e
piangevo dall’emozione, e mi dicevano “Non piangere!” Io
piangevo. E urlavo: “ARGENTINA, ARGENTINA”
Sono emozioni fortissime, che ti
rimangono nell’anima…
Molti anni dopo, a 17 anni nel 1982,
quando ho cominciato a prendere atto di quello che in contemporanea
succedeva a pochissimi metri da dove io piangevo, dove altri giovani
e persone morivano torturati, massacrati, violentati, quel ricordo mi
diventò così amaro, che mi veniva da piangere e anche da
vomitare al pensiero di aver dovuto, nello stesso momento del
massacro, alzare la mano per salutare quella giunta criminale che
faceva morire per sempre una generazione, che imponeva un progetto di
distruzione del nostro Paese di cui tutt’ora continuiamo a
pagare le conseguenze. Che crudeltà, che piano machiavellico
per distruggerti l’anima.
Sarebbe bello, poter rifare lo schema
di ginnastica oggi noi quarantenni e poter uscire dallo stadio, senza
piangere più, e andare a salutare lì vicino, in quel
posto dove migliaia di argentini sono stati uccisi, all’ESMA, e
inondare quel posto di bigliettini bianchi e non piangere, ma dir
loro che noi non dimenticheremo più, e che non smetteremo mai
i nostri sforzi perché la loro memoria rimanga per sempre e
perché i colpevoli finiscano in quel tunnel buio dello stadio,
e che non riescano mai più a uscire come nei peggiori degli
incubi. Sperando che per un solo attimo potessero provare la paura e il
terrore che quelle vittime hanno provato in quelle celle a solo 300
metri da dove loro incoronavano la nazionale Campione del Mondo.
Ci sono cose nella vita che non si
perdonano, e la rivincita non serve a quasi niente. Comunque,
dopo la partita di ieri a Buenos Aires, a 30 anni da quel tremendo
1978, oggi mi sento meglio".