
Nelle ultime settimane sta circolando su Internet un appello di una ventina di
iracheni espatriati - giornalisti, professori, intellettuali - per boicottare
le elezioni irachene del 30 gennaio. Secondo i firmatari, "all’Iraq è negato un
voto libero e giusto", e "i governi di occupazione hanno elaborato un progetto
per riprodurre il governo iracheno ad interim, per prolungare l’occupazione e
incitare i conflitti settari ed etnici".
Il professor Sami Ramadani, che insegna sociologia alla London Metropolitan University,
è stato il primo a sottoscrivere l’appello. Arrivato in Gran Bretagna con una
borsa di studio nel 1965 e poi diventato attivista democratico in esilio, il 55enne
professore è a dir poco scettico riguardo all’importanza che queste elezioni hanno
per il suo paese natale.
Nell’appello lei e gli altri firmatari sostenete che milioni di iracheni non
potranno votare perché sotto assedio. Di cosa hanno paura gli Usa?
"Gli Stati Uniti hanno deciso di non lasciare l’Iraq e programmano di starci
per un tempo molto lungo. Sanno che un voto democratico eleggerebbe un governo
fortemente anti-Usa, che chiederebbe loro di lasciare il paese".
Ma in fondo l’esito delle elezioni non è scontato? Se gli sciiti sono il 60 per
cento…
"Niente è scontato, ed è un’enorme semplificazione descrivere gli sciiti come
un blocco unico. L’Iraq è molto più vario: ci sono più di un milione di curdi
a Baghdad, più che in qualunque altra città del Kurdistan, lo sapeva? Gli iracheni
sono uniti ma gli Usa hanno cercato di fomentare un conflitto dividendo la popolazione
in sciiti, sunniti, curdi, cristiani eccetera. E’ un piano per disorientare e
disunire gli iracheni. Moqtada al-Sadr è un religioso sciita ma è contro le elezioni:
allora perché i media insistono sulla divisione sciiti/sunniti? E’ una semplificazione
che fa il gioco degli Usa".

Perché se la prende tanto con gli Usa e non con i terroristi che cercano di sabotare
le elezioni?
"Pochi terroristi non possono impedire a un’intera nazione di votare. Gli iracheni
hanno superato da tempo la barriera della paura. Se boicotteranno il voto sarà
perché non vogliono votare in queste condizioni. Lo sa che Baghdad è senza acqua
da 12 giorni? Non ne parla nessuno, ma chiami chiunque a Baghdad e glielo diranno.
In questo momento nella capitale manca anche il riscaldamento. La gente cerca
di sopravvivere, come si può votare democraticamente in queste condizioni?".
Gli elettori si stanno registrando in massa per votare?
"I giornalisti non hanno notato nessuna corsa alla registrazione. Ci sarà una
buona partecipazione nel sud, per la posizione dell’ayatollah al-Sistani. Se non
fosse per il suo intervento, il boicottaggio raggiungerebbe il 90 per cento invece
del 60 per cento. E poi i numeri ufficiali possono ingannare: a molti iracheni
è stato chiesto di vendere i loro certificati elettorali per 100 dollari. Data
l’estrema povertà, molti hanno accettato".
Se le truppe straniere si ritirassero, l’Iraq avrebbe le strutture per tenere
libere elezioni?
"La più grande struttura è la convinzione che l’Iraq deve rimanere unito. Questo
è il sentimento predominante nel paese, e ha il potere di concentrare le forze
per supervisionare le elezioni".

Ma è una forza che supera le divisioni tra le diverse comunità?
"Sì. Anche la questione curda può essere risolta. Le altre forze sanno che l’Iraq
non può rimanere unito se ai curdi non vengono riconosciuti i loro diritti nazionali.
Ma il desiderio di un Iraq unito è così potente che le richieste dei curdi verranno
esaudite da qualunque governo. E la questione sunniti/sciiti non è mai stata un
grande problema. L’Iraq non ha una guerra civile nella sua storia. Molti iracheni
mi dicono che gli americani stanno chiudendo un occhio di fronte ai terroristi
che attaccano le moschee e le chiese, perché vogliono fomentare il conflitto.
Gli Usa sono rimasti scioccati dal livello di ostilità verso le truppe di occupazione
tra la gente comune. E come ogni potenza occupante, sanno che devono cercare di
dividere la popolazione se vogliono rimanere".
Una commissione elettorale indipendente, come lei chiede, non sarebbe percepita
come un altro organo-fantoccio?
"No, se si avverassero le altre tre condizioni che poniamo, e cioè l’indicazione
di un percorso preciso che porti al ritiro veloce delle truppe di occupazione,
la fine degli attacchi contro la popolazione e il rilascio di tutti i prigionieri
politici. Se fosse così, gli iracheni si riverserebbero nelle strade a milioni
per festeggiare. E schiaccerebbero al-Zarqawi e qualunque altro terrorista".