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A parlare è Silvia Ribeiro, messicana, giornalista e ricercatrice del
Gruppo Etc (Gruppo di Azione su Erosione, Tecnologia e Concentrazione),
un'organizzazione internazionale che ha sede in Canada. Da anni si
occupa di biopirateria. L’abbiamo contattata per telefono.
Cosa s’intende per biopirateria? L'appropriazione delle conoscenze e delle risorse genetiche delle
comunità indigene da parte di individui e istituzioni che vogliono il
controllo esclusivo su queste risorse e conoscenze. Da circa 20 anni,
la biopirateria non è più solo fisica: le imprese, cioè, non si
limitano a portare via la pianta, ma anche il brevetto. È una forma di
proprietà intellettuale, che permette di reclamare un diritto esclusivo
su una risorsa genetica. Chi vorrà usufruirne (per coltivare una
pianta, ad esempio), dovrà pagare. Per il mais, esistono già oltre 70
specie brevettate.
Quali sono i paesi più colpiti? Quelli che destano più interesse per l'industria: Venezuela, Costarica,
Colombia, Messico Ecuador, Perù, Congo, Madagascar, Cina, Indonesia,
Australia. Più in generale, tutta la parte di selva tropicale della
Terra.
Perché le piante interessano tanto alle imprese? La natura è una base molto importante dell'industria farmaceutica. Con
i progressi della tecnologia, è più facile, a partire da un estratto
naturale, produrre un composto farmaceutico. A volte le piante vengono
anche brevettate tali e quali: è il caso del tepescohuite , la
corteccia di un albero messicano, miracolosa per le ustioni,
recentemente brevettata da un'impresa spagnola. Quello che
l'industria farmaceutica guadagna con i composti naturali è
impressionante: nel 1996, a livello mondiale, i guadagni in rimedi
naturali ammontavano a 32mila milioni di dollari. E fino al 1980, quasi
il 25 per cento dei farmaci che si vendevano negli Stati Uniti
proveniva da estratti naturali.
Quali industrie sono implicate nella biopirateria?Tutti i colossi del settore farmaceutico, agrochimico e delle sementi.
Non più di qualche decina in tutto. Per i prodotti farmaceutici, ci
sono il gruppo Glaxo e Smith Kline Beecham, Pfizer (incluso Warner
Lambert), Merck & Co, AstraZeneca, Aventis, Bristol-Myers Squibb,
Novartis, Pharmacia (incluso Monsanto & Upjohn), Hoffman-La Roche,
Johnson & Johnson. Nel settore agrochimico, Syngenta (Novartis
+AstraZeneca), Pharmacia (Monsanto), Aventis (AgrEvo + Rhone Poulenc),
BASF (+ Cyanamid), DuPont, Bayer, Dow AgroSciences, Makhteshim-Agan,
Sumitomo, FMC.. Nell'industria delle sementi, si distinguono: DuPont
(Pioneer), Pharmacia (Monsanto), Syngenta, Groupe Limagrain, Grupo
Pulsar (Seminis), Advanta (AstraZeneca e Cosun), Dow (+ Cargill North
America), KWS AG, Delta & Pine Land, Aventis.
Che impatto ha la biopirateria sulle culture indigene?
Fino agli anni '90, le imprese andavano presso le comunità indigene,
prelevavano le piante, non chiedevano il permesso, né pagavano nulla.
Poi si accorsero che era molto più efficace chiedere consiglio agli
anziani e agli sciamani. Ai depositari del sapere, insomma. Così si
cominciò ad offrire denaro in cambio di indicazioni. E neanche tanto:
molti contratti di bioispezione prevedono una “ripartizione giusta ed
equa dei benefici”: ma chi stabilisce cosa è giusto ed equo? Il più
delle volte ci si limita a dare un salario. Ma il know how può essere
pagato con un salario? A parte lo sfruttamento, sono altre (e ben più
gravi) le conseguenze di
questo scambio. La conoscenza millenaria delle piante medicinali, è
sempre stata collettiva e gratuita. Anche se ristretta (perché affidata
allo sciamano), ha sempre avuto una funzione sociale. Offrire soldi
crea un terremoto nelle relazioni della comunità: commercializzare un
bene pubblico è un modo per privatizzarlo. E finisce per erodere una
cultura fondata sulla gratuità.
Che futuro ci attende se continueremo a brevettare le risorse genetiche e naturali? In campo agricolo, le prospettive sono preoccupanti. Se alla
concentrazione di imprese e al meccanismo delle patenti aggiungiamo lo
sviluppo della tecnologia, andiamo verso un sempre maggiore controllo
da parte di pochi gruppi industriali.
Di quali tecnologie parla? Del transgenico, ad esempio. Anche questo settore entra in piena regola nel
sistema perverso dei brevetti sulla vita.
Quali sono i rischi? Una sempre maggiore dipendenza degli agricoltori dalle grandi aziende
produttrici. Una dipendenza che nel Sud del mondo sarà ancora più
drammatica: i semi transgenici costano (così come gli erbicidi
adatti alle nuove specie, venduti dalle stesse multinazionali delle
sementi). E i costi degli Ogm si ammortizzano solo
in un'agricoltura intensiva e meccanizzata.
Non è escluso, infine, il rischio di una “guerra biologica”: un virus
lanciato su piantagioni uniformi (quelle geneticamente modificate lo
sono), provocherebbe una catastrofe. In un sistema siffatto, andrebbe
persa, ancora più di quanto già accade, la sovranità alimentare dei
paesi poveri, la capacità, cioè, di produrre per
l’autosostentamento e non solo per l’esportazione. Di agricoltura di
sussistenza, quella fatta di piccoli produttori e di appezzamenti
minuscoli, oggi vive il 25% della popolazione mondiale.