04/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



"La diversità biologica è una ricchezza sempre più indispensabile all'industria"

Biodiversità in MessicoA parlare è Silvia Ribeiro, messicana, giornalista e ricercatrice del Gruppo Etc (Gruppo di Azione su Erosione, Tecnologia e Concentrazione), un'organizzazione internazionale che ha sede in Canada. Da anni si occupa di biopirateria. L’abbiamo contattata per telefono.

Cosa s’intende per biopirateria? L'appropriazione delle conoscenze e delle risorse genetiche delle comunità indigene da parte di individui e istituzioni che vogliono il controllo esclusivo su queste risorse e conoscenze. Da circa 20 anni, la biopirateria non è più solo fisica: le imprese, cioè, non si limitano a portare via la pianta, ma anche il brevetto. È una forma di proprietà intellettuale, che permette di reclamare un diritto esclusivo su una risorsa genetica. Chi vorrà usufruirne (per coltivare una pianta, ad esempio), dovrà pagare. Per il mais, esistono già oltre 70 specie brevettate.

Quali sono i paesi più colpiti? Quelli che destano più interesse per l'industria: Venezuela, Costarica, Colombia, Messico Ecuador, Perù, Congo, Madagascar, Cina, Indonesia, Australia. Più in generale, tutta la parte di selva tropicale della Terra.

Perché le piante interessano tanto alle imprese? La natura è una base molto importante dell'industria farmaceutica. Con i progressi della tecnologia, è più facile, a partire da un estratto naturale, produrre un composto farmaceutico. A volte le piante vengono anche brevettate tali e quali: è il caso del tepescohuite , la corteccia di un albero messicano, miracolosa per le ustioni, recentemente brevettata da un'impresa spagnola. Quello che l'industria farmaceutica guadagna con i composti naturali è impressionante: nel 1996, a livello mondiale, i guadagni in rimedi naturali ammontavano a 32mila milioni di dollari. E fino al 1980, quasi il 25 per cento dei farmaci che si vendevano negli Stati Uniti proveniva da estratti naturali.

Tepezcohuite Quali industrie sono implicate nella biopirateria?
Tutti i colossi del settore farmaceutico, agrochimico e delle sementi. Non più di qualche decina in tutto. Per i prodotti farmaceutici, ci sono il gruppo Glaxo e Smith Kline Beecham, Pfizer (incluso Warner Lambert), Merck & Co, AstraZeneca, Aventis, Bristol-Myers Squibb, Novartis, Pharmacia (incluso Monsanto & Upjohn), Hoffman-La Roche, Johnson & Johnson. Nel settore agrochimico, Syngenta (Novartis +AstraZeneca), Pharmacia (Monsanto), Aventis (AgrEvo + Rhone Poulenc), BASF (+ Cyanamid), DuPont, Bayer, Dow AgroSciences, Makhteshim-Agan, Sumitomo, FMC.. Nell'industria delle sementi, si distinguono: DuPont (Pioneer), Pharmacia (Monsanto), Syngenta, Groupe Limagrain, Grupo Pulsar (Seminis), Advanta (AstraZeneca e Cosun), Dow (+ Cargill North America), KWS AG, Delta & Pine Land, Aventis.

 
Qual è la provenienza di queste imprese? Stati Uniti, Svizzera, Messico (Gruppo Pulsar), Olanda, Gran Bretagna, Germania, Francia. Le imprese farmaceutiche sono quelle che oggi hanno la maggiore disponibilità di liquidi. Più dell'informatica, del petrolio, dei minerali. Il mercato farmaceutico è cresciuto da 70 miliardi di dollari nel 1981, a 317 nel 2000. Proprio in questi tre settori si è verificata negli ultimi anni, una concentrazione senza precedenti, che vede sconfinamenti di un campo nell'altro (il farmaceutico produce anche agrochimico e sementi, ad esempio). Le dieci più grandi industrie farmaceutiche hanno il 47% del mercato mondiale (valutato in 317 miliardi di dollari). Nel settore agrochimico, le dieci maggiori controllano l'87% del mercato (30 miliardi di dollari), e in quello delle sementi, il 30% di un mercato di 24,4 miliardi di dollari.

TepezcohuiteChe impatto ha la biopirateria sulle culture indigene? Fino agli anni '90, le imprese andavano presso le comunità indigene, prelevavano le piante, non chiedevano il permesso, né pagavano nulla. Poi si accorsero che era molto più efficace chiedere consiglio agli anziani e agli sciamani. Ai depositari del sapere, insomma. Così si cominciò ad offrire denaro in cambio di indicazioni. E neanche tanto: molti contratti di bioispezione prevedono una “ripartizione giusta ed equa dei benefici”: ma chi stabilisce cosa è giusto ed equo? Il più delle volte ci si limita a dare un salario. Ma il know how può essere pagato con un salario? A parte lo sfruttamento, sono altre (e ben più gravi) le conseguenze di questo scambio. La conoscenza millenaria delle piante medicinali, è sempre stata collettiva e gratuita. Anche se ristretta (perché affidata allo sciamano), ha sempre avuto una funzione sociale. Offrire soldi crea un terremoto nelle relazioni della comunità: commercializzare un bene pubblico è un modo per privatizzarlo. E finisce per erodere una cultura fondata sulla gratuità.

Che futuro ci attende se continueremo a brevettare le risorse genetiche e naturali? In campo agricolo, le prospettive sono preoccupanti. Se alla concentrazione di imprese e al meccanismo delle patenti aggiungiamo lo sviluppo della tecnologia, andiamo verso un sempre maggiore controllo da parte di pochi gruppi industriali.

Di quali tecnologie parla? Del transgenico, ad esempio. Anche questo settore entra in piena regola nel sistema perverso dei brevetti sulla vita.

Quali sono i rischi? Una sempre maggiore dipendenza degli agricoltori dalle grandi aziende produttrici. Una dipendenza che nel Sud del mondo sarà ancora più drammatica: i semi transgenici costano (così come gli erbicidi adatti alle nuove specie, venduti dalle stesse multinazionali delle sementi). E i costi degli Ogm si ammortizzano solo in un'agricoltura intensiva e meccanizzata.
Non è escluso, infine, il rischio di una “guerra biologica”: un virus lanciato su piantagioni uniformi (quelle geneticamente modificate lo sono), provocherebbe una catastrofe. In un sistema siffatto, andrebbe persa, ancora più di quanto già accade, la sovranità alimentare dei paesi poveri, la capacità, cioè, di produrre per l’autosostentamento e non solo per l’esportazione. Di agricoltura di sussistenza, quella fatta di piccoli produttori e di appezzamenti minuscoli, oggi vive il 25% della popolazione mondiale.

Paola Erba


 

Categoria: Ambiente