21/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Messico, paese di origine del mais, è contaminato con mais transgenico

Pannocchie di maisLa scoperta risale al maggio del 2001, ma da allora i casi di contaminazione si susseguono.  Proprio qualche giorno fa l’Istituto Nazionale di Ecologia ha ordinato nuove analisi in zone sospette. Sul tema abbiamo intervistato Aldo Gonzales, indigeno zapoteca, coordinatore dell’Unione di Organizzazioni della Sierra Juárez e membro del Congresso Nazionale Indigeno .

Quali sono le conseguenze della contaminazione? La perdita di biodiversità, innanzitutto. L’uniformità genetica è pericolosa, perchè rende la natura più vulnerabile. In Messico sono più di 300 le specie di mais che nei millenni si sono adattate alle condizioni più varie: al mare, alla selva umida, alle altezze di tremila metri. Poi c'è un danno culturale, perchè la diversità biologica nasce dalle conoscenze millenarie degli indigeni. Le prime tracce di mais risalgono a 10mila anni fa.
Ma le conseguenze più gravi sono sociali, perchè gli ogm creano dipendenza. Il nuovo mais, nella maggior parte dei casi, non si può riseminare. Bisogna comperarlo ogni anno. A vendere i semi e deciderne il prezzo, sono le multinazionali, che producono anche i pesticidi adatti alle nuove specie. Infine, c'è la perdita di sovranità alimentare delle comunità contadine.

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MaisPuò spiegarsi meglio? I costi degli ogm si ammortizzano solo se si coltiva in grande quantità e su grandi estensioni. Come nell' agricoltura intensiva e meccanizzata, fatta per l’esportazione e non per il consumo diretto. Ma i piccoli contadini coltivano anche per sè, su terreni minimi, in zone spesso accidentate. Qui il transgenico non solo è inutile, ma li costringe a vendere il più possibile per recuperare i costi della semina. Vendono i loro prodotti invece di cibarsene, esponendosi alle oscillazioni del mercato e ai prezzi imposti dalle multinazionali. Perdono sovranità alimentare, cioè la possibilità di vivere di quello che coltivano. E di decidere cosa coltivare. Oggi sono proprio queste piantagioni familiari a sfamare il sud del mondo. I campi transgenici, invece, sono particolarmente diffusi negli Stati Uniti (che con 20,5 milioni di ettari, coltivano il 74 per cento degli ogm mondiali), in Argentina (4,3 milioni di ettari), Canada ( 2,8 milioni), Australia (0,1 milioni).

Mietitura el mais Il cibo transgenico sconfiggerà la fame nel mondo, si dice. La più alta produttività e la migliore qualità dei prodotti, contribuirà infatti a sfamare chi oggi muore di fame o vive in stato di denutrizione. E' vero? Gli ogm non nutrono meglio: meno dell’ 1 per cento delle piante transgeniche ha caratteristiche nutrizionali particolari. La maggior parte produce raccolti più abbondanti, ma solo perchè sono minori le perdite dovute a insetti e infestanti: il 70 per cento degli ogm , sono stati modificati per resistere meglio agli erbicidi, non per essere più ricchi di sostanze nutritive. Senza contare lo sfruttamento del terreno: la produttività degli ogm diminuisce nell’arco di qualche anno. Poi i campi, forzati ad una produzione intensiva, non danno più gli stessi risultati.

In Messico, una legge del 1998 vieta di seminare mais transgenico. Come è avvenuta allora la contaminazione? Gli ogm non si possono coltivare, ma si possono mangiare. La legge distingue tra mais destinato alla semina e mais per l’alimentazione, che viene tranquillamente importato. Purtroppo gli agricoltori indigeni non fanno distinzione: il mais che mangiano è lo stesso che poi mettono da parte per la semina.

Pianta del mais Cos'è successo, quindi? I contadini hanno comprato mais transgenico da Diconsa (una delle maggiori importatrici messicane di mais per l’alimentazione dagli Stati Uniti). Invece di limitarsi a mangiarlo, l’hanno anche seminato.

In che percentuale il mais importato dagli USA è geneticamente modificato? Non lo sappiamo con esattezza.  Negli Usa, il 25 per cento dei campi di mais è coltivato con ogm. Dopo la raccolta i chicchi, modificati e non, vengono mischiati e distribuiti senza alcuna etichetta. Non abbiamo dati sui magazzini delle ditte che importano mais dagli Usa. Prime fra tutte la Cargil, che come Diconsa è di proprietà del governo federale messicano.

Piantagione di mais Oggi il vostro paese importa dagli USA circa 6 milioni di tonnellate di mais all’anno. Calcolando che ne consuma circa 25 milioni, il 20 per cento del mais per l’alimentazione viene dagli Stati Uniti. Come si spiega un’importazione così massiccia proprio da parte del Messico, che fino a 20 anni fa era il principale produttore di mais al mondo? Ha molto a che fare con la globalizzazione dei commerci, ma anche con le politiche introdotte dai nostri governi. Grazie ad esse oggi, non solo il Messico, ma buona parte dell’America Latina non è più sovrana in materia di alimentazione. A partire dal 1982 il Messico ha dato avvio a politiche agricole che hanno ridotto i sussidi e i prezzi garantiti a prodotti di base importantissimi come il mais e i fagioli. Oggi è più economico comprare il mais proveniente dagli Usa (dove gode di aiuti statali), piuttosto che produrlo nelle comunità indigene. Rispetto agli Stati Uniti, la nostra produttività è bassissima: circa settecento kilogrammi per ettaro, contro le loro quindici tonn ellate. Oltre alla mancanza di sussidi noi non abbiamo le premesse ambientali e culturali per un’agricoltura intensiva: le condizioni del terreno sono impervie (coltiviamo anche su pendenze del 75 per cento). Inoltre le popolazioni indigene usano il mais più per l'alimentazione che per il commercio.

Stimmi del mais Quali sono le conseguenze sociali di tutto ciò? La povertà e l’abbandono delle terre. Sempre più contadini lasciano i campi e si trasformano in manodopera a basso prezzo per le maquilas , le industrie di assemblaggio (di pezzi elettronici, stoffe, materiali sanitari...) presenti sulla frontiera con gli Stati Uniti e oggi anche negli stati del Sud-est. L’abbandono è facilitato da una legge del 1992 che ha dato avvio alla privatizzazione delle campagne. Stravolgendo i principi che regolavano la proprietà della terra sin dall’epoca della rivoluzione, questa legge permette oggi di vendere el ejido (la dotazione di terra distribuita ai contadini e agli indigeni dopo il 1917), un tempo era assolutamente inalienabile. Comprano queste terre, i cachiques , i piccoli potenti locali, indigeni anch’essi, ma in genere poco preoccupati di conservare biodiversità. A rincarare la dose l’anno scorso è venuta la riforma sui diritti e sulle culture indigene, che lascia aperta la possibilità di stilare accordi con ‘terzi’ per lo sfruttamento dei terreni.

Chi sono questi ‘terzi’? Con ogni probabilità le multinazionali.

Cosa sta facendo il governo messicano per frenare la contaminazione transgenica? Nel nostro paese non esiste legislazione sulla sicurezza alimentare, nè sulle risorse genetiche. Chi le usa, può farlo senza regole. Lo stesso vale per la biopirateria . L’ impressione è che si voglia lasciare che le cose avvengano. Da parte nostra, stiamo facendo pressione perchè se ne parli: la sicurezza alimentare e l’accesso alle risorse genetiche riguardano tutti. 

Paola Erba


 

Categoria: Ambiente
Luogo: Messico