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La
scoperta risale al maggio del 2001, ma da allora i casi di
contaminazione si susseguono. Proprio qualche giorno fa
l’Istituto Nazionale di Ecologia ha ordinato
nuove analisi in zone sospette. Sul tema abbiamo intervistato Aldo
Gonzales, indigeno zapoteca, coordinatore dell’Unione di Organizzazioni
della Sierra Juárez e membro del Congresso Nazionale Indigeno .
Quali sono le conseguenze della contaminazione? La perdita di biodiversità, innanzitutto. L’uniformità genetica è
pericolosa, perchè rende la natura più vulnerabile. In Messico
sono più di 300 le specie di mais che nei millenni si sono adattate
alle condizioni più varie: al mare, alla selva umida, alle altezze di
tremila metri. Poi c'è un danno culturale, perchè la diversità
biologica nasce dalle conoscenze millenarie degli indigeni. Le
prime tracce di mais risalgono a 10mila anni fa. Ma le conseguenze più gravi sono sociali, perchè gli ogm creano
dipendenza. Il nuovo mais, nella maggior parte dei casi, non si può
riseminare. Bisogna comperarlo ogni anno. A vendere i semi e deciderne
il prezzo, sono le multinazionali, che producono anche i pesticidi
adatti alle nuove specie. Infine, c'è la perdita di sovranità alimentare delle comunità contadine.
Può spiegarsi meglio? I costi degli ogm si ammortizzano solo se si coltiva in grande quantità
e su grandi estensioni. Come nell' agricoltura intensiva e
meccanizzata, fatta per l’esportazione e non per il consumo diretto. Ma
i piccoli contadini coltivano anche per sè, su terreni minimi, in zone
spesso accidentate. Qui il transgenico non solo è inutile, ma li
costringe a vendere il più possibile per recuperare i costi della
semina. Vendono i loro prodotti invece di cibarsene, esponendosi alle
oscillazioni del mercato e ai prezzi imposti dalle multinazionali.
Perdono sovranità alimentare, cioè la possibilità di vivere di quello
che coltivano. E di decidere cosa coltivare. Oggi sono proprio queste
piantagioni familiari a sfamare il sud del mondo. I campi
transgenici, invece, sono particolarmente diffusi negli Stati
Uniti (che con 20,5 milioni di ettari, coltivano il 74 per cento degli
ogm mondiali), in Argentina (4,3 milioni di ettari), Canada ( 2,8
milioni), Australia (0,1 milioni).
Il cibo transgenico sconfiggerà la fame nel mondo, si dice. La più alta
produttività e la migliore qualità dei prodotti, contribuirà infatti a
sfamare chi oggi muore di fame o vive in stato di denutrizione. E'
vero? Gli ogm non nutrono meglio: meno dell’ 1 per cento delle piante
transgeniche ha caratteristiche nutrizionali particolari. La maggior
parte produce raccolti più abbondanti, ma solo perchè sono minori le
perdite dovute a insetti e infestanti: il 70 per cento degli ogm ,
sono stati modificati per resistere meglio agli erbicidi, non per
essere più ricchi di sostanze nutritive. Senza contare lo sfruttamento
del terreno: la produttività degli ogm diminuisce nell’arco di qualche
anno. Poi i campi, forzati ad una produzione intensiva, non danno più
gli stessi risultati.
In Messico, una legge del 1998 vieta di seminare mais transgenico. Come è avvenuta
allora la contaminazione? Gli ogm non si possono coltivare, ma si possono mangiare. La legge
distingue tra mais destinato alla semina e mais per l’alimentazione,
che viene tranquillamente importato. Purtroppo gli agricoltori indigeni
non fanno distinzione: il mais che mangiano è lo stesso che poi mettono
da parte per la semina.
Cos'è successo, quindi? I contadini hanno comprato mais transgenico da Diconsa (una delle
maggiori importatrici messicane di mais per l’alimentazione dagli Stati
Uniti). Invece di limitarsi a mangiarlo, l’hanno anche seminato.
In che percentuale il mais importato dagli USA è geneticamente modificato? Non lo sappiamo con esattezza. Negli Usa, il 25 per cento dei
campi di mais è coltivato con ogm. Dopo la raccolta i chicchi,
modificati e non, vengono mischiati e distribuiti senza alcuna
etichetta. Non abbiamo dati sui magazzini delle ditte che
importano mais dagli Usa. Prime fra tutte la Cargil, che come Diconsa è
di proprietà del governo federale messicano.
Oggi il vostro paese importa dagli USA circa 6 milioni di tonnellate di
mais all’anno. Calcolando che ne consuma circa 25 milioni, il 20 per
cento del mais per l’alimentazione viene dagli Stati Uniti. Come si
spiega un’importazione così massiccia proprio da parte del Messico, che
fino a 20 anni fa era il principale produttore di mais al mondo? Ha molto a che fare con la globalizzazione dei commerci, ma anche con
le politiche introdotte dai nostri governi. Grazie ad esse oggi, non
solo il Messico, ma buona parte dell’America Latina non è più sovrana
in materia di alimentazione. A partire dal 1982 il Messico ha dato
avvio a politiche agricole che hanno ridotto i sussidi e i prezzi
garantiti a prodotti di base importantissimi come il mais e i fagioli.
Oggi è più economico comprare il mais proveniente dagli Usa (dove gode
di aiuti statali), piuttosto che produrlo nelle comunità indigene.
Rispetto agli Stati Uniti, la nostra produttività è bassissima: circa
settecento kilogrammi per ettaro, contro le loro quindici tonn
ellate. Oltre alla mancanza di sussidi noi non abbiamo le premesse
ambientali e culturali per un’agricoltura intensiva: le condizioni del
terreno sono impervie (coltiviamo anche su pendenze del 75 per cento).
Inoltre le popolazioni indigene usano il mais più per
l'alimentazione che per il commercio.
Quali sono le conseguenze sociali di tutto ciò? La povertà e l’abbandono delle terre. Sempre più contadini
lasciano i campi e si trasformano in manodopera a basso prezzo per le
maquilas , le industrie di assemblaggio (di pezzi elettronici, stoffe,
materiali sanitari...) presenti sulla frontiera con gli Stati Uniti e
oggi anche negli stati del Sud-est. L’abbandono è facilitato da una
legge del 1992 che ha dato avvio alla privatizzazione delle campagne.
Stravolgendo i principi che regolavano la proprietà della terra sin
dall’epoca della rivoluzione, questa legge permette oggi di vendere el
ejido (la dotazione di terra distribuita ai contadini e agli indigeni
dopo il 1917), un tempo era assolutamente inalienabile. Comprano
queste terre, i cachiques , i piccoli potenti locali, indigeni
anch’essi, ma in genere poco preoccupati di conservare biodiversità. A
rincarare la dose l’anno scorso è venuta la riforma sui diritti e sulle
culture indigene, che lascia aperta la possibilità di stilare accordi
con ‘terzi’ per lo sfruttamento dei terreni.
Chi sono questi ‘terzi’? Con ogni probabilità le multinazionali.
Cosa sta facendo il governo messicano per frenare la contaminazione transgenica? Nel nostro paese non esiste legislazione sulla sicurezza alimentare, nè
sulle risorse genetiche. Chi le usa, può farlo senza regole. Lo stesso
vale per la biopirateria . L’ impressione è che si voglia lasciare che
le cose avvengano. Da parte nostra, stiamo facendo pressione
perchè se ne parli: la sicurezza alimentare e l’accesso alle risorse
genetiche riguardano tutti.