25/06/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Amnesty accusa la Tunisia di torturare i prigionieri, ma sono carovita e disoccupazione a far tremare il regime
La Tunisia non ci sta e replica duramente alle accuse mosse al governo del presidente Ben Alì da Amnesty International, organizzazione non governativa che lunedì ha accusato le forze dell'ordine tunisine di fare uso sistematico della tortura.

Rapporto controverso. ''Il rapporto è soggettivo e privo di credibilità. Amnesty lo ha reso pubblico senza alcuna verifica, prendendo per buone le accuse di organizzazioni e individui conosciuti per la loro parzialità e per il loro pregiudizio contro la Tunisia'', ha replicato un portavoce dell'esecutivo di Tunisi.
Le accuse di Amnesty, però, sono molto circostanziate. L'organizzazione, lunedì scorso, aveva accusato la Tunisia di dare al mondo ''un'immagine positiva sul rispetto dei diritti umani, mentre le forze di sicurezza continuano a commettere violazioni con regolarità e impunita''. Amnesty, in particolare, punta il dito contro le leggi speciali per la lotta al terrorismo, che con la scusa di prevenire la formazione di quelle che vengono chiamate 'cellule terroristiche', autorizza le autorità tunisine a rendersi responsabili di arresti e detenzioni arbitrarie, di sparizioni forzate di detenuti, torture e altri maltrattamenti e, infine, di condanne emesse al termine di procedimenti iniqui, in cui imputati civili vengono processati da corti marziali che utilizzano elementi di prova scarsamente circostanziati. ''È davvero arrivato il momento che le autorità cessino di rispettare i diritti umani solo a parole e adottino misure concrete per porre fine alle violazioni'', ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vice direttrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. ''Come primo passo, devono riconoscere i preoccupanti fatti denunciati nel nostro rapporto, impegnarsi ad aprire indagini e portare i responsabili davanti alla giustizia. Le autorità tunisine hanno l'obbligo di proteggere la popolazione e combattere il terrorismo ma, nel farlo, devono rispettare gli obblighi assunti nei confronti del diritto internazionale dei diritti umani'', ha concluso la Sahraoui.

ben alì e colin powellRivolta popolare. La denuncia di Amnesty mette in imbarazzo più le grandi potenze occidentali che l'ineffabile Ben Alì, al potere in Tunisia dal 1987, quando depose per 'senilità' il presidente Bourguiba che l'aveva nominato primo ministro.
Ben Alì non è m ai andato per il sottile, nella repressione di ogni dissenso interno e in particolare dei movimenti d'ispirazione islamista. Questo non ha mai impedito, anzi ha favorito, le eccellenti relazioni del rais di Tunisi con gli Stati Uniti e l'Unione europea. Critiche internazionali a parte, dalle quali Ben Alì si sente tutelato grazie alle ottime relazioni con Washington e Bruxelles, il problema vero sembra essere il malcontento popolare che in Tunisia da segnali mai visti prima.
Ad aprile scorso, tre giorni di violente manifestazioni si sono tenute nella città tunisina di Redeyef, nella provincia centrale di Gasfa, per protestare contro il carovita. Scontri tra dimostranti e polizia e l'arresto di cinquanta persone, secondo fonti sindacali. La protesta, appunto, ha avuto il suo epicentro nel bacino minerario di Gafsa, dove nel gennaio scorso un gruppo di disoccupati contestavano il sistema di assunzioni nella società di fosfati con sit-in, cortei, manifestazioni. A loro si è unita la popolazione locale e il principale bersaglio della mobilitazione è diventato il carovita. Alle proteste il presidente Ben Alì ha risposto con l'invio dei reparti antisommossa e la repressione. Stessa risposta, il 7 giugno scorso, a una nuova manifestazione di protesta. Un ragazzo di 25 anni è stato ucciso da un proiettile che lo ha raggiunto alla schiena e altre diciotto persone sono state ferite nel corso degli scontri con la polizia ancora Redeyef. La denuncia di Amnesty è grave, ma forse dove i diritti umani s'infrangono contro le protezioni delle quali gode Ben Alì, potranno ottenere di più la rabbia popolare per un regime che tortura e non è in grado di dare alla popolazione pane e lavoro.

Christian Elia

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