23/06/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Con il partito al governo a rischio di chiusura giudiziaria, la Turchia vive una fase di paralisi
Un anno fa, di questi tempi, la Turchia si preparava a consegnare il suo futuro all'Akp del premier Recep Erdogan, premiandolo in luglio con il 47 percento dei voti nelle elezioni legislative. E si parlava di un Paese sulla rampa di lancio per un decollo, democratico ed economico, verso l'approdo finale nell'Unione Europea. Ma l'estate appena iniziata sembra essere sotto il segno della paralisi, più che dello sviluppo. Tutto per colpa di una battaglia giudiziaria con in palio l'esistenza stessa del partito di governo, che rischia di essere chiuso per “attività contro il secolarismo”, ossia: perché troppo islamico. Mentre nel Paese infuria il dibattito, il mondo sta a guardare quella che è stato ribattezzata “la battaglia per l'anima della Turchia”.

Il premier Erdogan in ParlamentoIl processo. Il primo luglio, il procuratore generale Abdurrahman Yalcinkaya esporrà davanti alla Corte Costituzionale i motivi per cui, come da lui chiesto tre mesi fa, l'Akp dovrebbe essere messo fuorilegge, e 71 dei suoi esponenti – tra cui il primo ministro Erdogan e il presidente della repubblica Abdullah Gul – esclusi dalla politica per cinque anni. Due giorni dopo, l'Akp consegnerà agli 11 giudici della Corte la propria difesa. Successivamente, il massimo organo giudiziario del Paese deciderà una data in cui riunirsi a porte chiuse e giungere al verdetto, si prevede entro agosto. In numerose occasioni - l'ultima a inizio giugno, quando ha bloccato il tentativo del governo di eliminare il divieto di indossare il velo islamico nelle università – la Corte Costituzionale di Ankara ha dimostrato di avere molto a cuore i valori laici della repubblica fondata da Mustafa Kemal Ataturk ed è quindi considerata, insieme all'esercito, parte dell'establishment contrario al cambiamento rappresentato dall'Akp.

Accuse di islamizzazione. L'accusa del partito di opposizione Chp, storico difensore del laicismo turco ma punito severamente alle ultime elezioni, è che l'Akp vuole islamizzare progressivamente il Paese, facendone “un nuovo Iran”. Un'accusa respinta da Erdogan, che ha più volte giurato di voler mantenere il carattere laico della repubblica, e che nel suo programma di riforme è difeso anche dall'Unione Europea. Secondo Bruxelles, qualsiasi accusa contro il governo dovrebbe essere discussa in Parlamento o decisa dagli elettori, non da un tribunale. In altri casi di messa al bando di un partito avvenuti in Turchia, però, la Corte europea per i diritti umani ha sempre avallato la decisione della Corte Costituzionale turca. Si trattava comunque di partiti con minor seguito popolare rispetto all'Akp, nato a sua volta dopo lo scioglimento forzato del “Partito del benessere” a fine anni Novanta. Secondo la maggioranza degli osservatori, quella in atto è una lotta tra una classe che ha detenuto il potere finora, e una “nuova Turchia” fatta di piccoli e medi imprenditori della parte centro-orientale del Paese, vero motore dello sviluppo economico degli ultimi anni.

Proteste di piazza. Mentre l'anno scorso erano i sostenitori del secolarismo a scendere in piazza (contro la possibilità, poi diventata realtà, che Gul diventasse presidente), ora a manifestare ci vanno gli altri. Sabato scorso, a Istanbul migliaia di persone hanno protestato nelle strade contro l'ipotesi che l'Akp venga messo fuorilegge. Non c'erano solo elettori di Erdogan, ma anche gruppi di sinistra e intellettuali, a riprova che l'idea di far chiudere un partito votato da un cittadino su due sembra eccessiva a molti turchi.

Nuovo movimento. L'Akp sta comunque programmando diversi piani alternativi. E' ancora in piedi la possibilità di cambiare la legge rendendo più ardua la messa al bando di un movimento politico, o addirittura di modificare la Costituzione: ma in quel caso il partito, che controlla da solo il 60 percento dei seggi in Parlamento, avrebbe bisogno di cercare l'appoggio dei nazionalisti del Mhp per arrivare alla soglia dei due terzi di voti necessari. Se dovesse davvero arrivare la chiusura ordinata dalla Corte, a quel punto potrebbero essere indette elezioni anticipate, con i reduci dell'Akp a presentarsi come indipendenti. Secondo un editoriale del quotidiano Sabah, vicino al governo, il nuovo movimento avrebbe già un suo simbolo: “Sarà un sole, a simbolizzare il rinnovamento”, ha scritto il giornale. Forse anche perché, al contrario della lampadina che è il simbolo attuale, non si può spegnere.
 

Alessandro Ursic

Articoli correlati: Conflitto in quest'area: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità