Con il partito al governo a rischio di chiusura giudiziaria, la Turchia vive una fase di paralisi
Un anno fa, di questi tempi, la Turchia si preparava a consegnare il suo futuro
all'Akp del premier Recep Erdogan, premiandolo in luglio con il 47 percento dei
voti nelle elezioni legislative. E si parlava di un Paese sulla rampa di lancio
per un decollo, democratico ed economico, verso l'approdo finale nell'Unione Europea.
Ma l'estate appena iniziata sembra essere sotto il segno della paralisi, più che
dello sviluppo. Tutto per colpa di una battaglia giudiziaria con in palio l'esistenza
stessa del partito di governo, che rischia di essere chiuso per “attività contro
il secolarismo”, ossia: perché troppo islamico. Mentre nel Paese infuria il dibattito,
il mondo sta a guardare quella che è stato ribattezzata “la battaglia per l'anima
della Turchia”.
Il processo. Il primo luglio, il procuratore generale Abdurrahman Yalcinkaya esporrà davanti
alla Corte Costituzionale i motivi per cui, come da lui chiesto tre mesi fa, l'Akp
dovrebbe essere messo fuorilegge, e 71 dei suoi esponenti – tra cui il primo ministro
Erdogan e il presidente della repubblica Abdullah Gul – esclusi dalla politica
per cinque anni. Due giorni dopo, l'Akp consegnerà agli 11 giudici della Corte
la propria difesa. Successivamente, il massimo organo giudiziario del Paese deciderà
una data in cui riunirsi a porte chiuse e giungere al verdetto, si prevede entro
agosto. In numerose occasioni - l'ultima a inizio giugno, quando ha bloccato il
tentativo del governo di eliminare il divieto di indossare il velo islamico nelle
università – la Corte Costituzionale di Ankara ha dimostrato di avere molto a
cuore i valori laici della repubblica fondata da Mustafa Kemal Ataturk ed è quindi
considerata, insieme all'esercito, parte dell'establishment contrario al cambiamento
rappresentato dall'Akp.
Accuse di islamizzazione. L'accusa del partito di opposizione Chp, storico difensore del laicismo turco
ma punito severamente alle ultime elezioni, è che l'Akp vuole islamizzare progressivamente
il Paese, facendone “un nuovo Iran”. Un'accusa respinta da Erdogan, che ha più
volte giurato di voler mantenere il carattere laico della repubblica, e che nel
suo programma di riforme è difeso anche dall'Unione Europea. Secondo Bruxelles,
qualsiasi accusa contro il governo dovrebbe essere discussa in Parlamento o decisa
dagli elettori, non da un tribunale. In altri casi di messa al bando di un partito
avvenuti in Turchia, però, la Corte europea per i diritti umani ha sempre avallato
la decisione della Corte Costituzionale turca. Si trattava comunque di partiti
con minor seguito popolare rispetto all'Akp, nato a sua volta dopo lo scioglimento
forzato del “Partito del benessere” a fine anni Novanta. Secondo la maggioranza
degli osservatori, quella in atto è una lotta tra una classe che ha detenuto il
potere finora, e una “nuova Turchia” fatta di piccoli e medi imprenditori della
parte centro-orientale del Paese, vero motore dello sviluppo economico degli ultimi
anni.
Proteste di piazza. Mentre l'anno scorso erano i sostenitori del secolarismo a scendere in piazza
(contro la possibilità, poi diventata realtà, che Gul diventasse presidente),
ora a manifestare ci vanno gli altri. Sabato scorso, a Istanbul migliaia di persone
hanno protestato nelle strade contro l'ipotesi che l'Akp venga messo fuorilegge.
Non c'erano solo elettori di Erdogan, ma anche gruppi di sinistra e intellettuali,
a riprova che l'idea di far chiudere un partito votato da un cittadino su due
sembra eccessiva a molti turchi.
Nuovo movimento. L'Akp sta comunque programmando diversi piani alternativi. E' ancora in piedi
la possibilità di cambiare la legge rendendo più ardua la messa al bando di un
movimento politico, o addirittura di modificare la Costituzione: ma in quel caso
il partito, che controlla da solo il 60 percento dei seggi in Parlamento, avrebbe
bisogno di cercare l'appoggio dei nazionalisti del Mhp per arrivare alla soglia
dei due terzi di voti necessari. Se dovesse davvero arrivare la chiusura ordinata
dalla Corte, a quel punto potrebbero essere indette elezioni anticipate, con i
reduci dell'Akp a presentarsi come indipendenti. Secondo un editoriale del quotidiano
Sabah, vicino al governo, il nuovo movimento avrebbe già un suo simbolo: “Sarà
un sole, a simbolizzare il rinnovamento”, ha scritto il giornale. Forse anche
perché, al contrario della lampadina che è il simbolo attuale, non si può spegnere.