Siamo a Sittwe, stato di Aarakan, sulla costa nord-occidentale birmana, vicino
al confine con il Bangladesh. Questa era la terra dei Rohingya, popolazione musulmana
emigrata qui secoli fa dal regno del Bengala, oggi vittima di discriminazioni,
abusi e violenze da parte della giunta militare – come tutte le altre minoranze
di questo Paese.
Vittime della giunta e della gente locale. Un giovane Rohingya del posto che ci fa da guida ci mostra vaste distese di
terreni, ora disabitati e incolti, usurpati negli anni dai militari del governo
birmano ai contadini
calà. “Ci chiamano calà, vuol dire immigrato, colui venuto di recente, ci chiamano
così con disdegno”. Poco più avanti passiamo dinnanzi a una bella moschea di pietra
bianca. “Questa moschea fu costruita quasi duecento anni fa: come fanno a dire
che siamo venuti di recente?”.
Quei terreni furono strappati con la violenza e poi abbandonati. Perfino i cimiteri
vennero loro sottratti e ora le sepolture devono avvenire in piccoli riquadri
di terra circostanti alle moschee, sovraffollati di tombe e cadaveri. La nostra
giovane guida racconta delle torture dei soldati governativi e delle discriminazioni
degli Arakaneese gli abitanti “originari” e buddisti dello stato Arakan. “Se andiamo all’ospedale
dobbiamo pagare di più, se andiamo a scuola dobbiamo pagare di più. E a proposito
di scuola – aggiunge – a noi non è concesso studiare l’inglese né laurearci in
medicina e ingegneria”.
Il governo proibisce loro diplomi che potrebbero portarli a mestieri altolocati.
“Questa è anche la nostra terra, e noi chiediamo solo di vivere in pace”.
Il campo profughi di Tal, in Bangladesh. A soli cento chilometri a nord di Sittwe, un tratto di strada però inaccessibile
per un occidentale, scorre la linea di confine tra Myanmar e Bangladesh. Una linea
di speranza che in realtà divide semplicemente la padella dalla brace. Un confine
che ai Rohingya offre poco, anzi pochissimo, in cui tutti coloro che lo hanno
varcato hanno trovato ulteriore miseria e ingiustizia. Moltissimi di questi sono
stati catturati da artigli invisibili e inghiottiti nelle viscere di Tal. Tal,
in territorio bengalese, è un campo profughi, un ammasso disumano di devastazione
e disperazione. Un ammasso di baracche con tetti fatti da teloni di plastica nera
appoggiati su ‘muri’ composti da sacchi di patate inchiodati a rami di legno impalati
nel fango. Qui sopravvivono 10mila persone: accampate, rannicchiate, malate, sovraffollate,
disperate, accaldate, affamate e assetate.
Oggi non ha piovuto ed il termometro segnava trentacinque gradi sotto un sole
cocente. Il pavimento all’interno delle abitazioni è lo stesso di quello all’esterno,
terra, che durante i sei mesi di monsoni diventa prima fango e poi torrente.
Le voci dei rifugiati e le loro storie. Un uomo che abita in uno scheletro di baracca, perché non può permettersi nemmeno
i teli di plastica per il rivestimento esterno, ci racconta com’è finito qui.
“Il governo del Myanmar mi ha confiscato la terra, mi ha arrestato, torturato
e costretto ai lavori forzati. La mia colpa, secondo il governo, è quella di essere
un Rohingya e quindi immigrato. Ma il padre di mio nonno è nato in Birmania!”.
Un profugo barbuto con la pelle del viso incollata alle ossa, seduto sull’uscio
della sua baracca, ci invita a entrare. Ha lo sguardo opaco, perso. La ‘casa’
misura due metri per due, e stando seduti dobbiamo rimanere ricurvi per non sbattere
la testa sui teli di plastica. Qui ci vivono in quattro. “L’aria non passa – si
lamenta una donna – ma l’acqua piovana eccome!”. Perché sei qui? “Mio figlio si
è sposato segretamente ma il governo militare è venuto a saperlo e prima che lo
arrestassero siamo scappati tutti in Bangladesh. Perchè si è dovuto sposare segretamente?
“Noi Rohingya non abbiamo documenti e per fare ogni cosa abbiamo bisogno di comprare
dei permessi, che però costano troppo per noi”. Nel 1991 il dittatore Ne Win iniziò
una dura campagna contro questi musulmani indesiderati, imponendo loro di consegnare
le carte di identità. Quella vicenda causò la prima grande ondata di oltre 250mila
profughi. Una volta privi di documenti, i Rohingya e tutti i loro averi divennero
presto bottino del governo birmano e della popolazione locale. Il primo li arresta,
li obbliga ai lavori forzati e confisca loro la casa e il terreno, i secondi li
umiliano e li discriminano.
Una signora scarta dallo scialle in cui è avvolta una piccola creatura fatta
di ossa ricoperte da un fino strato di pelle. E’ una bambina di due anni, ma sembra
nata da poche settimane. Uno cenno di vita, il pigro tentativo di tenere gli occhi
aperti: occhi malati, spenti.
Gianrigo Marletta