La Cassazione decide di non processare Lozano. Un documentario dimostra che sbaglia
I giudici della Corte di Cassazione
italiana hanno deliberato, ieri in serata, che non ci sarà
nessun processo per il soldato statunitense Mario Lozano che, il 4
marzo 2005 a Baghdad, ha ucciso l'agente del Sismi Nicola Calipari e
ha ferito la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena e un altro
agente del Sismi.
Mancanza di coraggio. I giudici della I sezione penale hanno
rigettato il ricorso presentato dalla Procura di Roma, e dalle parti
civili, contro la sentenza con la quale la Corte di Appello di Roma
il 25 ottobre 2007 aveva dichiarato ''il difetto di giurisdizione''
della magistratura italiana ad occuparsi di processare Lozano.
''Era prevedibile. E' un parere
personale, che non c'entra nulla con il nostro lavoro, ma credo che
il governo non avesse alcun interesse a riaprire il caso''. Commenta
così la sentenza Emanuele Piano, autore assieme a Fulvio
Benelli di Calipari Friendly Fire, documentario
prodotto dalla Oybo Productions che sara' trasmesso da
al-Jazeera International il 25 giugno prossimo.
Un'inchiesta che mette in luce tutta
una serie di contraddizioni che smentiscono la versione ufficiale
sulla morte dell'agente del Sismi.
''Ad oggi, sul caso Calipari, non si e'
mai arrivati a un dibattimento sulle vere responsabilita' e
sulle dinamiche dell'incidente. Ha prevalso dunque il 'difetto di
giurisdizione', paventato da subito nelle aule di giustizia italiane,
ma non si e' mai entrati nel merito di cosa sia realmente
accaduto la sera del 4 marzo 2005 a Baghdad, sulla strada che portava
all'aeroporto'', commenta Piano.
Una versione ufficiale che non convince. La famiglia Calipari e l'opinione
pubblica italiana, dunque, devono accontentarsi della versione
ufficiale. Un soldato Usa, Mario Lozano, sotto pressione, che si
rende protagonista di un tragico incidente. Le regole d'ingaggio
rispettate, Calipari molto sfortunato. Giustizia e' stata
fatta? ''No. Affatto. Gli Stati Uniti hanno nominato una commissione
d'inchiesta, che alla fine ha ritenuto che i militari statunitensi
avessero rispettato le regole d'ingaggio, avevano segnalato il posto
di blocco, accendendo la luce e sparando colpi d'avvertimento, e solo
dopo avevano ingaggiato l'auto sulla quale viaggiavano la Sgrena,
Calipari e Carpani, che era al volante, perche' non si era
fermata. Si sono, in pratica, autoassolti - commenta il giornalista
- Un vero processo non e' mai stato celebrato''.
Solo la commissione, quindi, che non ha
prodotto neanche un rapporto condiviso. ''In quella commissione
c'erano anche due generali italiani, che ne hanno rigettato le
conclusioni, rendendo pubblico un loro controrapporto nel quale
smentivano sostanzialmente la ricostruzione Usa - racconta Piano -
Il posto di blocco non era segnalato e i militari statunitensi non
avevano rispettato le regole d'ingaggio. A parere dei generali
italiani, inoltre, emergevano delle responsabilita' della
catena di comando, che avevano mantenuto quella pattuglia in zona
nonostante il convoglio di John Negroponte, all'epoca governatore Usa
in Iraq, fosse gia' passato per raggiungere l'aeroporto. No, non si puo' dire
che sia
stata fatta giustizia. Perche' non e' stata fatta
chiarezza''.
Zone d'ombra. E i punti oscuri sono tanti. Il vostro
lavoro smonta alcuni aspetti di questa versione. Quali?
''In primo luogo non ha sparato solo
Mario Lozano. E questo e' un altro paradosso di questa storia.
Nei tribunali italiani, fino a ora, si e' discusso solo sul
fatto che sussistesse o meno la giurisdizione italiana sul caso.
Esistono pero' tutta una serie di documenti, come le perizie di
parte, che dimostrano come i colpi sparati verso l'auto non
provenissero solo dall'arma in dotazione a Mario Lozano. Ma mancando
il dibattimento, questo e altri elementi restano ai margini della
vicenda, restando solo verita' extragiudiziali, che non
vedranno mai un dibattimento nel quale essere verificate''. Ma non
finisce qui.
''Basta pensare alla vicenda
paradossale grazie alla quale e' venuto fuori il nome di Mario
Lozano. Un blogger greco che copia incolla il rapporto con gli
omissis e, in fondo, c'erano tutti i nomi dei militari coinvolti. Noi
oggi sappiamo chi ha sparato a Nicola Calipari, ma l'Italia non puo'
processarlo perche' non ha giurisdizione sull'omicidio di un
cittadino italiano commesso in territorio straniero. Solo, pero',
perche' e' un militare statunitense''. Questo difetto di
giurisdizione non e' stato un limite in altri,
tragici, episodi. ''In altri casi non e' andata cosi', e
la Procura di Roma ha aperto inchieste su cittadini italiani uccisi
all'estero, arrivando a chiedere l'estradizione dell'omicida. Basti
pensare al caso Ilaria Alpi: un cittadino somalo e' in carcere
per l'omicidio della giornalista italiana'', commenta Piano. ''Perche'
nel caso Alpi si e nel caso Calipari no? Perche' l'omicida e'
un miliziano e non un soldato? Non c'e' una sentenza che
potrebbe essere recepita dall'Italia, visto che Mario Lozano non e'
stato processato''.
I dubbi non mancano neanche sul fronte
Usa. Nel documentario e' raccolta la testimonianza di Wayne
Madsen, ex agente segreto Usa, secondo cui gli Usa sapevano che
Calipari era in azione, essendo stato localizzato dal sistema Nsa.
''Una delle tesi Usa, che fa acqua da tutte le parti, e' che
non erano a conoscenza del fatto che Calipari fosse andato in Iraq
per liberare Giuliana Sgrena. Calipari non e' arrivato da solo,
ma con lui c'erano almeno altre sei persone venute dall'Italia per
questa operazione. Il gruppo e' stato accolto all'aeroporto di
Baghdad dal generale italiano Mario Marioli, vice comandante delle
forze in Iraq, e dal suo assistente, il capitano Usa Green. Sapevano che era arrivato
un agente del
Sismi a Baghdad. A fare cosa?''. A liberare la Sgrena, of course.
''Era ovvio. E gli statunitensi conoscevano il luogo dove era tenuta
prigioniera la Sgrena e lo controllavano. E' presumibile che i
militari Usa fossero quindi a conoscenza che l'ostaggio era stato
spostato in vista della liberazione. Madsen racconta che il segnale
di Calipari era stato intercettato, quindi sapevano che era andato a
liberare la Sgrena. Solo che qui emerge l'altro aspetto oscuro della
vicenda. La trattativa. Gli Usa erano pronti al blitz armato,
convinti sostenitori del fatto che con i rapitori non si doveva
trattare. Gli italiani avevano, invece, l'ordine di pagare. La
legislazione italiana, in realta', prevede il congelamento dei
beni dei familiari in questi casi. Per i rapimenti in Iraq non e'
andata cosi'. E' una vicenda delicata per l'Italia, sia a
livello di rapporti internazionali che a livello di politica interna.
C'e' la sensazione che, anche per questo, l'Italia non ha
interesse a riaprire questa vicenda. Resta una vittima e due versioni
dei fatti: una statunitense e una italiana. E non ci sara' mai
un giudice, ne' negli Usa ne' in Italia, che stabilira'
chi e' colpevole o innocente''.