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Il Messico, terzo Paese al mondo per diversità biologica, con
migliaia di specie animali e vegetali, è uno dei più colpiti dalla
biopirateria.
Negli ultimi anni, questa ricchezza lo ha posto al centro degli
interessi dell’industria. Soprattutto di quella che si occupa
di biotecnologie e delle loro applicazioni (intelligenza
artificiale, nuovi farmaci, armi chimico-biologiche).
A farne le spese è l'intero il Paese, che svende per pochi
soldi una ricchezza incalcolabile (quando addirittura non la
regala). Ma anche le comunità indigene.
Sull'argomento abbiamo intervistato Gian Carlo Delgado Ramos,
ricercatore a Città del Messico del CEIICH, il Centro de
Investigaciones Interdisciplinarias en Ciencias y Humanidades della
UNAM , la più grande università dell'America Latina.
"La biopirateria - spiega - sfrutta proprio
le conoscenze indigene per essere più efficace. Localizzare la
biodiversità non è cosa semplice. Non è semplice, cioè, tra
migliaia di piante, individuare quelle che posseggono i principi attivi
di cui ha bisogno l’industria. Se non a costo di molti tentativi.
Ecco perchè la secolare conoscenza indigena della natura è tanto
preziosa in questo affare. Sempre più spesso, le multinazionali
affidano alle comunità indigene l’incarico di ‘localizzare’ la
biodiversità. Con un piccolo 'inconveniente': il ‘know how’ viene
pagato a prezzi basissimi.
In Messico, intere comunità sono state trasformate in forza lavoro al servizio
delle equipe scientifiche delle multinazionali".
Come avviene il furto? Nella maggior parte dei casi, ai contadini viene consegnato il supporto
tecnico per la ricerca. Loro individuano le piante commercialmente
utili, le analizzano, le classificano e consegnano poi i campioni alle
multinazionali. Dopo averli ricevuti, queste approfondiscono la
ricerca e registrano il brevetto. In genere, alle popolazioni
locali viene dato un compenso orario o, addirittura, la
promessa di un compenso che non arriverà mai.
Quali attori entrano in gioco ? La biopirateria avviene attraverso sistemi complessi. Per questo,
è difficile non solo bloccarla, ma anche riconoscerla come tale.
Ultimamente, coinvolge non solo le industrie, ma anche le università,
le ONG, le comunità indigene, che in maniera più o meno
consapevole, finiscono col partecipare a un'operazione di cui
raccolgono solo le briciole, mentre i grossi guadagni vanno alle
imprese, in gran parte straniere".
Non esiste una legislazione che tuteli la biodiversità, in Messico? Di recente, il governo ha fissato delle regole attraverso alcuni
progetti: il Corredor Biològico Mesoamericano ( CMB ), il COINBIO (un
piano di conservazione della biodiversità nelle comunità indigene), e
il Plan de las Tres Ecoregiones Prioritarias . Questi piani, invece
di proteggere la biodiversità, facilitano la biopirateria.
In che senso? Ad un primo approccio, sembrano passi avanti in materia ecologica e
sociale, perchè sono progetti di conservazione e di sviluppo
sostenibile.
In realtà, promuovono il ‘saccheggio biologico’ in modo sistematico. Non è casuale il ritmo con cui si stanno realizzando, a livello
mondiale, contratti di ‘bioispezione’ e progetti di cosiddetta
‘conservazione’ voluti dalla Banca Mondiale e da organismi legati a
interessi di imprese statunitensi ed europee. L’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e quella per la proprietà
intellettuale (WIPO), continuano a premere per una omogeneizzazione
delle norme di proprietà intellettuale a livello internazionale. In
questo modo, si mette da parte il principio fondamentale della
sovranità nazionale, su cui si basano, storicamente, le leggi che
regolano la proprietà intellettuale. In passato, questo principio ha
limitato il furto della biodiversità e ha posto regole per l’accesso
alla sua conoscenza. Al contrario, oggi in Messico, delle 386 aree
naturali protette (il 7 per cento del territorio nazionale), solo 123
sono sotto responsabilità statale. Il resto è nelle mani di
Organizzazioni non Governative o del capitale privato nazionale e
internazionale. Progetti come il COINBIO o il Corredor Biologico
Mesoamericano, sono parte di questo sistema.
Mi può fare qualche esempio di biopirateria? Di recente, alcune associazioni ambientaliste messicane hanno
denunciato grossi contratti di ‘bioispezione’ che tuttavia sono
solo la ‘punta dell’iceberg’ del problema. Tra questi, il caso della
Sandoz (Novartis),che con un contratto stipulato direttamente con
un’associazione di comunità indigene, la Uzachi, e formalmente
terminato nel 1999, ha estratto in pochi anni, migliaia di campioni (si
calcola tra i 9 e i 10 mila) di un fungo della Sierra Norte di Oaxaca,
inviando il tutto ai laboratori della Sandoz in Svizzera.
Poi, quello dell’American Cyanamid, filiale dell’American Home
Products, che ha coinvolto anche alcune università dell’Arizona, della
Luisiana, dell’Argentina, del Cile, e la stessa UNAM. Questa serie di
contratti si formalizzò nel 1992, con l’aiuto della Banca Mondiale. Il
progetto, proseguito per tutto il 2003, ha raccolto campioni di cactus
e di altre piante del deserto. La parte più pericolosa del progetto, è
costituita dal libero accesso all’informazione genetica dei
giardini della UNAM. In soli 4 anni, da 1993 al 1997, sono stati
raccolti oltre 3500 campioni.
E' possibile evitare il ripetersi di episodi del genere? La
resistenza isolata delle comunità contadine alla biopirateria è una
battaglia impossibile, per la complessità degli attori coinvolti e
degli interessi in gioco. Per costruire un’alternativa è necessario
pensare al bene collettivo. Da lì bisogna partire per riformulare
leggi, codici e una
razionalità ecologica, con nuove forme di accesso, di proprietà, di uso
e gestione delle risorse biologiche. Non si tratta di impedire lo
studio e l’uso della biodiversità, ma di
usare questa ricchezza con regole che non ripropongano il solito schema
di sfruttamento che arricchisce solo le elìte di potere e le industrie
farmaceutiche, chimiche o delle sementi. Per far ciò, occorre una presa
di coscienza soprattutto politica, e un governo che sappia
far valere la propria sovranità sulla proprietà intellettuale.