Bush e McCain vogliono aumentare la produzione Usa di greggio, Obama punta al risparmio
Con il greggio a 140 dollari al barile e un costo della benzina raddoppiato in
poco più di un anno, come dovrebbe comportarsi il Paese che consuma un quarto
della produzione mondiale di petrolio? Serve estrarre più greggio per far calare
il prezzo, o consumarne di meno e scegliere l'energia pulita, eliminando gli sprechi?
George W. Bush preferisce la prima strada, e lo ha dimostrato ieri esortando il
Congresso a revocare il divieto di trivellazione al largo delle coste statunitensi.
John McCain, che una volta era d'accordo con la messa al bando, ora si unisce
all'attuale presidente nel chiedere una maggiore produzione. Barack Obama invece
punta sulla seconda via, quella del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili,
per arrivare all'indipendenza energetica. Le elezioni di novembre saranno decisive
anche per impostare le linee guida degli Usa nel prossimo decennio, con conseguenze
per tutto il mondo.
Le proposte. In sostanza, il piano di Bush – che due anni fa definì gli Stati Uniti “drogati
di petrolio” - contiene quattro proposte: eliminare la moratoria all'esplorazione
di greggio al largo delle coste americane; incoraggiare l'estrazione di petrolio
dai depositi di scisto bituminoso nell'ovest degli States (costosa, ma resa possibile
ora dagli alti prezzi del greggio), permettere la trivellazione nel Parco nazionale
artico dell'Alaska (finora protetto) e aggiungere nuove raffinerie – negli ultimi
trenta anni, negli Usa non ne è stata costruita nessuna. Secondo la Casa Bianca,
tali misure farebbero aumentare la quantità di petrolio disponibile sui mercati,
favorendo quindi una discesa dei prezzi e “rafforzando la nostra sicurezza nazionale”.
Con la maggioranza degli americani favorevole alla trivellazione offshore – il 60 percento, secondo un recente sondaggio – la mossa di Bush ha anche l'obiettivo
di mettere in cattiva luce i democratici. “So che i leader democratici si sono
opposti ad alcune di queste politiche in passato”, ha detto Bush. “Ma ora che
la loro opposizione ha contribuito a spingere i prezzi della benzina a livelli
record, chiedo loro di riconsiderare le loro posizioni... Altrimenti dovranno
spiegare se un gallone di benzina a 4 dollari non è un incentivo sufficiente ad
agire”.
Una famiglia, idee diverse. Bush ha inoltre motivato il suo progetto spiegando che le obiezioni ambientaliste
alla trivellazione in Alaska sono obsolete, perché “gli scienziati hanno sviluppato
tecniche innovative che avrebbero di fatto un impatto zero sul suolo o sulla fauna
locale”. Ma su quel fronte, Bush chiede da anni l'apertura dell'Arctic National Wildlife Refuge alle compagnie petrolifere. Sulla trivellazione al largo delle coste, invece,
la sua proposta si scontra con la tradizione della famiglia Bush. La moratoria
del Congresso all'esplorazione di olio e gas sulla piattaforma continentale fino
a 200 miglia dalla costa è stata introdotta nel 1981 per evitare catastrofi ambientali;
nel 1990, l'allora presidente George Bush senior rafforzò il divieto emettendo
un ordine esecutivo. Il fratello Jeb, quando era governatore della Florida, era
anche un costante oppositore della trivellazione marina. Ma il piano di Bush,
per quanto appoggiato dai repubblicani, trova pareri contrari anche all'interno
del partito, specie tra i governatori degli Stati che si affacciano sulle coste.
In California, Arnold Schwarzenegger ha già annunciato che continuerà ad opporsi.
Il voltafaccia di McCain. Più importante, in chiave futura, è però il cambio di posizione di John McCain.
Il candidato repubblicano, che nella campagna del 2000 sosteneva la moratoria,
ha ora affermato – intervenendo a una conferenza di dirigenti delle compagnie
petrolifere a Houston – che è a favore della trivellazione costiera. Il voltafaccia
di McCain è stato visto come un tradimento dai gruppi ambientalisti, che lo consideravano
il repubblicano più vicino alle loro posizioni. Già soprannominato “McBush” da
chi gli rimprovera idee troppo simili a quelle dell'attuale presidente, McCain
sta comunque cercando di smarcarsi da questa amministrazione su altri aspetti,
riconoscendo la gravità della minaccia del riscaldamento globale. Il risparmio
energetico, ha detto, “non è più solo un lusso morale o una virtù personale”,
riferendosi ai commenti espressi dal vicepresidente Dick Cheney.
Il no di Obama. I democratici, che controllano il Congresso, si sono invece schierati compatti
contro le proposte di Bush. Il capogruppo al Senato, Harry Reid, ha definito il
piano “una cinica trama di campagna elettorale che non farà niente per abbassare
i prezzi, e rappresenta un altro omaggio alle compagnie petrolifere che già stanno
facendo profitti miliardari”. La speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha invece
parlato di “politica energetica scritta letteralmente dall'industria petrolifera”.
Barack Obama ha invece criticato McCain per “aver detto ai dirigenti petroliferi
esattamente quello che volevano sentirsi dire, la stessa politica di Washington
che per decenni ci ha impedito di raggiungere l'indipendenza energetica”.
Due filosofie diverse. Quanto petrolio si potrebbe estrarre, nelle aree indicate da Bush? Le stime dell'amministrazione
parlano di 16 miliardi di barili nelle aree coperte ora dalla moratoria del 1981,
10 miliardi di barili nel Parco nazionale dell'Alaska, 18 miliardi di barili estraibili
dallo scisto bituminoso nell'ovest. Cifre che ridurrebbero la dipendenza energetica
degli Usa dall'estero. In dieci anni, fa notare la Casa Bianca, gli Stati Uniti
importano 5 miliardi di barili di petrolio dall'Arabia Saudita. Ma per quanto
riguarda i prezzi attuali, ribattono gli ambientalisti, questi numeri c'entrano
poco. Anche se tutte queste risorse finissero sul mercato, lo farebbero tra molti
anni. Mentre il petrolio alle stelle è una realtà di questi giorni, che andrebbe
risolta in altri modi. In fondo, se sei americani su dieci pensano che bisognerebbe
trivellare al largo delle coste, la stessa percentuale pensa che bisognerebbe
anche ridurre i consumi.