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Ieri sulle montagne di Saitama, 50 chilometri a ovest di Tokyo, sette adolescenti
si sono tolti la vita, chiusi in un furgone preso a noleggio. Qualche minuto più
tardi, due ragazze di venti e ventisette anni sono state trovate morte in un’auto
a sud della capitale. Si tratta di due suicidi di gruppo “concordati”, ovvero
compiuti rispettando lo stesso rituale: decine di giovani in Giappone, dalla comparsa
di Internet negli anni ’90, si accordano attraverso la Rete per prendere coraggio e morire
meno soli. Gli psicologi dicono che sfuggono dal vuoto interiore per sentirsi
parte di un gruppo almeno nel momento estremo. Secondo la polizia giapponese,
sarebbero addirittura 8mila i siti web che aiutano a suicidarsi, indicando i metodi e mettendo in contatto le persone.
I numeri sui suicidi nel Paese asiatico sono spaventosi. Sempre secondo un rapporto
dell’Agenzia nazionale di polizia, nel 2003 si sono tolti la vita 34mila giapponesi,
il 7 per cento in più rispetto all’anno precedente.
Sulle stesse montagne di Saitama, il 30 settembre, erano stati trovati privi
di vita i corpi di altri tre uomini e una donna. Anche in questo caso, la morte
è avvenuta per asfissia da ossido di carbonio all’interno di una vettura noleggiata
per poche ore. Anche in questo caso i suicidi si erano incontrati con l’aiuto
di qualche sito. In Giappone il suicidio è la sesta causa di morte. A decidere
di morire sono sia adulti che giovani. Nel 2003 un terzo delle vittime (11mila
e cinquecento) erano anziani oltre i 60 anni e il 22 per cento ragazzi con un’età
media di diciannove anni. Tra questi giovanissimi, c’erano anche alcuni bambini
delle scuole elementari e medi e.
Sono in molti a parlare di una società troppo crudele. Recenti studi dicono che
i principali motivi del suicidio
nello Stato del Sol Levante, seconda potenza economica mondiale, sono problemi
di salute e finanziari. Tre quarti delle persone che si sono tolte la vita l’anno
scorso erano uomini. In base a queste stime, ogni giorno ventisette bambini perderebbero
un genitore. I sociologi affermano che i maschi adulti sono più vulnerabili in
una cultura dove vengono imposti loro la responsabilità di mantenere la famiglia
e il dovere di non esternare mai le emozioni, soprattutto quando si vivono gravi
disagi. Nella società giapponese le gerarchie sono rigidissime sul lavoro, a scuola
e in famiglia. Un desiderio comune ai lavoratori giapponesi è quello di mantenere
lo stesso impiego per tutta la vita. In tempi di recessione, dopo la crisi asiatica
del ’97, la perdita del lavoro o un grosso debito, possono diventare per decine
di persone una ragione sufficiente per farla finita. Molti ragazzini, d’altra
parte, sono colpiti da ansia e depressione a causa dell’eccessiva competitività
cui devono far fronte durante gli studi.
In questo contesto di situazioni estreme, centinaia di persone decidono di perdere
ogni contatto con la realtà: li chiamano hikikomori e trascorrono mesi, persino anni, davanti a un computer navigando su Internet. Ovviamente non lavorano e sono di solito i genitori a provvedere al loro mantenimento.
“Molti giovani giapponesi soffrono perché sentono di non appartenere ad alcunché”,
dichiara l’esperto di educazione Tamotsu Sengotsu ad Asia Times. “Queste nuove generazioni non devono affrontare grossi problemi. Sono benestanti
e libere di fare ciò che vogliono. Spesso si sentono straniere nel loro Paese
e vanno in cerca di un senso di appartenenza, persino nella morte”. Il tasso di
suicidi, che in Giappone è uno dei più alti al mondo, muta in base ai cambiamenti
socioeconomici e culturali. Negli ultimi anni è diminuito negli Stati Uniti e
in Europa, ma è cresciuto in Russia e nei Paesi in via di sviluppo, tra questi
in particolare le ex repubbliche sovietiche, lo Sri Lanka e la Cina. Qui i suicidi
sono aumentati dopo l’apertura dei mercati e la conseguente introduzione di nuovi
valori e sistemi di vita.
Francesca Lancini