19/06/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Celebrate le prime nozze gay in California. Ma l'appuntamento decisivo è a novembre
Anche se per chissà quante coppie era quello che aspettavano da anni, il primo giorno per i matrimoni omosessuali in California è sembrato davvero un giorno normale. Mentre centinaia di unioni venivano celebrate in tutto il Golden State, le proteste sono state sparute. Ma la parola fine alla questione dei matrimoni gay nel più popoloso Stato americano, iniziata negli anni Settanta, verrà probabilmente messa il prossimo novembre. Il giorno in cui gli Usa sceglieranno il loro 44esimo presidente, i californiani saranno chiamati a pronunciarsi anche sulla possibilità di emendare la loro Costituzione per vietare agli omosessuali di convolare a nozze.

Inizio senza intoppi. Nessuna manifestazione in grande stile, nessun gesto per rubare l'attenzione. Solo piccoli gruppi di persone ad agitare cartelli come “l'omosessualità è un peccato”. Dalla sera di lunedì 16 giugno, il momento in cui la sentenza della Corte Suprema californiana di maggio iniziava ad avere effetto, il movimento contrario ai matrimoni gay ha tenuto un profilo basso. Ma nelle settimane scorse ha raccolto in fretta oltre 700mila firme, sufficienti per arrivare al voto di novembre. Nel frattempo, la California è il secondo Stato – dopo il Massachusetts – ad aver liberalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso, e il primo a concedere la possibilità di sposarsi senza richiedere la residenza. Calcolando un afflusso numeroso di coppie di altri Stati, si prevede che il via libera ai matrimoni gay farà nascere una vera e propria industria del settore in California, almeno nei sei mesi in cui si prevede verranno celebrate migliaia di nozze.

Come si è arrivati a questo punto. Chi si oppone ai matrimoni gay fa notare che già, nel 2000, i cittadini californiani avevano approvato una legge che proibiva le nozze tra persone dello stesso sesso. Nel 2004 era poi arrivato “l'inverno dell'amore”, nato dal gesto di sfida del sindaco di San Francisco, la città più progressista d'America, che celebrò in pochi mesi oltre 4.000 matrimoni gay. Quelle unioni furono poi annullate da un tribunale, applicando la legge del 2000. Di ricorso in ricorso, alla fine si è arrivati fino alla decisione della Corte Suprema un mese fa, che ha rovesciato l'ultimo verdetto negativo della Corte d'appello della California. Nel frattempo il Congresso californiano ha approvato una legge che liberalizzava i matrimoni omosessuali, ma il governatore Arnold Schwarzenegger ha posto il veto, sostenendo che la materia andava lasciata ai giudici.

La sfida in vista di novembre. La questione non è stata raccolta né da Barack Obama né da John McCain, ben felici di lasciarla ai singoli Stati, dato che qualsiasi dichiarazione in merito rischierebbe di alienarsi le simpatie di importanti fasce di elettori: un approccio diverso da quello di George W. Bush, che ha sempre auspicato l'inserimento di uno specifico divieto dei matrimoni gay nella Costituzione. Ma alla California guardano tutti, perché su molte questioni sociali ha sempre fatto tendenza. Gli attivisti per i diritti dei gay guardano al voto di novembre con ottimismo, confidando nel fatto che sei mesi di nozze smussino le resistenze di chi è contrario. L'opinione pubblica sembra in effetti dare speranze da questo punto di vista: recentemente, per la prima volta in California un sondaggio ha mostrato che la maggioranza della popolazione (il 52 percento) è a favore dei matrimoni omosessuali. Anche a livello nazionale l'idea di nozze tra persone dello stesso sesso è più accettata rispetto al passato, ma rimangono di più le persone che non le vogliono, o che al massimo permetterebbe le unioni civili. E presi singolarmente, sono 45 gli Stati Usa che proibiscono espressamente i matrimoni gay.
 

Alessandro Ursic

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