27/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Commutata in carcere a vita la condanna a morte contro il monaco tibetano Tenzin Delek
Tenzin Delek Rimpoche
E’ stata commutata nel carcere a vita la condanna a morte del monaco tibetano Tenzin Delek Rimpoche, arrestato dalla polizia cinese il 7 aprile 2002. L’esecuzione della sentenza era stata sospesa per due anni, fino al 26 dicembre. Il lama è stato graziato da Pechino “per la sua buona condotta in prigione e per non aver commesso altri crimini nel periodo di sospensione”.  In realtà non ci sono prove di reati contro il religioso, conosciuto per le sue attività umanitarie e di difesa dell’ambiente nella regione tibetana del Sichuan. “Si può tirare un sospiro di sollievo, ma bisogna continuare a battersi affinché Tenzin Delek venga liberato”, dichiara Vicky Sevegnani dell’ Associazione Italia Tibet. “Una condanna a vita in Cina può essere infatti come una sentenza di morte dilazionata.  Dobbiamo continuare a chiedere un processo equo per un uomo che ha lavorato per i poveri della sua terra. Tenzin ha fatto costruire scuole, ospedali e restaurare monasteri; per questo i quadri locali si sono sentiti scavalcati”. Dello stesso parere è Paolo Pobbiati di Amnesty: "Tenzin e il suo allievo Lobsang Dhondup, ucciso un anno fa, sono stati condannati perchè erano troppo carismatici e quindi scomodi. La repressione cinese in Tibet e Xinjiang ha cominciato un nuovo corso, quello delle pene capitali dietro le accuse pretestuose di terrorismo".
 
SichuanMigliaia di condanne a morte. In tutto il mondo ci sono state mobilitazioni a favore di Tenzin Delek. Manifestazioni e proteste dagli Usa all’India, dal Canada all’Europa, che hanno esercitato una forte pressione sul governo cinese. “Resta però una totale incertezza”, continua Vicky Sevegnani. “Non si possono prevedere le mosse della Cina che detiene il triste primato del maggior numero di esecuzioni nel mondo”. Secondo Amnesty International, la Repubblica Popolare condannerebbe alla pena capitale 10mila  persone all’anno. “Un numero tuttavia approssimativo: molte incarcerazioni ed esecuzioni avvengono in segreto”, spiega Pobbiati.
 
Continui abusi. La polizia cinese ha iniziato a sorvegliare Tenzin Delek, 53 anni, a partire dagli anni ’90. In quel periodo il monaco non volle riconoscere il secondo Panchen Lama (reincarnazione del Dalai Lama) imposto da Pechino: il primo, scelto dalla più alta personalità religiosa tibetana, fu rapito dai servizi segreti cinesi all’età di soli nove anni. In seguito, protestò contro la deforestazione e le attività di estrazione mineraria nel Sichuan e fu costretto a nascondersi sulle montagne intorno a Kardze, la sua città, per sfuggire alla cattura delle forze dell’ordine. Fino all’aprile 2003, quando venne messo dietro le sbarre con l’accusa di aver organizzato un attentato dinamitardo a Chengdu, capoluogo del Sichuan. Anche alcuni suoi amici e collaboratori hanno subito l’aggressione della polizia. Tra questi, il monaco Tashi Phuntsog, imprigionato il 17 aprile 2003 (dieci giorni dopo Tenzin Delek) per due anni e nove mesi. Tashi, infatti, è stato liberato il 6 gennaio scorso, ma il carcere duro l’ha segnato profondamente. “E’ un uomo 'interrotto' ”, ha commentato Brad Adams di Human Rights Watch. “Al momento non riesce a camminare e a scandire le parole”.
 
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Quando si uccide la cultura. In Tibet, dunque, continuano le gravi violazioni dei diritti umani per opera delle forze di sicurezza cinesi che hanno occupato la regione nel 1950. L’invasione ha causato la morte di un milione di tibetani, dei quali 87mila sono stati uccisi solo nel ’59, anno della rivolta civile non violenta contro i militari cinesi. Altre migliaia di persone hanno dovuto rifugiarsi in India e Nepal. Nel corso dei decenni, il controllo di Pechino si è fatto più subdolo e ha colpito soprattutto i simboli culturali della comunità tibetana. Moltissimi templi sono stati distrutti e le immagini del Dalai Lama, in esilio in India dal quel lontano '59, sono tuttora bandite.

Francesca Lancini

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