Commutata in carcere a vita la condanna a morte contro il monaco tibetano Tenzin Delek

E’ stata commutata nel carcere a vita la condanna a morte del monaco tibetano
Tenzin Delek Rimpoche, arrestato dalla polizia cinese il 7 aprile 2002. L’esecuzione
della sentenza era stata sospesa per due anni, fino al 26 dicembre. Il
lama è stato graziato da Pechino “per la sua buona condotta in prigione e per non
aver commesso altri crimini nel periodo di sospensione”. In realtà non ci sono
prove di reati contro il religioso, conosciuto per le sue attività umanitarie
e di difesa dell’ambiente nella regione tibetana del Sichuan. “Si può tirare un
sospiro di sollievo, ma bisogna continuare a battersi affinché Tenzin Delek venga
liberato”, dichiara Vicky Sevegnani dell’
Associazione Italia Tibet. “Una condanna a vita in Cina può essere infatti come una sentenza di morte
dilazionata. Dobbiamo continuare a chiedere un processo equo per un uomo che
ha lavorato per i poveri della sua terra. Tenzin ha fatto costruire scuole, ospedali
e restaurare monasteri; per questo i quadri locali si sono sentiti scavalcati”.
Dello stesso parere è Paolo Pobbiati di
Amnesty: "Tenzin e il suo allievo Lobsang Dhondup, ucciso un anno fa, sono stati condannati
perchè erano troppo carismatici e quindi scomodi. La repressione cinese in Tibet
e Xinjiang ha cominciato un nuovo corso, quello delle pene capitali dietro le
accuse pretestuose di terrorismo".
Migliaia di condanne a morte. In tutto il mondo ci sono state mobilitazioni a favore di Tenzin Delek. Manifestazioni
e proteste dagli Usa all’India, dal Canada all’Europa, che hanno esercitato una
forte pressione sul governo cinese. “Resta però una totale incertezza”, continua
Vicky Sevegnani. “Non si possono prevedere le mosse della Cina che detiene il
triste primato del maggior numero di esecuzioni nel mondo”. Secondo Amnesty International,
la Repubblica Popolare condannerebbe alla pena capitale 10mila persone all’anno.
“Un numero tuttavia approssimativo: molte incarcerazioni ed esecuzioni avvengono
in segreto”, spiega Pobbiati.
Continui abusi. La polizia cinese ha iniziato a sorvegliare Tenzin Delek, 53 anni, a partire
dagli anni ’90. In quel periodo il monaco non volle riconoscere il secondo Panchen
Lama (reincarnazione del Dalai Lama) imposto da Pechino: il primo, scelto dalla
più alta personalità religiosa tibetana, fu rapito dai servizi segreti cinesi
all’età di soli nove anni. In seguito, protestò contro la deforestazione e le
attività di estrazione mineraria nel Sichuan e fu costretto a nascondersi sulle
montagne intorno a Kardze, la sua città, per sfuggire alla cattura delle forze
dell’ordine. Fino all’aprile 2003, quando venne messo dietro le sbarre con l’accusa
di aver organizzato un attentato dinamitardo a Chengdu, capoluogo del Sichuan.
Anche alcuni suoi amici e collaboratori hanno subito l’aggressione della polizia.
Tra questi, il monaco Tashi Phuntsog, imprigionato il 17 aprile 2003 (dieci giorni
dopo Tenzin Delek) per due anni e nove mesi. Tashi, infatti, è stato liberato
il 6 gennaio scorso, ma il carcere duro l’ha segnato profondamente. “E’ un uomo
'interrotto' ”, ha commentato Brad Adams di Human Rights Watch. “Al momento non
riesce a camminare e a scandire le parole”.

Quando si uccide la cultura. In Tibet, dunque, continuano le gravi violazioni dei diritti umani per opera
delle forze di sicurezza cinesi che hanno occupato la regione nel 1950. L’invasione
ha causato la morte di un milione di tibetani, dei quali 87mila sono stati uccisi
solo nel ’59, anno della rivolta civile non violenta contro i militari cinesi.
Altre migliaia di persone hanno dovuto rifugiarsi in India e Nepal. Nel corso
dei decenni, il controllo di Pechino si è fatto più subdolo e ha colpito soprattutto
i simboli culturali della comunità tibetana. Moltissimi templi sono stati distrutti
e le immagini del Dalai Lama, in esilio in India dal quel lontano '59, sono tuttora
bandite.