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Perché il giorno della memoria non diventi museale, e quindi
celebrativo, ridondante e, alla distanza, controproducente dev’essere
vincolato alla costruzione del futuro.
Non ha senso ricordare quella memoria e non occuparsi dei perseguitati
oggi, degli abbandonati, di quelli che muoiono di fame, di malattie,
delle vittime delle guerre, delle vittime innocenti delle guerre,
perché altrimenti entriamo in una retorica che stende una grande
cortina che assolve tutti.
L’unico modo di risarcire quel dolore e quell’orrore sarebbe fare sì
che da quella memoria scaturisse un mondo nuovo, basato sulla piena
dignità di tutti gli uomini, sulla piena parità dei loro diritti,
sull’eguaglianza e sulla fratellanza. La rivoluzione liberale è
incompiuta. Partiamo dalla rivoluzione francese. Liberté, egalité,
fraternité: ammettiamo che la libertà ci sia, anche se non è vero,
perché quella che c’è oggi è una caricatura di libertà, è la libertà
dei privilegiati e dei potenti. Ammettiamo pure che ci sia la libertà,
mancano ancora l’uguaglianza e la fratellanza. E uguaglianza non
significa che tutti abbiano lo stesso stipendio. Stiamo parlando di
pari dignità e di pari diritti. Questo è il concetto di uguaglianza.
Non interscambiabilità o omologazione. Uguaglianza è la stessa dignità
e lo stesso diritto, la stessa capacità di esprimersi, la stessa
possibilità di costruire vita.
Il nazismo è stata l’assoluta perversione. La memoria del nazismo ci fa
capire fino a dove l’essere umano possa scendere. E spesso, l’essere
umano è vicino a quel confine: non possiamo dimenticare le stragi come
quella in Ruanda, non possiamo dimenticare la Cecenia, non possiamo
dimenticare l’Indonesia, la Cambogia. O la ex Jugoslavia, dove abbiamo
visto ritornare l’odio feroce per l’altro, per quello che pensi non sia
come te anche se ti assomiglia, se parla la stessa lingua.
Abbiamo visto che il ventre della bestia è sempre gravido. Per questo
la memoria deve diventare strumento per il futuro. Non è ricordo, non è
nostalgia, non è nemmeno un archivio di dati. La memoria è una
strategia etico-politica per costruire il futuro. In particolare per il
nostro paese, dove abbiamo due memorie: quella della resistenza,
fondante per la nostra democrazia. E l’altra è quella di Salò. Oggi si
parla di guerra civile, si vorrebbe trovare un equilibrio tra queste
memorie. È molto semplice: la resistenza ha prodotto democrazia,
diritti, Costituzione, uguaglianza e pari dignità dei cittadini almeno
sul piano formale.
Il fascismo ha ispirato valori di supremazia, sopraffazione,
abolizione della libertà, massacro e sterminio di coloro che non
aderivano al modello. E non è vero che queste erano caratteristiche
solo del nazismo. Il generale Graziani, quando parla al Lirico in
occasione della fondazione della repubblica di Salò, dice “per il
trionfo del nazifascismo”. Il legame era organico e profondo. Basato
sulla stessa concezione del mondo.
Le due memorie non possono essere né confuse né parificate. Chi vuole
riabilitare quell’epoca spaventosa, lo fa perché vuole ricominciare.
Vogliamo ricordare quello che ha fatto Graziani con i lanciafiamme
contro gli africani? Vogliamo ricordare i campi di concentramento e
sterminio della Jugoslavia? Nel campo di sterminio di Jasenovac, messo
in piedi dagli Ustascia fascisti Croati, di cui i fascisti e i nazisti
erano sodali, furono sterminati cinquecentomila serbi, duecentomila
zingari e un numero imprecisato di ebrei. Solo se si capisce quella
spaventosa violenza si può capire il carico di odio che ha portato a
vicende come quella delle foibe. In cui morirono anche innocenti, e per
questo chi è colpevole deve pagare, ma quella stessa violenza, quello
stesso fuoco, furono accesi dal nazifascismo.
Il cancelliere tedesco, nel 1995, commemorando il bombardamento su
Dresda, disse: “Il fuoco che abbiamo scatenato contro l’Europa è
ricaduto sulle nostre teste".