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Gli Alleati sapevano dei campi di sterminio nazisti, ma decisero di non
agire. Questa grave accusa è al centro di un dibattito storiografico
che dura da decenni, e che ora si arricchisce di un elemento
documentale che nessuno può ignorare. Come accadde invece nel 1944.
Nei giorni scorsi la Royal Air Force britannica ha aperto i suoi
archivi fotografici risalenti alla seconda guerra mondiale rendendo di
pubblico dominio, tra le altre, foto aeree di Auschwitz, Birkenau
e altri lager nazisti che mostrano i prigionieri in fila per l’appello
fuori dalle baracche e addirittura il fumo che esce dai camini dei
forni crematori. Immagini come queste, unitamente alle informazioni di
intelligence in possesso di Stati Uniti e Gran Bretagna fin dal 1942,
costituivano la prova che quelli non erano normali campi di prigionia
ma qualcosa di tragicamente diverso.
Quelle foto, così come moltissime altre scattate dai piloti della Raf
alla vigilia dello sbarco alleato in Normandia del giugno ‘44,
arrivarono sulle scrivanie del presidente americano Franklin Delano
Roosvelt e del primo ministro britannico Winston Churchill. E vi
arrivarono assieme a ripetute richieste di bombardare le infrastrutture
dei lager nazisti (camere a gas, forni crematori, treni e ferrovie). Ma
sia Washington che Londra decisero di non agire. E lo fecero proprio
adducendo, come motivo principale, la mancanza di documentazione
fotografica in merito. Ma non era vero.
Che il problema non fosse la mancanza di immagini è dimostrato anche
dal fatto che mai fu ordinato di acquisirle. I comandi alleati non
ordinarono missioni di ricognizione sui campi di concentramento, ma
solo sugli impianti industriali tedeschi da bombardare. Le
testimonianze dei piloti della Raf e dei tecnici militari che
analizzavano le immagini (tra tutti, i tecnici della Cia Dino Brugioni
e Robert Poirer, che su questo hanno pubblicato anche dei libri)
raccontano che le foto di Auschwitz e Birkenau, ad esempio, sono state
scattate ‘per caso’ nell’ambito di missioni riguardanti una vicina
fabbrica che produceva carburanti sintetici, la I.G. Farben Bunald.
A chi insistette per agire subito, venne detto che una simile azione
avrebbe poi messo a rischio la vita di troppi prigionieri e che inoltre
le strutture di sterminio sarebbero state presto ricostruite.
Un’obiezione cui esperti militari ribatterono dicendo che la
distruzione mirata delle infrastrutture dei lager avrebbe causato un
numero di vittime di gran lunga inferiore a quello causato dalla
prosecuzione della follia nazista; che una simile azione avrebbe
diminuito del 75 per cento l’efficienza della macchina di sterminio di
Hitler, e che poi, continuando a sorvegliare dall’alto e a bombardare,
si sarebbe rallentata o impedita la ricostruzione di camere a gas e
binari. Ma nulla accadde e quei camini continuarono a fumare.