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scritto per noi da
Nicola Sessa
Ramush Haradinaj, 40 anni, è stato il comandante regionale dell’UçK nel Kosovo occidentale. L’area del Dukagjin ai confini con l’Albania è stata teatro dei più cruenti combattimenti tra le milizie serbe e l’esercito di liberazione del Kosovo. Haradinaj si è conquistato sul campo i gradi di comandante, ed è considerato un eroe nazionale. Alla fine della guerra ha fondato un partito, l’AAK (Alleanza per il Futuro del Kosovo) e, nell’ottobre 2004, alleandosi con la Lega Democratica del Kosovo di Ibrahim Rugova, è diventato Primo Ministro.
È uno dei personaggi più controversi del neonato Kosovo: ai primi di marzo del 2005, dopo poco più di cento giorni di governo, si è dimesso avendolo il Tribunale Internazionale dell’Aja messo ufficialmente sotto accusa per crimini di guerra e per crimini contro l’umanità. Il 3 aprile scorso la Corte lo ha prosciolto, dichiarandolo non colpevole per tutti i 37 capi di accusa. Il primo maggio il Procuratore presso il Tribunale Internazionale ha presentato appello. Nel 2005 il giornalista tedesco Jurghen Roth ha pubblicato un dettagliato rapporto, rifacendosi a fonti di intelligence militare e di polizia, presentando l’intricata relazione politico-mafiosa i cui attori principale sono Haradinaj, Haliti – ex Speaker del Parlamento - e Thaçi, l’attuale Primo Ministro. Dall’altro lato gode di una buona stima e fiducia da parte delle organizzazioni internazionali che lo considerano un politico abile e concreto. A oggi è l’unico capo dell’ UçK a essere stato incriminato dall’Aja.
Mr Haradinaj, il giorno della dichiarazione di indipendenza non era a Pristina ma all’Aja. Può raccontarmi il suo 17 febbraio?
È stato come quando sta per nascerti un bambino. Tua moglie è all’ospedale e tu sei bloccato nel traffico. Un vortice di emozioni, gioia mista a dolore: dolore per tutti quelli che sono morti senza poter vedere il Kosovo dei kosovari, gioia per tutti quelli che avrebbero potuto festeggiare in piazza. E poi tanta rabbia per non essere stato fisicamente presente nel giorno della nascita del nostra Nazione.
Le sarebbe piaciuto essere al posto di Thaçi per leggere la dichiarazione di indipendenza?
Molti kosovari lo avrebbero preferito. Ma non importa; anche se formalmente non ero presente, sostanzialmente la gente ha avvertito che io ero parte di quella dichiarazione.
Riuscirà a trasformare l’affetto della gente in consenso politico?
Quando sono tornato a Pristina mi sono meravigliato per l’accoglienza ricevuta.
Per tre anni mi sono confrontato con la giustizia e per tre anni la gente ha seguito con passione le mie vicende giudiziarie. Mi hanno riferito che alla lettura della sentenza il Kosovo è esploso di gioia. Adesso lavorerò molto per la gente e per il mio partito che nelle ultime elezione è stato molto svantaggiato a causa della mia assenza. Adesso gli altri protagonisti politici saranno meno tranquilli, temono il mio carisma e la mia presa sulla gente.
Anche Thaçi?
Sì, anche lui.
Nel 2005 si dimise da Primo Ministro per affrontare la giustizia. La decisione scaturì dal consiglio di qualche importante esponente internazionale o fece tutto da solo?
Chi conosce la mia vita sa bene che nessuno prende decisioni per me. Ho deciso da solo. Sono un uomo coraggioso e quando mi trovo di fronte a una situazione difficile do il meglio di me. Comunque molti mi hanno sostenuto e ne sono stato felice. Ma anche se nessuno lo avesse fatto sarei stato comunque felice perché quella era la mia decisione ed era quella giusta.
Soeren Jessen-Petersen, all’epoca capo dell’Unmik, e le persone più vicine a me condivisero pienamente quella scelta.
Come valuta la decisione del Procuratore Carla Del Ponte di perseguirla per crimini di guerra e contro l’umanità?
All’inizio ho pensato: “Questa è un’ingiustizia! Perché mi chiamano davanti al Tribunale Internazionale?”. Quando mi hanno comunicato i capi di accusa sono stato molto sorpreso perché non avevano nessun fondamento. La verità, in quel momento, era stata calpestata. Io avevo molta fiducia nella mia verità e anche nella giustizia e così mi sono detto: “Vado a lottare per me e per la mia verità, sono sicuro che trionferemo”.
Il primo maggio scorso il Procuratore ha presentato appello avverso la sentenza di proscioglimento: se lo aspettava?
L’appello fa parte del procedimento.
Come pensa di risolvere il problema della minoranze etniche e di quella serba in particolare?
Io avevo fatto un’offerta politica che però non è stata accettata.
Il Piano Ahtisaari prevede obblighi mirati a proteggere la minoranza serba, a garantirgli l’esercizio dei diritti anche attraverso l’adeguamento delle amministrazioni locali e la salvaguardia dei circa quaranta siti della chiesa serbo-ortodossa nonché della lingua serba. Per me non è abbastanza. Bisogna agire anche sul piano economico progettando adeguate infrastrutture, essere più vicini alla gente supportandola finanziariamente e assicurando loro una maggiore tranquillità sociale; investire nella sanità e dare una spinta propulsiva al ricongiungimento famigliare facendo rientrare i serbi che hanno abbandonato il Kosovo. Vorrei che iniziassero scambi commerciali anche con la Serbia e attirare investimenti esteri, aiutare i serbi ad avviare attività economiche. L’apporto degli attori internazionali è fondamentale. In un anno l’integrazione potrebbe realizzarsi. La pace e l’integrazione solo a parole non si raggiunge: abbiamo parlato per dieci anni, la gente adesso è stanca, pensa con la pancia, agisce d’istinto e la maggior parte vive in condizioni difficili.
Una parte dei leaders serbi del Kosovo si rendono conto che dalla Serbia non può provenire la sicurezza economica e pensano invece che la prosperità debba crearsi là dove vivono, in Kosovo. Questo mi sembra un ottimo punto di partenza.
Cosa ha fatto quando era Primo Ministro?
Ho stanziato 3.7 milioni di euro per la riparazione dei monasteri. Artemia – il capo della Chiesa ortodossa serba in Kosovo - all’inizio rifiutò i soldi, ma poi si convinse ad accettarli. È importante che la comunità serba sappia che a loro disposizione ci sono dei fondi ad hoc.
Senza nessun rumore mediatico abbiamo distribuito ai serbi cisterne di gasolio per supplire alla carenza di energia elettrica. Ai più poveri abbiamo provveduto a distribuire beni di primaria necessità: cibo, coperte, abiti.
Adesso che la Serbia non ha più chances per riavere il Kosovo, teme azioni terroristiche?
L’unico pericolo sono le infiltrazioni. Ma sono tranquillo perché sul territorio sono presenti la Kfor, l’intelligence, la polizia. Certo qualcosa di molto limitato potrà succedere, ma non sarà difficile risalire agli autori di questi atti. Anche gli incidenti che si sono avuti a Mitrovica immediatamente dopo la dichiarazione di indipendenza sono stati fatti rientrare subito e i responsabili sono stati identificati.
Gli incidenti interetnici si sono drasticamente ridotti, la situazione è molto più tranquilla.
Fra quanti anni il Kosovo entrerà nell’Unione Europea?
Tutto dipende da come lavoreremo. C’è molto da fare. Ma dipende anche dalla Serbia: se Belgrado entra, nessuno potrà fermarci. Credo che comunque in quattro anni diventeremo un Paese normale.
Cosa non le piace di questo nuovo Kosovo?
Ogni forma di nazionalismo deve essere abbandonata. Adesso sappiamo di esistere e dobbiamo guardare avanti. Dobbiamo capire che l’indipendenza è un punto di partenza. Non è pensabile di chiuderci entro i nostri confini perché noi siamo nati con una forte ispirazione europea e perché il processo di formazione è avvenuto con una forte partecipazione di organismi internazionali.
Mi sarebbe piaciuto che Sejdiu, il Presidente della Repubblica, avesse intrapreso una serie di incontri con i Paesi che ci hanno riconosciuto per ringraziarli e per far conoscere il nuovo Stato a tutti. Non lo ha fatto; forse perché abbiamo ancora una mentalità molto locale. Abbiamo costruito una bella casa, perché non invitare la gente a visitarla?
Come è avvenuto il passaggio da comandante a uomo politico? È riuscito subito a dividere le due esperienze?
Quando da comandante prendevo una decisione tutti, sul campo, erano pronti a realizzarla. Era importante dare un ordine chiaro e preciso; soprattutto far capire agli uomini che quella era una decisione giusta. Nella vita pubblica le decisioni vengono dalla gente e il mio compito è quello di raccogliere le idee delle persone, le loro sensazioni e i loro punti di vista per tradurli in politica. Sto lavorando molto su questo.
Il giornalista svizzero Jurgen Roth nel 2005 ha pubblicato per Wertwoche un articolo in cui raccoglieva i rapporti dell’intelligence tedesca sulla rete politico-mafiosa che ricopre il Kosovo. Risulta che lei abbia usato gli aiuti umanitari per avere posizioni di privilegio. Roth la pone con Thaçi e Haliti ai vertici del sistema.
Qui in Kosovo, da anni ormai, ci sono le migliori strutture di polizia delle organizzazioni internazionali. Conoscono bene la rete della malavita in Kosovo, sanno cosa c’è qui. Se io fossi stato coinvolto in una struttura del genere crede che nessuno si sarebbe mosso? Il Kosovo è piccolo, ha due milioni di abitanti, si sarebbe saputo.
Con Thaçi e Haliti ci siamo conosciuti in guerra ma non siamo amici, anzi siamo avversari politici.
Si è speculato molto sulla mia persona.
Sa, io sono uscito vincitore dalla guerra e come tale ho dovuto assumermi delle responsabilità nei confronti di tutte quelle persone che avevano perso ogni cosa durante la guerra. Nel periodo di emergenza io ero presidente della regione del Dukajin. C’è stata da parte di tutti, Europa e America, una grandissima solidarietà. Abbiamo ricevuto molti aiuti, anche finanziari. Io sono stato il padre di tutti. Ho pensato alla ricostruzione delle case distrutte dalla guerra, al cibo, ai medicinali. La rinascita è passata attraverso di me, la gente si è rimessa in piedi anche grazie al mio lavoro. Sicuramente la mia famiglia e io avevamo una posizione di privilegio, ma tutto quello che abbiamo ricevuto è stato usato a beneficio della gente. Chi mi accusa di aver agito illecitamente, mente.
Ha un programma per sconfiggere la criminalità organizzata in Kosovo?
Noi crediamo nel commercio libero. Un modello chiuso come quello socialista porta povertà e disperazione. In questa fase è rischioso, lo so. Ma è l’unica soluzione; abbiamo già perso molto tempo.
Sono consapevole che in questo modo entri anche il marcio ma se si considera che prima del 1999 solo la malavita poteva prosperare… Sono convinto che quanto più crescerà l’economia pulita, proporzionalmente, la malavita avrà meno spazio di azione.
Di notte sogna gli anni della guerra?
No. E voglio spiegare perché. Sono una persona molto dinamica, mi sono preoccupato subito di lavorare per il Kosovo e così ho molti pensieri che affollano la mia mente. Probabilmente, quando sarò vecchio e mi ritirerò dal lavoro, allora potrà capitarmi.