11/06/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



A Guantanamo due terzi dei detenuti sono a rischio di problemi mentali, sostiene Hrw
Detenuti senza un'accusa, senza un processo in vista, subendo abusi fisici e psicologici. Le condizioni nelle quali vengono tenuti prigionieri i “nemici combattenti” di Guantanamo sono state descritte nel dettaglio per sei anni, da quando il campo di detenzione nella base statunitense a Cuba ha iniziato ad accogliere presunti terroristi islamici. Ma ora, grazie a un nuovo rapporto di Human Rights Watch, emerge anche che oltre due terzi dei detenuti di Guantanamo sono a serio rischio di problemi mentali, perché tenuti prigionieri in condizioni disumane.

Il rapporto. L'organizzazione per i diritti umani sostiene che 185 detenuti sui 270 rimasti (erano oltre 700 all'inizio) sono costretti a vivere in celle piccole e isolate per 22 ore al giorno, senza aria fresca o luce naturale, e trascorrono le due ore di ricreazione da soli, spesso nel cuore della notte. Molti di loro non hanno mai potuto ricevere le visite dei familiari – cosa che viene permessa nelle prigioni di massima sicurezza negli Usa – e pochi hanno avuto la possibilità di chiamare a casa. Depressione e disturbi dovuti all'ansia, si legge nel rapporto, sono comuni.

Promesse. Secondo Hrw, alcuni ufficiali di Guantanamo hanno affermato di voler aumentare le ore d'aria dei detenuti, permettendo loro di incontrarsi, ma l'eventuale introduzione di questi miglioramenti non è stata ancora programmata con date certe. Il Pentagono aveva promesso da tempo che avrebbe permesso ai detenuti di telefonare a casa, ma per Hrw i prigionieri che hanno potuto chiamare i familiari sono meno di un quarto. Mentre sono aperti casi giudiziari per 19 detenuti, seppur di fronte ai tribunali militari istituiti dall'amministrazione Bush, un processo vero e proprio ancora non si è tenuto.

Il prossimo presidente. D'altronde, è improbabile che a breve qualcosa cambi davvero, a Guantanamo. Uno dei simboli dell'era Bush, il centro di detenzione per “nemici combattenti” in tempi di guerra al terrorismo dovrà probabilmente aspettare un nuovo presidente per vedere novità sostanziali. Sia Barack Obama sia John McCain hanno detto di volerlo chiudere. Il candidato repubblicano, che ha passato cinque anni e mezzo da prigioniero di guerra in Vietnam e ha subito torture, si è sempre battuto da senatore contro gli interrogatori che comportavano abusi ai sospetti terroristi. E Obama, il mese scorso, ha promesso di “fissare gli standard più alti nel mondo in materia di diritti umani e rispetto della legge, chiudendo Guantanamo e ripristinando l'habeas corpus”.

Complicazioni. Ma lasciarsi alle spalle il campo di prigionia più famoso del mondo potrebbe rivelarsi più difficile del previsto. Tre settimane fa il segretario alla Difesa Robert Gates, che sostiene di voler chiudere Guantanamo, ha spiegato davanti al Senato quanti problemi pratici sollevi questo tentativo. “La risposta franca e brutale è che siamo bloccati, e in vari modi”, ha detto il numero uno del Pentagono. Il problema principale è rappresentato, in particolare, da una settantina di detenuti che non vogliono essere presi in consegna dai loro Stati, o che potrebbero ritornare in libertà se rimandati in patria. Anche perché chi esce da Guantanamo può mostrarsi tutt'altro che pentito, come dimostra un attentato compiuto il mese scorso a Mosul da un ex detenuto.

Alessandro Ursic

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità