Un'inchiesta del Senato Usa accusa Bush di aver mentito sull'Iraq e di aver pensato a un golpe in Iran
E' stato consegnato ieri, dopo cinque
anni d'indagine, il rapporto della commissione del Senato Usa
sull'uso, l'abuso e l'erronea interpretazione dei dati, da parte
dell'amministrazione Bush, che portarono all'invasione dell'Iraq nel
2003.
Le bugie di Bush Jr. I
risultati, per George W. Bush e i suoi fedelissimi, non sono affatto
lusinghieri. Che Bush avesse mentito sulle motivazioni della guerra
ormai lo sanno anche i sassi. Ma il lavoro certosino dei senatori,
sintetizzato nelle oltre centosettanta pagine del rapporto finale,
inchiodano l'amministrazione Bush alle sue responsabilità e
dimostrano la deliberata malafede con la quale si decise di
utilizzare quei dati d'intelligence per invadere l'Iraq.
''Il presidente e i suoi consiglieri
diedero vita a una campagna implacabile nel periodo successivo agli
attacchi dell'11 settembre 2001 per sfruttare la guerra contro
al-Qaeda come una giustificazione per rovesciare Saddam Hussein'', ha
commentato John D. Rockfeller IV, presidente della commissione,
composta da otto democratici e sette repubblicani.
Passano gli anni, insomma, ma la
realpolitik degli Stati Uniti in politica estera non cambia. Se c'è
da raggiungere un obiettivo, qualsiasi strumento è lecito. Non
c'è più Kissinger, ma il discorso non cambia.
Prove di golpe. Una riprova
della considerazione, proprio oggi, è offerta da un altro
rapporto, questo lungo circa sessanta pagine, frutto della stessa
commissione del Senato Usa. Dall'inchiesta emerge un vertice,
tenutosi a Roma alla fine del 2001, tra funzionari dei servizi
segreti statunitensi, italiani e alla presenza di iraniani favorevoli
al rovesciamento del regime degli ayatollah di Teheran. Nel corso
della riunione, da parte degli Usa, venne anche stanziato un budget
per l'operazione. Il senatore Rockfeller IV, nelle conclusioni,
critica duramente il Pentagono per aver agito alle spalle del
Congresso Usa, senza riferire ai deputati le informazioni
sull'iniziativa.
Nel rapporto si indica Michael Ledeen,
ricercatore dell'American Enterprise Institute, con
molte entrature in Italia, come l'organizzatore del vertice, al quale
partecipò il noto trafficante internazionale di armi iraniano
Manucher Ghorbanifar. Il piano eversivo prevedeva, sempre secondo il
rapporto della commissione, una serie di iniziative volte a creare
'ansietà' in Iran, allo scopo di destabilizzare il regime,
puntando poi sugli iraniani della diaspora per un rovesciamento del
governo di Teheran. Al finanziamento del piano avrebbero partecipato
aziende straniere, attirate dalle risorse naturali iraniane, e un
servizio segreto straniero. Tutti questi dati sono coperti da
omissis, ma resta la sgradevole sensazione di una politica estera
fatta di intrighi e colpi bassi, nella più grande democrazia
del mondo come nell'ultimo dei paesi dell'Asse del Male.