Botswana, allontanati da scuola i figli dei minatori licenziati dalla compagnia Debswana

“L’altro giorno sono uscito di casa con la borsa e i libri, era il primo giorno
di scuola. Ero felice di rivedere i miei compagni e di cominciare un nuovo anno.
Ma appena sono arrivato mi si è avvicinato il preside, che mi ha dato una lettera
e mi ha detto di andarmene perché non c’era posto per me. Sono tornato a casa
molto triste. Non so perché mi abbiano cacciato”.
Mofikari Badisa, 11 anni, parla dalla sua abitazione a Orapa, nel Botswana centrale,
dove lo abbiamo raggiunto telefonicamente. Il suo inglese è ancora incerto, ma
basta per comunicare la sua delusione.
Figlio di una
minatrice licenziata lo scorso anno dalla società diamantifera Debswana (De Beers – Botswana), Mofikari
frequentava la scuola privata della compagnia, insieme ai figli degli altri operai.
Tornato a scuola il 18 gennaio scorso ha trovato a sbarrargli la strada una lettera
di rifiuto della
Livingstone English Medium School, in cui si comunicava che non era più uno studente. E, come lui, tutti gli altri
figli dei 460 operai allontanati dalla Debswana in seguito a un lungo sciopero
cominciato lo scorso 23 agosto per protestare contro i mancati aumenti dei salari.
La maggior parte di loro ha comunque deciso di restare negli alloggi della compagnia
in segno di protesta, nonostante il parere decisamente contrario della Debswana.
“Quando sono tornata a casa l’ho trovato quasi in lacrime, con una lettera della
scuola. L’avevano cacciato”, racconta la madre di Mofikari, Keresete. “A nulla
sono servite le nostre proteste, il preside e la compagnia non ne hanno voluto
sapere. Ci hanno ricattato, intimandoci di lasciare le abitazioni della compagnia
se vogliamo che i nostri figli continuino a frequentare la loro scuola. Dovremmo
fare le valigie e andarcene chissà dove, oltre a pagare la quota d’iscrizione,
che prima era compresa nel contratto di lavoro. Ma noi non abbiamo nessuna intenzione
di andarcene. Non prima di sentire il parere del tribunale, a cui abbiamo fatto
affidamento per ottenere la riassunzione”.

Ora che tutte le scuole pubbliche hanno riaperto da almeno dieci giorni, sarà
difficile trovare un posto per Mofikari e per tutti i figli degli ex-operai della
Debswana. "Nessuno ci aveva avvisati, né i professori né la compagnia", continua
la madre di Mofikari. "Quella scuola era ottima, i bambini avevano la possibilità
di imparare da professori validi e avevano un cortile dove giocare e svagarsi.
Molti di noi genitori si sono offerti di pagare la quota di iscrizione, anche
se è molto cara. Ci hanno detto di no. Ora dobbiamo cercare una scuola governativa.
Ma qui in Botswana le scuole pubbliche non solo non offrono queste possibilità,
ma sono spesso in pessime condizioni".
Dalla capitale Gaborone il portavoce della Debswana, Jacob Sesinyi, sostiene
invece che i genitori degli studenti cacciati erano stati avvisati preventivamente.
“Mentono spudoratamente, se dicono che non abbiamo dato ai loro figli la possibilità
di tornare a scuola – dice arrabbiato Sesinyi – avevamo comunicato per tempo alle
famiglie degli operai licenziati che i bambini potevano tornare nelle aule della
nostra scuola, ma a condizione che i genitori lasciassero le abitazioni della
compagnia, occupate abusivamente. Non l’hanno fatto e ora si lamentano che cacciamo
i loro piccoli”.
Le sue affermazioni vengono subito smentite da Chimbisani Chimica, leader della
Botswana Mine Workers Union (Bmwu), il sindacato nazionale dei minatori. “E’ dal
settembre scorso che combattiamo una battaglia legale contro la Debswana, contro
l’ingiusto licenziamento di centinaia di lavoratori. Questi ora non solo devono
lasciare le proprie case, ma devono anche sottostare all’umiliazione di vedere
i propri figli cacciati da scuola. E’ vergognoso che dei bambini di 10-11 anni
vengano usati per ricattare della povera gente”.
Prima di essere allontanato dalla scuola Mofikari adorava la matematica e sognava
di diventare un ufficiale di polizia.