Scritto per noi da
Alessandro Onno
Cinque e sei settembre 2008: è questa la data fissata dal presidente dell’Angola,
José Eduardo Dos Santos, per le prossime elezioni legislative del Paese.
Saranno le prime dal 1992, anno in cui il popolo fu chiamato alle urne in seguito
all’accordo di pace firmato ad Estoril (Portogallo) nel 1991, tra Movimento Popular de Libertação de Angola (Mpla) – attuale partito al governo - e União Nacional para Independência Total de AngolaUnita (Unita), storico rivale all’opposizione.
Violenza storica. I risultati di quelle elezioni videro l’Mpla al potere, ma tale risultato non
fu accettato dall’opposizione. Immediate le ripercussioni che portarono alla ripresa
della guerra civile, protrattasi fino alla firma degli accordi di pace del 4 aprile 2002, in seguito all’uccisione del leader dell’Unita, Jonas Savimbi. Tali accordi
vollero l’Mpla e il proprio presidente, Dos Santos, al potere, mentre a rappresentanti
dell'Unita e ad altre fazioni ribelli furono concessi alcuni seggi in parlamento,
alcuni gabinetti ministeriali e sedi governative di alcune province. Dunque, a
distanza di 16 anni il 'sogno' delle elezioni ritorna, ma anche lo spettro di
violenze post-elettorali come in Kenya e Zimbabwe. Difficile, tuttavia, che si
verifichi nuovamente quanto successe nel 1992. Allora, pochi mesi non bastarono
a creare quel minimo di situazione socio-politica che favorisse la transizione.
Molte armi erano ancora in mano alle forze ribelli, poco il tempo per organizzare
la consulta popolare, parziale l'afflusso alle urne da parte della poplazione,
che nelle aree rurali, proprio dove l’Unita aveva le sue basi piu solide, era
stata tagliata fuori.
Nuove prospettive. Un motivo confortante per non credere nella ripresa delle violenze del '92 è
la crescita militare delle forze armate, accompagnata dalla diminuzione della forza
bellica del maggiore gruppo dell’opposizione e nemico storico Unita. A questo
si aggiunge la morte, nel 2002, del loro leader, Jonas Savimbi, il quale godeva
di grande carisma tra i ribelli. Guardando a quest’aspetto, sembra lontana la
prospettiva di disordini su vasta scala. Piuttosto si potrebbe parlare di probabili
contestazioni da parte di alcuni gruppi di dissidenti. Il Paese ha avuto una crescita
economica rilevante in questi anni, tanto che il ministro delle Finanze, José
Pedro de Morais, ha dichiarato che la riserva nelle casse dello Stato ammonta a dieci
miliardi di dollari. Tale crescita, derivante dai grandi introiti provenienti
dal petrolio, investe inizialmente solo quei settori cruciali, e le grandi opere
che questi richiedono, affinché possa diventare di portata generale (strade, energia,
sistemi di approvigionamento idrico, impianti fognari, istruzione, sanità), ma
non include direttamente quelle ampie frange popolari che sono espressione del
voto ma anche culla del malcontento.
Una popolazione esausta. Ultimo ma non meno importante particolare potrebbe essere lo stato l’animo di
un popolo che dal giorno dell’indipendenza, 11 novembre 1975, ha avuto un lungo
susseguirsi di anni di guerra, durante i quali si sono visti privati dei diritti
fondamentali e della possibilitá di vivere una vita normale. Si fa fatica a credere
che gli angolani abbiano ancora voglia di riprendere in mano le armi e di veder
scorrere altro sangue. Saltano agli occhi le difficili condizioni in cui una grandissima
percentuale di persone sopravvive cercando di risolvere i problemi che sistematicamente
la affligge (mancanza di servizi di base, malattie, corruzione, disoccupazione),
ma anche cercando di ignorare quella piccola minoranza con enormi macchine di
lusso e conti bancari senza fondo che scorrazza tranquillamente per il Paese.