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Ettore Zilli, signore di 79 anni, ricorda lucidamente la sua trasferta
nel campo di sterminio di Dachau con due tappe di ristoro a Salisburgo
e a Innsbruck. E' nato a Zoppola, frazione di Casarsa della Delizia,
provincia di Pordenone, nel dicembre del 1924. Abita a Sesto San
Giovanni dal 1950, operaio in pensione della Pirelli Sapsa. Il suo
contributo alla Giornata della memoria è ancora vasto e articolato.
Anche quest’anno sarà invitato dai presidi di una trentina di scuole,
inferiori e superiori, e in qualche università. Per spiegare in
diretta, senza la mediazione di storici, che cosa era un campo di
sterminio, l’ordine che vi regnava, le violenze subite e viste tutti i
giorni. La sua memoria gli è stata compagna fedele. Ma, per fortuna,
qualche volta lo ha tradito, come una donna che dimentica e sparisce.
"Senti". Ettore ti fa toccare con mano la mandibola destra ancora
spaccata: "questa è memoria diretta". "Erano gli ultimi giorni a
Dachau, aprile-maggio del ‘45 (non ricordo più esattamente i giorni).
Il periodo più duro, perché i tedeschi pensavano a scappare, prima
dell’arrivo degli americani. Uno degli ultimi ordini che mi imposero fu
quello di spostare il bugliolo dalla mia baracca, la numero 7, alla
baracca numero 5, quella degli esperimenti. Lì c’era gente che moriva
lentamente, resti umani, feci…"
"Eravamo in due. Ci accompagnava una SS col suo bastone. Per la nostra
debolezza e il peso del bugliolo, abbiamo rovesciato, inciampando, una
parte del contenitore. Mi è arrivata una bastonata così forte che sono
svenuto. Al risveglio la mandibola era spezzata, io avevo una gran
sete. Mi ero trascinato carponi in una buca da bombardamento per bere
dell'acqua sporca. A un certo punto fui sollevato per il collo e
trascinato via. Era un gigante nero americano, il primo che vedevo in
vita mia, ho avuto paura. Era un soldato che faceva parte della prima
avanguardia dei liberatori".
"Ricordo che la prima cosa che mi diedero da mangiare furono delle
ortiche: il soldato ne aveva un gran mazzo sotto braccio. Le aveva
fatte bollire e le avevamo mangiate assieme. Poi ricordo il primo
soccorso medico, una flebo piantata nel braccio, che io mi volevo
togliere. Nel mio delirio pensavo fosse una tortura e per questo mi
legarono le braccia". E a questo punto Zilli si emoziona: "Mi viene
ancora il magone" sussurra piano. "Se hai visto il film Il
Pianista... La scena dell’arrivo in Polonia è la mia, lì c’ero anch’io
e quando mi è apparsa davanti sono scoppiato a piangere al cinema".
Poi torna all'inizio della sua storia. "I miei erano contadini, eravamo
dieci fratelli. A Casarsa avevo conosciuto un giovanissimo Pierpaolo
Pasolini che tutte le sere leggeva poesie e per questo lo chiamavamo
l’acchiappanuvole". "L’otto settembre del ’43 erano fuggiti tutti e io
avevo trovato in una caserma (avevano già rubato tutto il cibo) dei
fucili abbandonati e li avevo presi, non per fare l’eroe: si capiva
ancora poco cosa stava succedendo, non c’erano giornali, solo qualche
radio. Volevo staccare una di quelle cinture fissate al calcio e alla
canna, utili per mettere il fucile a spalla".
"Io ero talmente povero che tenevo fissati i mie pantaloni con un pezzo
di spago. Finalmente avevo una cintura vera. Naturalmente mi avevano
visto in tanti. Ero troppo ingenuo, avevo diciannove anni. La sera dopo
arriva della gente a casa mia, sull’aia, a chiedere le armi. Non sapevo
chi fossero, avevano vestiti borghesi. Quando ho capito che non erano
aggressivi, diedi loro i fucili, raccontandogli della cintura. Erano i
primi partigiani. Ho saputo dopo che erano garibaldini del gruppo di
Egisto Agostini, che facevano parte del raggruppamento di Stanco, nome
di battaglia di Stanislao Badani, uno slavo". "Dopo qualche altro
contatto ci avevano preso come staffette, io e altri ragazzi del paese.
Noi però non abbiamo mai visto armi. Portavamo solo cibo e indumenti al
di là del fiume Cellina, sulla collina".
"A darci un grande aiuto c’era anche Primo Carnera, un friulano che era
stato campione del mondo dei pesi massimi negli Stati Uniti. Era
tornato al suo paese e con noi faceva el pajasso, nel senso che giocava
usando la sua grande forza. Per esempio prendeva un bastone e lo
spingeva contro tredici di noi. Dopo un po’ noi eravamo tutti a terra,
lui ancora in piedi, ridendo a mascella aperta. Aveva un permesso dei
tedeschi per circolare, essendo stato un campione famoso, ma stava
dalla nostra parte. Segnava su un biglietto il nome di un grosso
agricoltore e allevatore, e noi andavamo a suo nome a ritirare lardo e
altra roba da mangiare".
"Poi un giorno ci deve essere stata una spiata. Dopo pochi mesi, una
sera i tedeschi (e i fascisti) ci hanno circondato e ci hanno presi in
blocco. Eravamo alla frazione di Ovoledo. Ci hanno inquadrato nella
piazza, con due mitragliatrici davanti. Tutti gli abitanti erano usciti
dalle case. Mia madre aveva una mia sorellina in braccio e urlava
assassini, dopo urlavano tutti. Ci tennero due ore sotto l’acqua. Poi
arrivarono dei camion.
Ci hanno caricato e portato al carcere di Pordenone, fissando le nostre
impronte digitali e prendendoci i documenti. Eravamo in dodici per
cella. Dopo otto giorni via al carcere di Udine. Dal discorso di un
capoccia tedesco eravamo già considerati Banditen, da curare stretti e
senza pietà. Le botte e le sofferenze di Udine mi facevano sperare di
essere trasferito".
"Difatti ci hanno caricato sul treno per Salisburgo, schiacciati in un
vagone, donne e uomini tutti assieme. Avevamo riservato un angolo per i
bisogni corporali. Ma c’erano anche le donne, pensa che umiliazione.
Allora facevamo quadrato girando le spalle per rispetto alla loro
dignità. Dall’unico buco di finestrino dove a turno ci affacciavamo per
prendere aria, sentivamo il sibilo di aerei che vedevamo passare nella
nostra stessa direzione. Stavano bombardando proprio i ponti e la
stazione di Salisburgo. Siamo rimasti fermi due mesi, a lavorare sulla
ferrovia, a tappare buchi e a spostare macerie.
Poi ci hanno spostato a Innsbruck, il primo campo di sterminio. Tutti
in piedi pressati in cinquanta in una baracca stretta, con una sola
finestra. Avevamo ancora i nostri abiti civili, sporchi e stracciati, e
abbiamo scoperto per la prima volta gli zebrati, prigionieri che
avevano la casacca a strisce di tutti i campi di concentramento. Ci
avevano tutti depilati con rasoi che non tagliavano. E ti lascio
immaginare le ferite nelle parti intime".
"Dopo Innsbruck l'arrivo a Dachau. Siamo nei primi mesi del 1945.
Arriviamo alla mattina in stazione. Al campo c’erano due file di
baracche, coi cadaveri fuori. A destra i numeri dispari, a sinistra i
numeri pari. Io ero alla Baracca numero 7. Nella numero 5 i medici
nazisti facevano esperimenti sui gemelli, sulle inseminazioni, sulla
resistenza umana a temperature elevate o sotto zero. Ricordo la nascita
di un bambino un’internata italiana catturata incinta, aiutata da una
dottoressa polacca anche lei prigioniera; e il soffocamento del neonato
da parte delle compagne della madre per evitargli torture. Io ho fatto
il mio dovere -disse la dottoressa - ora voi fate il vostro…".
"All’ingresso del campo c’era la famosa scritta Arbeit Macht Frei, il
lavoro rende liberi. L’ennesima umiliazione della bestia, così chiamava
il nazismo Bertoldt Brecht in una sua poesia. Ma non facevamo niente.
Solo un paio di volte ho lavorato. Avevamo pulito le gabbie
dell’allevamento dei conigli d’Angora e avevamo scaricato un camion di
fili di rame".
"Dormivamo in quattro su brande di novanta centimetri di larghezza per
uno e novanta di lunghezza. Due teste da una parte e due dall’altra. Ci
svegliavano alle cinque e ci allineavano nel piazzale. C’era l’appello:
dovevamo dire in tedesco il numero che avevamo scritto sul petto, sulla
schiena avevamo il triangolo rosso dei deportati politici. Il mio
numero era 129 KZ. Se non lo ricordavi o lo pronunciavi male erano
botte.
Prima ci pulivamo, se così si può dire, con una decina di rubinetti e
due vasche in tutto, con acqua gelata senza sapone e asciugamani, ed
eravamo in quattrocento. Ci asciugavamo con la giacca a strisce del
campo. Dopo l’appello c’era la “colazione”. Una bevanda verdastra che
chiamavano tè, ma almeno era calda. Poi più niente fino a mezzogiorno.
A quell’ora ci arrivava una zuppa di bietole. Alla sera un chilo di
pane ogni otto persone. Durissimo, non avevamo coltelli, forchette. Lo
dividevamo col filo spinato".
"I ricordi che non mi hanno più lasciato? Molte cose brutte la mia
mente me le ha cancellate. Per fortuna. Ma non posso dimenticare due di
noi buttarsi contro il filo dell’alta corrente, per uccidersi. E poi
quelli giovani come me che impazzivano e allora gli “anziani”, i
trentenni, ci dividevano, creavano gruppi misti, cercavano di farci
pensare. Dei fatti cancellati dalla mia mente molti li ho trovati nei
libri scritti dopo".
"Il ritorno? Dopo i primi soccorsi all’ospedale da campo americano, mi
hanno portato a Monaco in un vero ospedale con buoni letti e cibo,
aiutati dalla Caritas. Poi a Innsbruck, a Bolzano, e infine a casa".
"Per molto tempo non parlai con nessuno. Andavo avanti e indietro a
Milano dove avevo fratelli, sorelle e parenti. Fisicamente mi ero
ripreso in tre, quattro mesi. Psicologicamente in due anni. Non
riuscivo più a vivere, a lavorare. Poi nel 1950 finalmente a Sesto,
alla Pirelli Sapsa. Stavo bene. Ero un gran ballerino. Avevo molte
ragazze, ma non ho mai avuto voglia di farmi una famiglia, non volevo
che mio figlio facesse le mie esperienze, ero sempre curato dalle
sorelle. Amavo e amo la musica lirica e andavo alla Scala. Per molti
anni sono stato presidente dell’Aned (Associazione ex deportati
politici) di Sesto San Giovanni. Il mio compito più importante, a quasi
ottant’anni, è di informare i giovani delle scuole di cosa è stato il
nazismo, visto che ormai alcuni storici revisionisti negano l’evidenza,
la verità, i forni crematori, i milioni di morti. Basta muoversi e
visitare una volta i campi di concentramento e di sterminio. Il più
vicino si trova a Trieste, la Risiera di San Sabba.