06/06/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo i combattimenti contro le milizie zaide, ora il governo cerca di sconfiggere quelle di al Qaeda
Da pochi giorni è terminata l'ennesima battaglia tra l'esercito yemenita e le milizie sciite di Abdel Malik Al Houthi, nel nord del paese, ma anche poco distante dalla capitale Sana'a. Ancora non si sa se il leader della rivolta sia vivo o meno, ma il governo di Abdullah Saleh deve già pensare all'altra minaccia, quella delle milizie sunnite vicino ad Al Qaeda, a cui il governo, negli ultimi giorni, ha inflitto un duro colpo.

Al Qaeda. Martedì 3 giugno le autorità di Sana'a annunciavano l'arresto di undici esponenti della milizia sunnita chiamata Brigata Jund al Yemen, che si ritiene legata rete di Al Qaeda. Il gruppo, negli ultimi mesi, si era fatto notare per una serie di attacchi che avevano preso di mira le ambasciate Usa e italiana, alcune moschee, e anche il porto di Aden, contro cui lo scorso 31 maggio è stato lanciato anche un razzo Katyusha. La rivendicazione dell'attentato recitava: “L'organizzazione di Al Qaeda nella penisola arabica ha condotto l'attacco [..] contro una raffineria usata dal despota yemenita per rifornire di carburante i crociati”. Lo stesso giorno, un uomo armato si metteva a sparare all'interno di una moschea nel nord del paese, uccidendo almeno sette persone. In quest'ultimo caso si trattava di un attentato di matrice tribale, o legato semmai alle milizie sciite. Il governo di Sana'a, alleato con l'occidente, si trova dunque a fronteggiare più di una ribellione sul suo territorio.

Al Wasabi. La ripresa degli attacchi anche da parte delle milizie sunnite ha fatto pensare a una rinascita della rete del terrore, che nel 2000 si era resa responsabile dell'attentato alla portaerei Uss Cole, uccidendo 17 marinai statunitensi. Dopo l'11 settembre 2001, il governo di Saleh strinse un'alleanza per la sicurezza con gli Usa e intraprese una dura battaglia per stroncare la rete del terrore nel paese. La maggior parte degli esponenti di punta di Jund Al Yemen furono incarcerati ma, nel febbraio 2006, 23 di loro riuscirono ad evadere dal carcere. Questa reviviscenza del gruppo armato sunnita, però, non ha colto di sorpresa il governo, che mertedì ha arrestato 11 dei miliziani del gruppo e, il giorno successivo, ha mancato di un soffio l'arresto dell'uomo ritenuto l'attuale leader. É successo a Sana'a, dove Ibrahim al Wasabi è stato fermato per un controllo di routine dalla polizia, che però non lo aveva riconosciuto. Secondo la ricostruzione fornita alle agenzie stampa, Al Wasabi con una scusa si è allontanato dall'auto e si è dato alla fuga, abbandonando denaro e diversi documenti. Curiosamente, il posto di blocco in cui è stato fermato, faceva parte delle misure di sicurezza straordinarie disposte proprio per arginare nuovi attacchi da parte delle milizie zaide di Al Houthi che, alla fine di maggio, avevano portato lo scontro con le truppe governative dai monti del nord fino alle porte della capitale. Proprio durante questi combatimenti, sostengono fonti vicine al governo, il leader al Houthi sarebbe stato ferito o ucciso. Fonti interne alla milizia, tuttavia, smentiscono che il leader fosse anche solo presente durante lo scontro.

Crisi. Nonostante le centinaia di soldati caduti nelle battaglie degli ultimi mesi, l'esercito yemenita potrebbe essere in grado di fronteggiare queste due minacce, che in parte potrebbero ricevere sostegno dall'estero. Rimane però il fatto che i continui combattimenti stanno seriamente minando la stabilità e l'economia del paese. Particolarmente nella provincia di Sa'ada, dove hanno base le milizie zaide di Al Houthi, la battaglie hanno provocato numerose vittime civili e hanno reso ancora più difficili le condizioni di vita dei locali. Le comunicazioni internet sono state tagliate, la chiusura delle strade di collegamento ha portato all'interruzione delle forniture di gasolio e di generi alimentari. Anche gli aiuti umanitari non riescono a raggiungere le zone delle battaglie, abitate da civili. “Tutte queste tragedie sono conseguenza dei continui combattimenti” hanno spiegato alcuni esponenti dello Yemeni Socialist Party, “solo un serio dialogo servirà a risolvere la crisi”.
 

Naoki Tomasini

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