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Al Qaeda. Martedì 3
giugno le autorità di Sana'a annunciavano l'arresto di undici
esponenti della milizia sunnita chiamata Brigata Jund al Yemen, che
si ritiene legata rete di Al Qaeda. Il gruppo, negli ultimi mesi, si
era fatto notare per una serie di attacchi che avevano preso di mira
le ambasciate Usa e italiana, alcune moschee, e anche il porto di
Aden, contro cui lo scorso 31 maggio è stato lanciato anche un
razzo Katyusha. La rivendicazione dell'attentato recitava:
“L'organizzazione di Al Qaeda nella penisola arabica ha condotto
l'attacco [..] contro una raffineria usata dal despota yemenita per
rifornire di carburante i crociati”. Lo stesso giorno, un uomo
armato si metteva a sparare all'interno di una moschea nel nord del
paese, uccidendo almeno sette persone. In quest'ultimo caso si
trattava di un attentato di matrice tribale, o legato semmai alle
milizie sciite. Il governo di Sana'a, alleato con l'occidente, si
trova dunque a fronteggiare più di una ribellione sul suo
territorio.
Al Wasabi. La ripresa degli
attacchi anche da parte delle milizie sunnite ha fatto pensare a una
rinascita della rete del terrore, che nel 2000 si era resa
responsabile dell'attentato alla portaerei Uss Cole, uccidendo 17
marinai statunitensi. Dopo l'11 settembre 2001, il governo di Saleh
strinse un'alleanza per la sicurezza con gli Usa e intraprese una
dura battaglia per stroncare la rete del terrore nel paese. La
maggior parte degli esponenti di punta di Jund Al Yemen furono
incarcerati ma, nel febbraio 2006, 23 di loro riuscirono ad evadere
dal carcere. Questa reviviscenza del gruppo armato sunnita, però,
non ha colto di sorpresa il governo, che mertedì ha arrestato
11 dei miliziani del gruppo e, il giorno successivo, ha mancato di un
soffio l'arresto dell'uomo ritenuto l'attuale leader. É
successo a Sana'a, dove Ibrahim al Wasabi è stato fermato per
un controllo di routine dalla polizia, che però non lo aveva
riconosciuto. Secondo la ricostruzione fornita alle agenzie stampa,
Al Wasabi con una scusa si è allontanato dall'auto e si è
dato alla fuga, abbandonando denaro e diversi documenti.
Curiosamente, il posto di blocco in cui è stato fermato,
faceva parte delle misure di sicurezza straordinarie disposte proprio
per arginare nuovi attacchi da parte delle milizie zaide di Al Houthi
che, alla fine di maggio, avevano portato lo scontro con le truppe
governative dai monti del nord fino alle porte della capitale.
Proprio durante questi combatimenti, sostengono fonti vicine al
governo, il leader al Houthi sarebbe stato ferito o ucciso. Fonti
interne alla milizia, tuttavia, smentiscono che il leader fosse anche
solo presente durante lo scontro.
Crisi. Nonostante
le centinaia di soldati caduti nelle battaglie degli ultimi mesi,
l'esercito yemenita potrebbe essere in grado di fronteggiare
queste due minacce, che in parte potrebbero ricevere sostegno
dall'estero. Rimane però il fatto che i continui combattimenti
stanno seriamente minando la stabilità e l'economia del paese.
Particolarmente nella provincia di Sa'ada, dove hanno base le milizie
zaide di Al Houthi, la battaglie hanno provocato numerose vittime
civili e hanno reso ancora più difficili le condizioni di vita
dei locali. Le comunicazioni internet sono state tagliate, la
chiusura delle strade di collegamento ha portato all'interruzione
delle forniture di gasolio e di generi alimentari. Anche gli aiuti
umanitari non riescono a raggiungere le zone delle battaglie, abitate
da civili. “Tutte queste tragedie sono conseguenza dei continui
combattimenti” hanno spiegato alcuni esponenti dello Yemeni
Socialist Party, “solo un serio dialogo servirà a risolvere
la crisi”.Naoki Tomasini