Numero 24. Dal 1° maggio al 31 maggio 2008
Ogni volta che entro in acqua sento
l’angoscia salire allo stomaco. E penso che non sia affatto
normale. Avanzo con cautela, in una piccola baia di Samos. Sono
scalzo. E ho paura di toccare un cadavere sottacqua.

Ho in mente le
fotografie che mi hanno mostrato una settimana fa a Lesvos, in
Grecia, di due bambini ripescati in mare. Ho in mente i racconti dei
pescatori e la cronaca dell’ultimo mese, che parla di almeno 112
morti sulle rotte per l’Europa, di cui 102 soltanto nel Canale di
Sicilia. Il corpo di una donna ritrovato sulla spiaggia di Maluk, a
Lampedusa. Un’altro cadavere a Pozzallo, in provincia di Siracusa.
Uno a Castel Vetrano, a Trapani. I 37 morti a Malta e i 50 a
Teboulba, inTunisia. Cadaveri che galleggiano sopra questa grande
fossa comune che è diventato il Mediterraneo – almeno 12.180
morti negli ultimi 20 anni -, senza che nulla si sappia delle loro
imbarcazioni naufragate. Senza che nulla si sappia di quanti altri
passeggeri erano a bordo e quanti siano i dispersi in mare. Come i 21
di Samos, lo scorso 16 maggio, di cui non è rimasta alcuna
traccia se non una lettera autografata scritta dall’unico
superstite.
“Eravamo 22 persone su un gommone…
Siamo stati intercettati dalla guardia costiera greca. Hanno legato
il nostro gommone alla motovedetta e ci hanno trainato verso la costa
turca. Poi ci hanno sequestrato il carburante e ci hanno abbandonato
in mezzo al mare. Il tempo è peggiorato e sono salite le onde.
L’imbarcazione ha iniziato a ondeggiare. Era il 16 maggio alle due
del mattino. Le persone a bordo hanno iniziato a cadere in acqua una
dopo l’altra… il gommone si è rovesciato. Ho perso il mio
amico. Ho iniziato a nuotare e a combattere contro le onde del mare.
Alla fine un pescatore mi ha tratto in salvo e mi ha portato
all’ospedale da dove mi hanno trasferito al campo”
Nessun corpo è stato ripescato
negli ultimi giorni a Samos. E Yassin, l’autore della lettera, nel
frattempo è partito per Atene senza che nessuno abbia i suoi
contatti. Nessuno quindi è in grado di dire se i naufraghi
siano stati soccorsi dalle autorità turche e se siano tutti
annegati. Quel che è certo è che la storia è più
che verosimile. Tawfiq ne è convinto. È un ragazzo
algerino che vive sull’isola greca. È lui che mi ha tradotto
la lettera, scritta in arabo. Nonostante la giovane età, 23
anni, può ben dirsi un veterano tra gli harragas, dato che ha
bruciato la frontiera tra Turchia e Grecia per ben sette volte.
L’ultima da solo. A bordo di un canotto, armato di remi e coraggio,
lungo un tragitto di un paio di miglia. A suo fratello, Sufien, è
successo lo stesso. Lo incontro il giorno su una spiaggia dell’isola.
Davanti a una birra ghiacciata mi racconta la notte del 2 maggio
dello scorso anno. Nessun passeur. Avevano fatto tutto da soli.
Conoscevano già la rotta. Lui, un terzo fratello, due cugini e
un amico. Tutti algerini. Avevano comprato i remi e un gommone di un
paio di metri. Dopo essere salpati da una spiaggia vicino Kusadasi, a
metà tragitto vennero fermati dalla marina militare greca.
Sufien insiste. La motovedetta era di quelle grigie. I militari si
avvicinarono al gommone e tagliarono con un coltello le camere
d’aria. Per poi rimanere a guardare mentre i cinque finivano in
acqua. Fortunatamente sapevano tutti nuotare e nel giro di cinque
ore, stremati, raggiunsero a nuoto la costa turca. Ma cosa sarebbe
successo se uno di loro non avesse saputo nuotare? O se fosse
accaduto con le temperature invernali?
Il numero di arrivi di migranti e
rifugiati lungo le rotte dell’Egeo è aumentato negli ultimi
anni, di pari passo con la diminuzione degli arrivi in Spagna e in
Italia. Sono soprattutto afgani. E poi ci sono irakeni, kurdi,
palestinesi, somali, sudanesi, mauritani, senegalesi, ivoriani,
nigeriani, algerini e marocchini. I flussi sono misti. Migranti
economici e rifugiati. Per evitare l’espulsione, parte degli
africani si dichiarano somali. E parte degli arabi si dicono
palestinesi o irakeni. Ma i rifugiati ci sono davvero. Basta visitare
il vecchio campo di detenzione di Samos per capirlo. È un
vecchio edificio su due piani, in pieno centro. È stato chiuso
alla fine di novembre 2007. In alcune stanze è rimasto tutto
come allora. I letti a castello a tre piani hanno ancora le coperte.
E il pavimento è coperto di materassini in gommapiuma. I
graffiti sulle pareti raccontano la storia del centro e le storie dei
rifugiati che ha accolto. Ci sono i ritratti di Yasser Arafat e la
bandiera della Palestina, ci sono frasi in amarico e dichiarazioni
d’amore alla Somalia e al Sudan, come pure richieste di libertà
per il Kurdistan.
Raccomandiamo ai politici italiani ed
europei una visita in Grecia. Il Parlamento italiano infatti si
appresta a discutere l’introduzione del reato di clandestinità
e il Governo fa sapere che serviranno 600 milioni di euro per avere
un Centro di identificazione ed espulsione (Cie, che sostituiranno
gli attuali Centri di permanenza temporanea Cpt) in ogni regione, per
i quali sono già state identificate 10 caserme dismesse. I
migranti senza permesso di soggiorno vi potranno essere detenuti fino
a 18 mesi, anticipando così la vergognosa direttiva europea
sui rimpatri anch’essa in dirittura d’arrivo. È grave
quello che sta succedendo nell’Europa della libera circolazione. Ma
in fondo non tutti i viaggiatori appartengono alla stessa classe di
umanità. E vale la pena ricordarlo all’inizio della stagione
estiva. Anche quest’anno decine di milioni di turisti approderanno
alle Canarie, in Andalusia, sulle isole greche, a Malta e in Sicilia,
accolti dai sorrisi delle hostess e dei camerieri. Su quelle stesse
rotte, alcune decine di migliaia di altri viaggiatori non invitati
saranno invece sorvegliati dalle nostre navi da guerra, da aerei
senza pilota e satelliti spia, e in fine privati della loro libertà.
Su quelle stesse rotte centinaia di uomini, donne e bambini
perderanno la vita. Ci penso ogni volta che entro in acqua. E penso
che non sia affatto normale.
Gabriele Del Grande