stampa
invia
A rischio il processo di pace. Gli scontri delle scorse settimane hanno provocato una ventina di morti e oltre
un centinaio di feriti. Dalle 50 alle 90 mila persone sono fuggite dalla zona
contesa. Se il leader del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha cercato di rassicurare
gli osservatori internazionali sulla 'risoluzione del problema attraverso il dialogo',
secondo il coordinatore delle Nazioni Unite per il Sud Sudan, David Gressley,
l'intero processo di pace potrebbe essere messo a rischio.
Diatribe tribali. La questione non è, tuttavia, solamente legata al petrolio. Un altro catalizzatore
delle tensioni è la storica rivalità tra due comunità, i Misseriya, in larga parte
filo-Khartoum, e i Ngok Dinka, fedeli al sud. Per decenni, i due gruppi hanno
vissuto in condizioni di relativa concordia, gestendo tra loro problemi come il
pascolo o l'abbeveramento del bestiame durante i periodi di siccità. I Misseriya
portavano le loro bestie al fiume Kiir (Bahr al-Arab in arabo). Parimenti, gli
Ngok potevano far pascolare gli animali nella stessa zona, in una situazione di
sostanziale 'condominio'. Sui confini vi è sempre stata incertezza sin dal 1905,
quando l'area passò sotto il controllo della regione del Kordofan, attualmente
sotto l'amministrazione statale centrale.
Ferita aperta. Col tempo, e con la scoperta dei ricchi giacimenti petroliferi, le frizioni
tribali si estesero a livello nazionale. Nel 2003, una Commissione fu incaricata
di risolvere la disputa tracciando un confine che correva pressappoco lungo il
fiume Kiir. Khartoum ha rifiutato le conclusioni della commissione, e la ferita
di Abyei è rimasta aperta nonostante gli accordi di pace tra governo e Splm. Oggi,
oltre al Darfur, è questa ferita a rappresentare il fulcro delle preoccupazioni
internazionali. Le attuali schermaglie pongono infatti una seria minaccia alla
stabilità del processo di pace, conclusosi - a questo punto solo apparentemente
- tre anni fa.Luca Galassi