05/06/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Autorità Palestinese consegna l'economia locale nella mani dei grandi gruppi internazionali
Scritto per noi da
Cosimo Caridi

Betlemme. L’economia palestinese vive un periodo di stagnazione dall’inizio della seconda Intifada, quando Israele ha imposto una severa politica di restrizione del commercio con l’estero e ha revocato la libertà di movimento ai lavoratori. Il processo di privatizzazione, che dovrebbe sbloccare la situazione economica, è stato avviato dall’attuale governo e ha avuto il suo apice dal 21 al 23 maggio 2008, quando più di mille uomini d’affari da tutto il mondo si sono dati appuntamento a Betlemme per la prima Palestine Investment Conference (PIC).

Foto di Cosimo CaridiJulien Salingue, dottorando in politica della Cisgiordania presso l’università Paris 8, dice: “L’attuale gruppo dirigente palestinese è composto principalmente da uomini d’affari: Abu Mazen è un businessman con interessi in Qatar, il primo ministro Fayyad era un alto funzionario della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale e il ministro dell’economia Kamal Hassouneh é il vice presidente della Palestine Businessmen Association. Questo assetto politico, voluto dagli Stati Uniti, con Fayyad a capo dell’esecutivo nonostante abbia raccolto solo il 2% delle preferenze nelle ultime elezioni, indica la volontà internazionale di separare l’economia, che potrebbe avere uno sviluppo affidandosi al settore privato, dalla questione politica, essendo ormai ovvio che la two state solution rimane impossibile da raggiungere”.

Foto di Cosimo CaridiIl cambiamento dettato dall’Autorità Palestinese era già preannunciato dai suoi membri, nel 2003. Fayyad fece un resoconto sulla situazione economica palestinese, nel quale traspariva come gli investimenti pubblici non ottenessero alcun risultato, di qui l’idea di utilizzare investimenti privati. Salingue continua: “Possiamo considerare Fayyad come una via di mezzo tra un curatore fallimentare e il presidente di un consiglio d’amministrazione, che deve gestire la Palestina in questi momenti critici e si affida alla concezione del mercato neoliberale per trovare una soluzione. Per far questo il primo ministro si avvale di collaboratori che condividono il disegno di una Palestina a servizio dei capitali privati, tra cui Kamal Hassouneh che incontrai nel marzo del 2007, tempo prima della sua investitura come ministro, il quale mi spiegò che l’Autorità Nazionale Palestinese non prestava sufficiente attenzione alle preoccupazioni dei grandi gruppi privati.”.

Foto di Cosimo CaridiL’aria che si respira tra gli addetti ai lavori, dopo lo svolgimento della conferenza degli investitori, é quella di una svendita. La PIC ha raccolto 1,4 miliardi di dollari principalmente in progetti per la costruzione di infrastrutture e nuove abitazioni. Per capire l’importanza del settore in cui arriveranno gli investimenti bisogna analizzare la politica degli aiuti internazionali. Shir Hever economista israeliano e redattore del bollettino “Economia dell’Occupazione” per l’Alternative Information Center, spiega: “Negli anni ‘90 gli aiuti erano intesi a permettere la costruzione di una rete di infrastrutture economiche che potesse sostenere un futuro stato palestinese. I paesi donatori speravano in tal modo di porre fine all’occupazione militare del ’67 incoraggiando la “two state solution”. Israele, da parte sua, non sembra però mai aver accettato tale soluzione; le autorità israeliane continuano la loro politica di occupazione impedendo in ogni modo lo sviluppo di una vitale economia palestinese. Gli aiuti internazionali si sono così dimostrati inefficienti e lo saranno ancora fintanto che ci saranno rigide limitazioni per le importazioni di materie prime e restrizioni alla libertà di movimento dei lavoratori. Perciò la logica degli aiuti, ha oggi cambiato direzione, per dedicarsi ai bisogni più urgenti della popolazione. Gli aiuti una volta spesi per le infrastrutture sono oggi atti a prevenire una vera e propria crisi umanitaria.”.

Questi nuovi fondi che arrivano dal settore privato saranno un incentivo per iniziare la ricostruzione di infrastrutture necessarie alla creazione di uno stato, che Israele non vuole e che la comunità internazionale non è in grado di sostenere. Il problema, nel caso gli investimenti privati fallissero nel loro intento, è che questi nuovi fondi non sono aiuti umanitari, bensì capitali che i vari investitori vorranno veder fruttare, quindi diverranno debito pubblico per una popolazione che non ha uno stato, lasciando l’Autorità Palestinese in balia degli investitori privati.

Intanto la popolazione palestinese è stanca di sentir parlare di una politica che vede lontana da una soluzione tangibile. I soldi dei grandi gruppi internazionali porteranno lavoro e benessere economico, in cambio del silenzio dei palestinesi, per uno stato mai nato.
 
Categoria: Guerra, Economia
Luogo: Israele - Palestina