L'Autorità Palestinese consegna l'economia locale nella mani dei grandi gruppi internazionali
Scritto per
noi da
Cosimo Caridi
Betlemme.
L’economia palestinese vive un periodo di stagnazione dall’inizio
della seconda Intifada, quando Israele ha imposto una severa politica
di restrizione del commercio con l’estero e ha revocato la libertà
di movimento ai lavoratori. Il processo di privatizzazione, che
dovrebbe sbloccare la situazione economica, è stato avviato
dall’attuale governo e ha avuto il suo apice dal 21 al 23 maggio
2008, quando più di mille uomini d’affari da tutto il mondo
si sono dati appuntamento a Betlemme per la prima Palestine
Investment Conference (PIC).

Julien Salingue,
dottorando in politica della Cisgiordania presso l’università
Paris 8, dice: “L’attuale gruppo dirigente palestinese è
composto principalmente da uomini d’affari: Abu Mazen è un
businessman con interessi in Qatar, il primo ministro Fayyad era un
alto funzionario della Banca Mondiale e del Fondo Monetario
Internazionale e il ministro dell’economia Kamal Hassouneh é
il vice presidente della Palestine Businessmen Association. Questo
assetto politico, voluto dagli Stati Uniti, con Fayyad a capo
dell’esecutivo nonostante abbia raccolto solo il 2% delle
preferenze nelle ultime elezioni, indica la volontà
internazionale di separare l’economia, che potrebbe avere uno
sviluppo affidandosi al settore privato, dalla questione politica,
essendo ormai ovvio che la
two state solution rimane
impossibile da raggiungere”.

Il cambiamento
dettato dall’Autorità Palestinese era già
preannunciato dai suoi membri, nel 2003. Fayyad fece un resoconto
sulla situazione economica palestinese, nel quale traspariva come gli
investimenti pubblici non ottenessero alcun risultato, di qui l’idea
di utilizzare investimenti privati. Salingue continua: “Possiamo
considerare Fayyad come una via di mezzo tra un curatore fallimentare
e il presidente di un consiglio d’amministrazione, che deve gestire
la Palestina in questi momenti critici e si affida alla concezione
del mercato neoliberale per trovare una soluzione. Per far questo il
primo ministro si avvale di collaboratori che condividono il disegno
di una Palestina a servizio dei capitali privati, tra cui Kamal
Hassouneh che incontrai nel marzo del 2007, tempo prima della sua
investitura come ministro, il quale mi spiegò che l’Autorità
Nazionale Palestinese non prestava sufficiente attenzione alle
preoccupazioni dei grandi gruppi privati.”.

L’aria che si
respira tra gli addetti ai lavori, dopo lo svolgimento della
conferenza degli investitori, é quella di una svendita. La PIC
ha raccolto 1,4 miliardi di dollari principalmente in progetti per la
costruzione di infrastrutture e nuove abitazioni. Per capire
l’importanza del settore in cui arriveranno gli investimenti
bisogna analizzare la politica degli aiuti internazionali. Shir Hever
economista israeliano e redattore del bollettino “Economia
dell’Occupazione” per l’Alternative Information Center, spiega:
“Negli anni ‘90 gli aiuti erano intesi a permettere la
costruzione di una rete di infrastrutture economiche che potesse
sostenere un futuro stato palestinese. I paesi donatori speravano in
tal modo di porre fine all’occupazione militare del ’67
incoraggiando la “two state solution”. Israele, da parte sua, non
sembra però mai aver accettato tale soluzione; le autorità
israeliane continuano la loro politica di occupazione impedendo in
ogni modo lo sviluppo di una vitale economia palestinese. Gli aiuti
internazionali si sono così dimostrati inefficienti e lo
saranno ancora fintanto che ci saranno rigide limitazioni per le
importazioni di materie prime e restrizioni alla libertà di
movimento dei lavoratori. Perciò la logica degli aiuti, ha
oggi cambiato direzione, per dedicarsi ai bisogni più urgenti
della popolazione. Gli aiuti una volta spesi per le infrastrutture
sono oggi atti a prevenire una vera e propria crisi umanitaria.”.
Questi nuovi
fondi che arrivano dal settore privato saranno un incentivo per
iniziare la ricostruzione di infrastrutture necessarie alla creazione
di uno stato, che Israele non vuole e che la comunità
internazionale non è in grado di sostenere. Il problema, nel
caso gli investimenti privati fallissero nel loro intento, è
che questi nuovi fondi non sono aiuti umanitari, bensì
capitali che i vari investitori vorranno veder fruttare, quindi
diverranno debito pubblico per una popolazione che non ha uno stato,
lasciando l’Autorità Palestinese in balia degli investitori
privati.
Intanto la
popolazione palestinese è stanca di sentir parlare di una
politica che vede lontana da una soluzione tangibile. I soldi dei
grandi gruppi internazionali porteranno lavoro e benessere economico,
in cambio del silenzio dei palestinesi, per uno stato mai nato.