India, i fuori casta sono lasciati senza aiuti. Intervista a un'operatrice umanitaria
Da un mese ormai si aggirano tra le macerie e i cadaveri senza guanti e maschere,
completamente esposti al rischio di infezioni. Sono tra i dimenticati della tragedia
del 26 dicembre: centinaia, forse migliaia di persone che per antiche credenze
locali non meritano alcun soccorso. In India li chiamano Dalit, o anche ‘fuori
casta’ e ‘intoccabili’, e rappresentano l’ultimo stadio di un sistema sociale
fondato sulla discriminazione. Anche nella comune tragedia – nel Paese asiatico
sono morte circa 11mila persone - sono stati esclusi da ogni tipo di aiuto e addirittura
cacciati dai campi per sfollati. In mano hanno solo bottiglie di alcool che gettano
sulle rovine per combattere il puzzo acre.
Come schiavi. Il maremoto ha colpito soprattutto i piccoli villaggi del sud dell’India dove
i
Dalit sono al servizio dei pescatori. “Nelle zone rurali indiane c’è un villaggio principale
abitato da pescatori e contadini e lì vicino un altro agglomerato più piccolo
in cui vivono gli intoccabili”, ci spiega Lawrencia Kwark, capo missione in India
dell’Ong francese
Comité catholique contre la faim et pour le développement (CCFD), che da tempo si occupa dei
Dalit. “Sono poverissimi. Non possiedono né un appezzamento di terra né una barca,
ma sistemano le reti e puliscono le imbarcazioni. Dipendono quindi anche loro
dall’economia della pesca che oggi è in crisi proprio a causa dello tsunami”.
Cacciati dai campi. Il 26 dicembre è iniziato un inferno. “Le loro fragili capanne – continua Kwark
- sono state tutte distrutte dalla marea, anche se si trovavano a tre chilometri
dalla costa. Non hanno resistito a un’onda tanto violenta. I sopravvissuti hanno
cercato riparo nei campi profughi, ma i pescatori li hanno costretti ad andarsene
quasi subito o addirittura non li hanno fatti entrare. Per paura di rappresaglie
i Dalit non hanno opposto resistenza. Alcuni si sono rifugiati presso i parenti, mentre
i meno fortunati vagano da settimane per le strade senza cibo e lavoro”.
L'indifferenza del governo. Le autorità, d’altra parte, non si preoccupano di questi diseredati. “Quando
i funzionari dello Stato – dichiara l’operatrice umanitaria - sono arrivati nei
luoghi del disastro per registrare i danni, i
Dalit avevano già lasciato i campi di soccorso. Così sono stati esclusi dal censimento
e dalla distribuzione degli aiuti”. Anche
Human rights watch denuncia: “Le aree dei
Dalit sono state le ultime a essere raggiunte dall’elettricità e dai rifornimenti d’acqua
potabile”. Dopo le pressioni dei media internazionali, infatti, i soccorsi hanno
cominciato ad arrivare, anche se con ritardo e con molte difficoltà. “Il governo
ha chiesto ai funzionari locali di intervenire, ma molti si sono rifiutati. Intanto
i pescatori hanno demolito alcuni campi costruiti appositamente per gli intoccabili”.
“Poi – aggiunge Kwark – c’è la questione dei cadaveri. Nessuno osa toccare i
Dalit, perché sono considerati impuri. Il governo ha inviato l’esercito, ma i militari
non hanno voluto sgombrarne e seppellirne i morti. I fuori casta raccolgono i
corpi a mani nude e la situazione sanitaria è divenuta allarmante. Del resto,
questo è il trattamento tradizionale riservato ai
Dalit, anche il governo pensa che non abbiano diritti uguali al resto della popolazione”.
Il sistema delle quattro caste (religiosi, soldati e politici, commercianti e
infine contadini) risale a 3mila anni fa e fu voluto dai Bramini, ovvero i capi hindu. I Dalit, esclusi da questa gerarchia, sono circa 240 milioni: ovvero un quarto degli
abitanti dell’India non ha di fatto accesso a cure, istruzione e agli stessi impieghi
e salari del resto della popolazione.